• Mondo
  • mercoledì 21 luglio 2010

Come NON dare la caccia ai terroristi

Foreign Policy mette in fila cinque esempi di politiche anti terrorismo decisamente fallimentari

Negli Stati Uniti si sta discutendo molto dei contenuti dell’inchiestona del Washington Post, che sebbene manchi di un vero e proprio scoop fornisce un quadro impietoso e inquietante dello stato dell’intelligence americana. Foreign Policy racconta però di come ci siano paesi i cui tentativi di combattere il terrorismo non versano in condizioni migliori, anzi: se l’accusa mossa agli americani è sostanzialmente quella di aver voluto strafare, perdendo il controllo della situazione, ci sono paesi che riescono a fare ancora peggio facendo meno.

“Se terrorista, digitare 3 seguito dal tasto cancelletto”
Il governo tedesco stima in ventinove le organizzazioni estremiste islamiche sul suo territorio, attribuendole almeno 36 mila membri. Tra questi rientrano i cosiddetti “talebani tedeschi”, che secondo l’intelligence recluterebbero militanti da mandare in Pakistan ad addestrarsi. Per ostacolare la radicalizzazione della comunità islamica, l’intelligence tedesca ha annunciato di recente l’attivazione di un “programma di uscita”, che comprende la creazione di un numero verde per i terroristi che vogliono lasciare la militanza senza rischiare di essere puniti dai loro compagni. Il programma si propone poi di trovare a queste persone un lavoro o assisterle nel trasloco in un’altra città, ed è basato su un simile schema adottato nel 2000 per combattere i gruppi neonazisti. All’epoca solo qualche decina di skinhead si avvalse del servizio, ed erano tutti di basso livello.

Il duello teologico
Qualche anno fa lo Yemen era considerato il miglior paese nella riabilitazione e il recupero dei terroristi. Subito dopo l’11 settembre, il suo governo varò uno dei primi programmi al mondo di questo genere: si chiamava Comitato per il dialogo religioso. Oggi sappiamo che si è trattato di un completo fallimento. In pratica, il programma prevedeva che centinaia di estremisti detenuti nelle prigioni yemenite ingaggiassero dei “duelli teologici” con degli esperti di dottrina religiosa, nella speranza che gli ultimi convincessero i primi ad abbandonare la violenza sulla base dei contenuti del Corano. Non ha funzionato, anche perché uno degli argomenti degli esperti era che lo Yemen è uno stato islamico, e in quanto tale non andava attaccato. Scoraggiare l’attività terrorista all’estero invece non era una priorità, e forse non è un caso se molti degli estremisti rilasciati a seguito di questo programma sono stati arrestati o uccisi in Iraq, dove combattevano l’esercito americano. Il programma è stato cancellato nel 2005. Oggi lo Yemen è famoso, tra le altre cose, per aver fatto uscire di prigione alcuni dei più pericolosi terroristi del mondo.

Il trucco del nomi
La legge anti-terrorismo del Pakistan fino a pochi mesi fa prevedeva che la polizia potesse dare la caccia ai gruppi precedentemente definiti come fuorilegge per via delle loro attività violente. Quindi succedeva una cosa molto semplice: quando un determinato gruppo estremista era dichiarato illegale dal governo, i suoi membri si davano un nuovo nome. Esempio: il gruppo estremista anti indiano Lashkar-e-Taiba è stato dichiarato responsabile degli attentati del 2008 a Mumbai. La polizia lo aveva già dichiarato fuori legge nel 2002, ma molti dei suoi componenti hanno continuato ad agire indisturbati semplicemente cambiando nome. Dopo gli attentati di Mumbai hanno cambiato nome di nuovo. Per risolvere il problema, qualche mese fa un emendamento alla legge anti-terrorismo ha stabilito che un gruppo estremista è automaticamente illegale se è composto dagli stessi membri di un gruppo proibito in passato.

Questioni di famiglia
Dopo il massacro del 2004 nella scuola di Beslan, il governo locale ceceno decise di adottare una pratica piuttosto brutale per combattere il terrorismo: prendersela con i parenti dei terroristi. Quell’anno, otto parenti del leader separatista Aslan Maskhadov furono catturati e detenuti per sei mesi in una piccola cella, dove furono picchiati e torturati con la corrente elettrica. I parenti di altri militanti sono semplicemente scomparsi. Qualche tempo dopo le autorità decisero di cambiare leggermente approccio: meglio bruciare le case delle famiglie dei terroristi. Human Rights Watch ha documentato ventisei roghi punitivi tra il giugno del 2008 e il marzo del 2009. E si tratta di una pratica adottata alla luce del sole: il presidente ceceno Kadyrov – sostenuto a spada tratta dal governo russo – ha più volte avvertito le famiglie dei terroristi che possono aspettarsi severe punizioni se non denunciano i loro parenti. Non che abbia senso ragionare dell’efficacia di una simile misura, ma Foreign Policy specifica comunque che gli attentati proseguono più o meno come sempre.

Arrestateci tutti!
In diverse nazioni mediorientali – Algeria, Egitto, Giordania, Siria – gli arresti di massa sono una pratica comune per reprimere il terrorismo islamico. Solo che prendere un gruppone di terroristi e chiuderli insieme in una stanza non è esattamente il modo migliore per impedire alla loro ideologia di diffondersi. Le prigioni egiziane oggi contengono tra cinque e i dieci mila prigionieri politici: sono le stesse prigioni dove il padre dell’islam militante, Sayyid Qutb, scrisse le sue memorie negli anni Cinquanta. Le stesse dove il numero due di Al Qaida Ayman al-Zawahiri sposò l’islam radicale. Lo stesso al Zarkawi fu praticamente addestrato in una prigione giordana alla fine degli anni Ottanta: entrò in prigione da spacciatore di droga, ne uscì da terrorista islamico.