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  • martedì 20 luglio 2010

L’intelligence americana è un gran casino

Riassunto per punti dell'inchiesta del Washington Post sulla sicurezza statunitense

Le attività e le strutture top secret del governo americano, create in larga parte come reazione agli attentati dell’11 settembre, sono diventate così grandi e così indefinite che nessuno sa di preciso quanti soldi costano, quanta gente vi lavori, quanti programmi esistono ed esattamente quante agenzie diverse si occupano delle stesse cose. Queste sono alcune delle conclusioni dell’inchiesta pubblicata in tre giorni dal Washington Post sulla cosiddetta “Top Secret America”. Insieme agli articoli, il Washington Post ha messo in piedi un sito internet dedicato all’inchiesta. La parte più interessante è sicuramente l’immenso database messo a disposizione dei lettori, che possono spulciare i dati delle diverse società private, le loro connessioni reciproche, la loro distribuzione sul territorio statunitense e le loro dimensioni.

La prima puntata dell’inchiesta, pubblicata ieri, parlava dell’espansione esponenziale del ruolo del governo. La seconda, pubblicata oggi, parla della dipendenza del governo dalle società private per le attività di intelligence. La terza sarà pubblicata domani e racconterà nel dettaglio le attività di una di queste organizzazioni. Di seguito i punti salienti dell’articolo pubblicato ieri.

Cifre
1271 organizzazioni governative e 1931 società privata lavorano su programmi di antiterrorismo, sicurezza nazionale e intelligence, distribuite in 10 mila posti diversi nel territorio statunitense. 854 mila persone, una volta e mezzo gli abitanti di Washington D.C., possiedono lo status di “security clearence”, che gli permette di avere accesso a informazioni riservate, segreti di stato, rapporti top secret. Soltanto a Washington e nell’area circostante, dal 2001 a oggi sono stati costruiti trentatré edifici per ospitare attività di intelligence: insieme occupano tre volte lo spazio occupato dal Pentagono, ventidue volte lo spazio occupato dal congresso. Moltissime agenzie svolgono lo stesso lavoro, creando sprechi e ridondanze: per esempio, ci sono 51 agenzie federali in 15 città americane diverse che si occupano di seguire i flussi di denaro da e verso le organizzazioni terroriste. Gli analisti di queste agenzie pubblicano ogni anno 50 mila pagina di documenti e rapporti: così tanti che finiscono per essere sistematicamente ignorati.

Non si scherza
Il Washington Post lo fa presente nell’attacco dell’inchiesta: non si tratta di questioni accademiche, di problemi dottrinali dell’antiterrorismo. È stata la mancanza di attenzione, non la mancanza di risorse, che ha permesso la strage di Fort Hood o il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit. Un attentato sventato non grazie alle migliaia di analisti pagati dal governo per trovare i terroristi bensì grazie all’allarme dato da un passeggero.

I Super Users
Al ministero della difesa, a cui fanno capo due terzi dei programmi di intelligence nel paese, solo una manciata di funzionari – i Super Users, appunto – possono essere a malapena a conoscenza di tutti le attività del ministero. Uno di questi ha raccontato di quando è stato messo a parte di tutti i programmi: lo hanno portato dentro una stanza piccola e buia, lo hanno messo davanti a uno schermo e gli hanno detto che non poteva prendere appunti. Poi hanno cominciato a proiettare le schede sulle varie attività, centinaia, una dopo l’altra. Finché non ha urlato “STOP!”, preso dalla frustrazione.

Lo sanno tutti, più o meno
È impressionante la quantità di dichiarazioni raccolte dal Washington Post da persone con incarichi e responsabilità di rilievo che dicono di essere a conoscenza del caos nel settore dell’intelligence. Il ministero della difesa aveva chiesto a un generale in pensione di fare un punto della situazione sui programmi attivi. Non si trattava di un generale qualsiasi: John R. Vines comandava 145 mila soldati in Iraq, è abituato ad avere a che fare con scenari complessi. Ma è rimasto ugualmente sconvolto da quello che ha visto. La sua conclusione: è impossibile dire se il paese è o non è più sicuro grazie a tutte queste attività e queste spese. Osservazioni simili arrivano dal ministro della difesa Gates (che però non pensa che l’intero sistema sia ingovernabile). Il direttore della CIA Panetta ha parlato dei costi crescenti e insostenibili.

L’11 settembre
Tutto cambia l’11 settembre. Il budget per l’intelligence negli ultimi nove anni – quello dichiarato: poi ci sono altre spese – è cresciuto di ventuno volte e mezzo. L’agenzia del Pentagono che si occupa di intelligence è passata da 7500 a 16500 impiegati. Il budget dell’agenzia per la sicurezza nazionale è stato raddoppiato. Le task force anti terrorismo dell FBI erano trentacinque, sono diventate centosei. Ventiquattro nuove agenzie anti terrorismo erano già state create alla fine del 2001. Altre trentasette alla fine del 2002. Altre trentasei alla fine del 2003. Altre ventisei nel 2004. Altre trentuno nel 2005. Altre trentadue nel 2006. Una ventina o poco più nel 2007, nel 2008 e nel 2009. In totale, 263 agenzie sono state create o riorganizzate come reazione all’11 settembre.

Chi comanda
Nel 2004 l’amministrazione Bush crea l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) per mettere tutto sotto controllo. Senza darle però i poteri necessari a mettere ordine e controllare effettivamente lo sforzo complessivo.

L’arredamento
Non è soltanto il numero degli edifici a testimoniare la crescita esponenziale dell’intelligence, ma anche cosa c’è dentro. Tonnellate di monitor. Badge ad altissima sicurezza. Macchine a raggi X, armadi blindati per conservare cellulari e cercapersone. Tastierini che aprono le porte, stanze speciali ricoperte d’acciaio. Ogni edificio ha una stanza con dei muri speciali e costosissimi, che serve a contenere e conservare informazioni sensibili: alcune sono piccole come bagni, altre sono grandi quattro volte un campo di football. Si chiamano SCIF.

Overload
Le stanze degli analisti sono invase dai monitor e soprattutto dagli hard disk. Gigabyte di rapporti, trascrizioni di intercettazioni, indiscrezioni, documenti d’indagine. Ci sono rapporti orari, giornalieri, settimanali, mensili e annuali. Davanti a una simile montagna di dati, i funzionari spesso non li guardano nemmeno. Si fanno fare dei briefing personali, spesso sulla base delle analisi della loro stessa agenzia. Il risultato è che informazioni cruciali non vengono condivise. Obama si era infuriato per questo motivo, subito dopo il fallito attentato del volo Amsterdam-Detroit. Aveva detto ai capi dell’intelligence: “Non mi arrabbierò mai se vi manca un’informazione: so come funzionano queste cose, so che non si può sempre sapere tutto. Ma non tollererò la mancanza di comunicazione: avere le informazioni e non condividerle”.

Sempre di più
Eppure, anche dopo i casi come l’attentato fallito sul volo Amsterdam-Detroit, secondo molti la risposta è sempre la stessa. Più analisti, più risorse, più strumenti, più denaro da spendere. Più agenzie, più esperti, più edifici. Alcuni sono già in costruzione, altre richieste sono state avanzate al governo. Obama ha detto che non congelerà la spesa sull’intelligence, rendendo quindi probabile la loro approvazione. Salvo che l’inchiesta del Washington Post non induca i vertici dell’amministrazione a una riorganizzazione generale e razionale degli sforzi.

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