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  • venerdì 29 ottobre 2010

La manifestazione di Colbert e Stewart

Anche gli Stati Uniti hanno i loro comici che scendono in piazza, tra il faceto e il serio, alla vigilia delle elezioni

"Stiamo cercando le persone che pensano che urlare sia fastidioso, controproducente e terribile per le corde vocali"

Sul Post ne abbiamo già parlato, più di un mese fa, e qualche giorno fa ne ha scritto di nuovo Stefano Pistolini. Ma adesso ci siamo.

Parliamo della manifestazione di piazza convocata per domani a Washington da Jon Stewart e Stephen Colbert, in questo momento i più apprezzati e popolari autori satirici degli Stati Uniti. Il primo conduce su Comedy Central un programma che si chiama “The Daily Show”, e l’altro ieri ha avuto come ospite Barack Obama. Il secondo conduce, sempre su Comedy Central, un programma che si chiama “The Colbert Report”, nel quale impersona la caricatura di un commentatore repubblicano modello Fox News, estremista, populista e fuori di testa. Colbert non si libera quasi mai del suo personaggio, nemmeno quando va a fare l’ospite in altri programmi, e quindi le manifestazioni di domani sono in realtà due, che giocano a sfidarsi tra loro.

Quella di Jon Stewart si chiama “Rally to Restore Sanity”, la manifestazione per il ripristino del buon senso. Fa riferimento esplicito alle manifestazioni convocate dai tea party – una, molto rumorosa e discussa, è stata convocata da Glenn Beck proprio a Washington – e ha una caratteristica che la rende unica: è una manifestazione contro le manifestazioni. Le adunate di piazza hanno molte qualità ma anche parecchi difetti, e fra questi quello di estremizzare le posizioni, rendere complicato il dialogo, annullare la razionalità e le sfumature. Quella di Jon Stewart è una manifestazione contro la demagogia, contro gli slogan, contro le esagerazioni, contro la retorica dei cittadini-arrabbiati-che-non-ne-possono-più, madre di tutte le manifestazioni normali. Presentata con una celebre citazione da “Quinto potere”.

“Sono incazzato nero, e questa volta non ne posso più!”. Chi tra di noi non ha mai desiderato aprire la finestra e urlare questa frase a squarciagola? È una domanda seria: chi? Noi stiamo cercando proprio queste persone. Stiamo cercando le persone che pensano che urlare sia fastidioso, controproducente e terribile per le corde vocali; le persone che pensano che le voci di chi urla più forte non dovrebbero essere le uniche a essere ascoltate; le persone che pensano che l’unico caso in cui si possano disegnare dei baffetti alla Hitler sulla foto di qualcuno, è se quel qualcuno è effettivamente Hitler. Oppure Charlie Chaplin, in quel film lì.

La manifestazione di Stephen Colbert si chiama invece “March to keep Fear Alive”, la Marcia per tenere in vita la paura. Il tono della convocazione è ovviamente molto diverso, e fa il verso alla destra americana.

L’America, il più Grande Paese che Dio abbia dato agli uomini, è stata costruita su tre pilastri. La Libertà. La Libertà. E la Paura, ovviamente paura che qualcuno un giorno possa rubarci la libertà. Oggi ci sono queste forze dell’oscurità, dell’ottimismo, che cercano di privarci della nostra paura: forze con capelli brizzolati e un sacco di Emmy superflui [il riferimento è a Stewart, ndr]. Vogliono sostituire la nostra Paura con la Ragione. Ma attenzione! C’è solo una lettera di differenza tra la Ragione, reason, e il Tradimento, treason. Che sia una coincidenza? La gente ragionevole direbbe di sì, ma l’America non può permettersi questo rischio.

Alla vigilia della manifestazione e a due giorni dalle elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti si discute del fatto che Stewart e Colbert possano in qualche modo influenzare le opinioni degli elettori e contribuire alla definizione degli equilibri tra democratici e repubblicani. I primi sperano che questi siano in grado di mobilitare il proprio elettorato più di quanto siano stati in grado di farlo i loro candidati, forti della loro altissima popolarità. Secondo un sondaggio commissionato qualche settimana fa da Askmen.com, infatti, Jon Stewart sarebbe in questo momento “l’uomo più influente d’America”. E si tratta di un’influenza esercitata soprattutto nei confronti degli americani più giovani, proprio quelli che hanno trascinato Obama nel 2008 e ora non sembrano avere altrettanto entusiasmo.

Ovviamente esiste anche il rischio opposto: che una manifestazione del genere in un clima politico del genere finisca per galvanizzare gli elettori democratici contro il proprio partito, convincendoli della necessità di dare una qualche punizione alla maggioranza al Congresso e all’amministrazione Obama.

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