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  • martedì 7 Settembre 2010

Al Qaida è ancora una minaccia mortale?

A nove anni dall'undici settembre, Al Qaida resta uno dei misteri più difficili da decifrare

Gli Stati Uniti ricorrono sempre più spesso ai droni: gli aerei senza pilota teleguidati dalle basi americane

di Elena Favilli

A nove anni dall’undici settembre, Al Qaida resta in buona parte una cosa difficile da definire per la sicurezza americana. La settimana scorsa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato ufficialmente la fine della guerra in Iraq. In Afghanistan invece le truppe dell’esercito americano resteranno ancora almeno fino al luglio del 2011. Per sconfiggere il regime talebano e per sconfiggere Al Qaida, il nemico che si è fatto via via più sfuggente.

Osama bin Laden sembra diventato un’ombra inafferrabile e nella percezione della maggior parte degli americani, Al Qaida è un nemico dai tratti sempre più confusi e rarefatti. Secondo le ultime stime della CIA, la rete di Al Qaida in Afghanistan è ridotta a poco più di cento militanti, ma la verità è che nessuno sa di preciso quanti siano. La vera guerra contro il gruppo terroristico al momento è combattuta dai droni: gli aerei senza pilota teleguidati dalle basi americane in Nevada e in Virginia con cui Washington cerca di colpire i terroristi in Pakistan, Somalia e Yemen. La guerra invisibile, come la chiamano alcuni.

Questa settimana Newsweek ha dedicato molte pagine al tentativo di ricostruire cosa sia Al Qaida – un gruppo strutturato, un nome che copre realtà indipendenti, una rete con differenti coesioni, una struttura sopravvalutata in numero e forza? – e quale sia stata finora l’efficacia della guerra americana per sconfiggerla. Il direttore dell’edizione internazionale Fareed Zakaria ha scritto un’analisi molto severa su quest’ultimo punto.

Nove anni dopo l’11 settembre, qualcuno dubita ancora che Al Qaida non sia più una minaccia così mortale? Da quel terribile giorno del 2001, una volta che i governi di tutto il mondo hanno attivato serie contromisure, la rete di terrore di Osama bin Laden non è stata capace di effettuare neanche un attacco contro obiettivi importanti negli Stati Uniti e in Europa. Pur avendo ispirato attentati minori compiuti da combattenti locali, non è stata in grado di eseguirne neanche uno in proprio. Oggi, il massimo che Al Qaida riesce a fare è trovare un giovane turbato radicalizzato su internet e insegnargli come imbottirsi le mutande di esplosivo. Non sottovaluto le intenzioni di Al Qaida, che sono barbare. Metto in dubbio le sue capacità. In ogni guerra recente gli Stati Uniti hanno avuto ragione sulle cattive intenzioni dei loro nemici ma ne hanno molto esagerato la forza. Negli anni Ottanta credevamo che l’Unione Sovietica stesse espandendo il suo potere e la sua influenza ed era invece sull’orlo della bancarotta politica ed economica. Negli anni Novanta eravamo certi che Saddam Hussein avesse un arsenale nucleare. Riusciva a malapena a produrre del sapone.
Questa volta l’errore è più pericoloso. L’11 settembre è stato uno shock per la psicologia e il sistema americani. Come risultato, abbiamo reagito eccessivamente. In un importante inchiesta del Washington Post, Dana Priest e William Arkin hanno impiegato due anni a raccogliere informazioni su come l’11 settembre abbia davvero cambiato l’America.

Zakaria cita i risultati di quell’inchiesta sull’esplosione controproducente delle strutture di sicurezza americane. “È una guerra senza fine”, scrive: “quando finisce? Quando dichiariamo chiusa l’emergenza?”. La sua valutazione è complicata dalle difficoltà di comprensione della forza di Al Qaida, di cui finora manca una articolata descrizione dall’interno. Lo stesso Newsweek prova ad arricchire questa descrizione facendosi spiegare le cose da Hanif, un ragazzino afghano di sedici anni che per diciotto mesi è stato addestrato come jihadista in Pakistan.

Hanif era uno studente brillante, bravo in matematica e capace di parlare inglese, arabo, urdu e pashtu. I suoi genitori non hanno mai approvato la sua scelta di diventare un jihadista, ma lui ha deciso così. Ha passato gli ultimi diciotto mesi nelle file di un gruppo di Al Qaida di base in alcune aree tribali del Pakistan e al confine con l’Afghanistan. Il suo racconto è stato confermato, per quanto possibile, da suo zio, un ufficiale telebano che è sempre stata una fonte affidabile per Newsweek in passato. Hanif scomparve nel febbraio 2009 e lo zio si mise in viaggio verso il Waziristan (la regione nel nord ovest del Pakistan, ndr) insieme al padre per cercarlo. Il padre riuscì finalmente a trovarlo durante un secondo viaggio, dopo due mesi di ricerche, ma il ragazzo non volle tornare a casa. Tornò solo dopo altri due mesi, implorato dalla madre.

Oggi Hanif racconta di avere preferito Al Qaida ai talebani per una questione di prestigio. Durante il suo periodo di addestramento ha visto morire molti suoi compagni, ma ha anche visto un flusso costante di nuovi ragazzi provenienti da tutto il Medio Oriente che li andavano a sostituire. Sostiene che l’azione di Al Qaida, anche se condotta da piccoli gruppi, ha un potente effetto moltiplicatore sugli altri gruppi terroristici, che su quella spinta riescono a compiere i loro attacchi con più efficacia. Dice anche di aver avuto un piccolo ruolo nell’attentato dello scorso dicembre contro la base americana Chapman in Afghanistan, dove morirono sette agenti CIA.

Tutto gli sembra una grande avventura, che non tiene minimamente conto della brutalità e della crudeltà dei metodi impiegati: gli omicidi spietati di chi è sospettato di essere una spia, gli attacchi con l’acido sulle donne, il regno di terrore imposto sulle aree sotto il loro controllo. Da quando ha memoria, dice di aver sempre sognato di unirsi alla jihad. Aveva solo sette anni quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan. Vedeva ufficiali e combattenti talebani che venivano a far visita ai membri della sua famiglia e cresceva sentendosi raccontare storie della guerra santa contro i sovietici, del Mullah Omar, del regno dei talebani, dell’invasore americano e della necessità di ripristinare il potere. «Lo scopo della mia vita è sempre stato diventare uno shahid», un martire, «voglio attaccare gli infedeli che insultano le donne musulmane, che occupano la Palestina, l’Iraq e l’Afghanistan. Non c’è nient’altro per cui vale la pena combattere nella vita, se non unirsi alla jihad e diventare uno shahid».

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