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  • martedì 6 luglio 2010

Dieci consigli a Netanyahu

Il primo ministro israeliano oggi è negli Stati Uniti, Haaretz gli dà qualche dritta per non combinare guai

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è arrivato a Washington in un momento particolarmente delicato per i rapporti diplomatici di Israele con gli Stati Uniti. L’incontro arriva infatti a tre mesi dalla feroce polemica sulla costruzione di nuovi insediamenti (era stata annunciata durante una visita di Biden, e gli Stati Uniti si erano detti fermamente contrari), a un mese dall’attacco alle navi della Freedom Flotilla e a pochi giorni dalla conseguente minacciosa richiesta di scuse avanzata dalla Turchia. Si tratta insomma di un incontro particolarmente importante, e per questa ragione il quotidiano israeliano Haaretz rivolge dieci consigli a Netanyahu, nella speranza che questo possa fare ritorno in Israele lasciandosi alle spalle un atteggiamento più ottimista e collaborativo da parte dell’amministrazione americana.

Primo. Netanyahu entri nello Studio Ovale con l’unico obiettivo di aprire una nuova fase nei suoi rapporti con Obama. Lasci stare la stampa israeliana, resista alla tentazione di fare di tutto perché questa scriva ancora – come già fatto in passato – cose tipo “Ho vinto” o “L’ho messo sotto”. Tratti il presidente americano col rispetto che merita: se non perché si tratta dell’uomo che ha vinto il Nobel per la pace prima di fare la pace, lo faccia almeno perché quasi certamente è la persona da cui dipenderà la diplomazia israeliana nei prossimi sette anni.

Secondo. Obama è un uomo razionale e freddo. Come hanno imparato Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, non è uno che si fa mettere i piedi in testa e non è uno che tiene gli incontri con i capi di governo per offrire una cena e chiacchierare. Netanyahu si prepari ad affrontare argomenti concreti e rispondere a domande precise: e dica la verità.

Terzo. Netanyahu non si faccia distrarre dalle foto della visita in Israele di Rahm Emanuel, il capo dello staff di Obama. Uno si può commuovere davanti al Muro del pianto e allo stesso desiderare il ritiro israeliano dai territori. Obama ed Emanuel sono la stessa cosa: Netanyahu non sogni nemmeno di provare a mettersi tra loro.

Quarto. Non è troppo tardi per riguadagnarsi la fiducia di Obama. Basta non bluffare quando si parla di cosa si vuole fare. Si mettano le carte sul tavolo, si dica tutta la verità e soltanto la verità, come in un processo. Non c’è altro modo di parlare con Obama: non è il tipo che perdona e dimentica.

Quinto. Netanyahu non provi a evocare il potere della “lobby ebraica” quando parla con Obama, per tentare di delegittimarlo. Obama non è un nemico di Israele e non vuole il suo male: non è necessario chiamare la cavalleria contro di lui.

Sesto. Non rispondere a Obama con slogan e cliché, bensì con la verità: anche se dovesse essere spiacevole, anche se le risposte non dovessero piacergli. Netanyahu non scambi il ritiro della propria richiesta di colloqui diretti con i palestinesi con un congelamento degli insediamenti, e dica anzi molto chiaramente di non desiderare una spaccatura con gli Stati Uniti.

Settimo. Netanyahu cerchi di mostrarsi come l’unico leader capace di prendere le decisioni necessarie – storiche, dolorose – per la pace. Soprattutto cerchi di convincere Obama di essere in grado di costruire una coalizione alternativa a questa, che abbia una posizione più morbida sugli insediamenti e il sostegno di una più larga maggioranza degli elettori. Israele ha bisogno di un leader credibile per prendere decisioni storiche: come Peres e Rabin al momento della firma degli accordi di Oslo, come Begin durante la firma del trattato di pace con l’Egitto, come Sharon per il ritiro dei coloni da Gaza.

Ottavo. Netanyahu ricordi a Obama dell’importanza per Israele del suo lavoro sul nucleare, che a lui sta molto a cuore. Fargli capire che si tratta di una priorità anche per Israele, che Israele vuole dargli una mano in Medioriente.

Nono. Ricordare a Obama con umiltà quanto Israele è strategicamente importante. Ricordargli la disponibilità di Israele ai colloqui di pace con i palestinesi e anche con la Siria, così come quella per trovare una soluzione riguardo Gaza: un territorio dal quale Israele si è ritirata ma dal quale continua a ricevere minacce per la propria sicurezza.

Decimo. Alla fine della vostra chiacchierata, camminando verso i giornalisti e i fotografi, Netanyahu dica una cosa all’orecchio di Obama. “Abbracciami”.