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  • mercoledì 4 agosto 2010

Il Kenya vota una nuova Costituzione

Fin dall'indipendenza del '63 la formula elettorale ha premiato un solo partito di maggioranza

Le violenze seguite alle elezioni presidenziali del 2007 hanno mostrato i limiti di questo sistema

di Giovanni Fontana

Dalle sei di questa mattina il Kenya sta votando un referendum costituzionale per emendare in senso più proporzionale il proprio sistema elettorale, la cui adeguatezza è stata messa fortemente in dubbio dalle violenze seguite alle elezioni presidenziali del dicembre di tre anni fa.

Fin dalla data dell’indipendenza, ottenuta nel 1963, la formula elettorale keniota ha sempre premiato un solo partito. Nell’82, a seguito di un fallito tentativo di golpe, fu addirittura modificata la Costituzione per ammettere soltanto il Kenya African National Union (KANU) – formazione politica dei due presidenti succedutisi alla guida del Paese, Jomo Kenyatta e Daniel Arap Moi – alle successive consultazioni. Nel ’92, poi, la Carta Costituzionale subì nuove modifiche che aprirono la strada alle prime elezioni multipartitiche della storia keniota.

Anche il nuovo sistema, però, garantendo un’ampia vittoria delle consultazioni al partito di maggioranza relativa, ha mostrato il fianco alle rivendicazioni dei diversi gruppi etnici. La questione in ballo è quella della rappresentatività delle varie etnie che, per larga parte, votano su basi squisitamente razziali: lo stesso KANU nacque come movimento per la tutela degli interessi della popolazione Kikuyu, maggioritaria nel Paese. Tutte le consultazioni elettorali che ne sono seguite hanno visto una corruzione capillare e disordini spesso culminati in scontri armati.

I tumulti più gravi si sono verificati nel gennaio e febbraio del 2008 quando i due principali candidati, Mwai Kibaki e Raila Odinga, si sono scambiati reciproche accuse di brogli nelle elezioni del mese precedente, scatenando una quasi guerra civile che ha causato più di 1300 morti e mezzo milione di sfollati. La situazione si è distesa quando i due hanno firmato un accordo per la condivisione del potere con Kibaki presidente e Odinga primo ministo, carica fino a quel momento inesistente e istituita in quell’occasione.

Il referendum di oggi è la naturale prosecuzione di quel processo, e una vittoria del “sì” sancirebbe un maggiore equilibrio dei poteri limitando l’attuale enorme e fagocitante ruolo che è assegnato al presidente eletto, rafforzando inoltre i governi locali. Sebbene un referendum simile sia stato bocciato cinque anni fa, sembra che in questa tornata larga parte della popolazione sia favorevole alle modifiche costituzionali, anche grazie al sostegno di entrambi i candidati scontratisi nel 2007.

Dello stesso avviso è la gran parte della comunità internazionale, favorevole all’approvazione di questa nuova Carta, tanto che – sia dal fronte interno che dall’estero – l’ambasciata americana è stata accusata di fare campagna a favore del sì, come racconta il New York Times. Queste polemiche scaturiscono principalmente da aspetti minori della proposta costituzionale che contiene provvedimenti discussi sull’istituzione di corti islamiche, sulla riforma terriera e – soprattutto – sulla legalizzazione dell’aborto (Al Jazeera ospita un ottimo approfondimento, con dibattito fra sostenitori del “sì” e del “no”).

Le misure di sicurezza sono notevoli, si parla di ulteriori 18.000 uomini reclutati per sorvegliare i seggi durante lo svolgimento delle operazioni. La cosa che preoccupa di più, viste anche le vicende di inizio 2008, è quello che succederà dopo il referendum, specie nell’improbabile caso di vitoria dei “no”. Un segnale positivo è arrivato dalla Corte Penale Internazionale che ha cominciato a indagare sulle violenze di due anni fa: la cosa ha un particolare rilievo perché i varî capi fazione non avvertano nuovamente la percezione d’impunità  che aveva favorito le brutalità dell’inverno del 2008.

Un altro deterrente sarà Ushahidi, una “piattaforma d’informazione collettiva”, come definita dagli stessi ideatori, inventata proprio in Kenya come risposta ai disordini del 2008. Ushahidi è un raccoglitore di segnalazioni sul territorio – il nome significa testimonianza in Swahili – facilmente collegato a internet e cellulari. L’eccellente funzione di mappatura delle necessità svolta durante quella crisi portò l’ONU a importare Ushahidi sul luogo di altre disgrazie, come il terremoto a Haiti. Questa volta il sistema è stato riproposto nel luogo d’origine ed è stato pubblicizzato ampiamente su giornali e televisioni, naturalmente con l’augurio che non occorra riportare alcuna violenza.