• Italia
  • giovedì 1 luglio 2010

Che cosa ha detto Pisanu

I passaggi cruciali della relazione di Beppe Pisanu, presidente della commissione antimafia

Le stragi degli anni Novanta e la presunta trattativa tra Stato e mafia

Ieri il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Beppe Pisanu, è tornato sul tema delle stragi di mafia degli anni Novanta nel corso della sua relazione. È un testo tanto lungo quanto interessante: quasi appassionante, specie considerato che si tratta una relazione ufficiale. Oltre alla frasi riportate ieri dai giornali sulla presunta trattativa tra Stato e mafia – “ci fu qualcosa del genere” – è significativo il lavoro di ricostruzione e contestualizzazione operato da Pisanu nel raccontare due anni tragici e cruciali nella storia dell’Italia.

L’attentato dell’Addaura

Per le sue caratteristiche il fallito attentato all’Addaura può essere correttamente considerato come il prologo dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-93. […] Sulla scena dell’Addaura è stata anche ipotizzata la presenza di due agenti della Polizia di Stato, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, probabilmente collaboratori esterni dei servizi di informazione e sicurezza, e quella di un terzo agente definito “faccia da mostro”. […] La tragica scomparsa di entrambi gli agenti alimenta congetture diverse, ma allo stato attuale delle indagini non è possibile definire la loro posizione e trarre conseguenti deduzioni. Tuttavia, fra tante luci ed ombre, oggi riusciamo a comprendere meglio l’espressione del Dott. Falcone, secondo cui “menti raffinatissime” avevano ideato il piano criminoso.

L’omicidio di Salvo Lima

Due anni dopo, il 12 marzo 1992, viene assassinato, con un classico agguato di mafia, l’On. Salvo Lima, parlamentare europeo e autorevole esponente della Democrazia Cristiana. […] Lima fu “punito” come principale rappresentante siciliano del gruppo politico che non aveva saputo assicurare le necessarie tutele al “maxi-processo”: lo storico evento giudiziario ideato da Falcone che, per la prima volta, aveva messo a nudo l’organizzazione e le modalità operative di Cosa Nostra, insidiandone la stessa sopravvivenza.

La strage di Capaci

Viene da lì la feroce determinazione con cui il 23 maggio 1993 fu compiuta la strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Le responsabilità del reato di strage sono state chiaramente accertate ed ascritte ai vertici di “Cosa Nostra”. In particolare è stata affermata la responsabilità sia della “Commissione regionale” sia della “Commissione provinciale di Palermo”, e ciò in applicazione del cosiddetto “teorema Buscetta”, secondo il quale sussiste la piena condivisione dei delitti eccellenti, in quanto essi corrispondono alla realizzazione e alla tutela degli interessi vitali dell’organizzazione.

La strage di via D’Amelio

Pressocchè identica, sia nell’impostazione mafioso-terroristica, sia nell’esecuzione, è la “strage di Via D’Amelio”. Il 19 luglio 1992 una violentissima esplosione si verifica a Palermo in Via Mariano D’Amelio, provocando la morte di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto presso la Procura Distrettuale della Repubblica di Palermo, e degli agenti di scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina, nonchè il ferimento di numerose persone ed una generale devastazione delle cose circostanti.

Le cose ancora da chiarire

Ciò detto, occorre subito precisare che taluni aspetti fondamentali della strage sono ancora da chiarire. […] A tutt’oggi non conosciamo la composizione del commando stragista; sappiamo ben poco sulla provenienza dell’esplosivo impiegato, il “plastico T4 o pentrite”; e sembra definitivamente scomparsa l'”agenda rossa” che, a detta dei familiari, il giudice Borsellino consultò e ripose nella borsa prima di recarsi in Via D’Amelio.

La polizia forzò le indagini

Le prime indagini su Via D’Amelio avrebbero subìto rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della Polizia di Stato legati ai Servizi Segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall’ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all’opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio. Non ci sono, almeno per ora, risposte documentate.

Il ruolo dei servizi segreti

Sulla scena, comunque riappaiono le ombre dei servizi Segreti. Prima fra tutte, quella del Dott. Lorenzo Narracci, già collaboratore del Dott. Contrada, come funzionario del SISDE a Palermo, tuttora in servizio all’AISI, e a quanto pare indagato a Caltanissetta. Gaspare Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo che avrebbe assiduamente seguito suo padre Vito Ciancimino nel corso della cosiddetta “trattativa” tra Stato e “Cosa Nostra”.

La trattativa

Sulla strage di Via D’Amelio e sugli sviluppi successivi, la “trattativa” ebbe un impatto rilevante. Non è facile misurarne la portata a causa della segretezza delle indagini in corso. Come è noto, essa si sarebbe svolta tra l’allora Colonnello di CC Mario Mori e il suo collaboratore Capitano Giuseppe De Donno, da un lato, e l’ex Sindaco di Palermo Vito Ciancimino, dall’altro. Secondo l’opinione prevalente il primo contatto fu stabilito nello spazio di tempo compreso tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio e si protrasse fino al dicembre del 1992, praticamente fino alla vigilia dell’arresto di Riina avvenuto il 16 gennaio successivo. Di questi contatti – che nelle loro intenzioni costituivano un’ardita operazione investigativa – i due ufficiali informarono alcune Autorità politico-istituzionali. Secondo l’ipotesi accusatoria invece essi intavolavano un vero e proprio negoziato in virtù del quale “Cosa Nostra” poneva fine alle stragi e otteneva, in cambio, provvedimenti favorevoli all’organizzazione. È probabile che Ciancimino abbia enfatizzato il suo ruolo di mediatore tra mafia e istituzioni con l’idea di trarre vantaggi personali da una parte e dall’altra. Ed è altrettanto probabile che l’iniziativa degli ufficiali dell’Arma sia stata percepita da Cosa Nostra come il segno della disponibilità di settori delle istituzioni a scendere a patti con essa, inducendola così a colpire ancora per piegare ogni eventuale resistenza.

I sette attentati terroristici della mafia

Ma le esecuzioni individuali già programmate vengono disdette per aprire la fase più cruenta e politicamente eversiva: quella della produzione indiscriminata di terrore in tutto il paese, mediante gravissimi attentati al patrimonio artistico e culturale. La successione di sette operazioni stragiste, con le prime cinque concentrate nello spazio di soli tre mesi, non ha precedenti in Italia. Le ricordo rapidamente.

– alle ore 21.40 del 14 maggio 1993 un ordigno esplosivo deflagra all’incrocio tra Via Ruggero Fauro e Via Boccioni in Roma, subito dopo il passaggio dell’autovettura del noto presentatore Maurizio Costanzo che rimane fortunatamente illeso. L’esplosione provoca il ferimento di 24 persone e il danneggiamento di numerosi veicoli e degli edifici adiacenti.

– alle ore 1.00 del 27 maggio 1993 una violenta esplosione in Via dei Georgofili a Firenze fa crollare un’ala della Torre del Pulci, e altri palazzi storici vicini. Perdono la vita il vigile urbano Fabrizio Nencioni, la moglie Angela, le figlie Nadia e Caterina, lo studente universitario Dario Capolicchio. I feriti sono 37. Alla Galleria degli Uffizi i danni sono gravissimi: tre dipinti perduti per sempre e 173 danneggiati, insieme a 42 busti e 16 statue.

– alle ore 23.14 del 27 luglio 1993 un’altra potente esplosione in Via Palestro a Milano, cagiona ingenti danni al Padiglione di arte contemporanea, agli automezzi e agli edifici vicini. Restano uccisi i vigili del fuoco Alessandro Ferrari, Carlo La Catena e Sergio Pasotto, il vigile urbano Stefano Picerno e l’immigrato Moussafir Driss. I feriti sono 12.

– alle ore 23.58 del 27 luglio 1993 un ordigno esplosivo deflagra nella piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, danneggiando le strutture murarie della Basilica e del Palazzo Lateranense, nonché i veicoli in sosta o in transito nelle vicinanze.

– adistanza di qualche minuto, una seconda esplosione danneggia la chiesa di San Giorgio al Velabro in Roma, gli edifici limitrofi ed i veicoli in sosta o in transito.

– il 23 gennaio del 1994, una “Lancia Thema” imbottita con oltre 120 kg di esplosivo viene collocata nel viale dei Gladiatori a Roma, nelle immediate vicinanze dell’Olimpico, in un punto dove al termine di manifestazioni pubbliche sportive, transitano gli autobus dei carabinieri in servizio allo stadio. L’autovettura non esplode per il difettoso funzionamento del congegno di attivazione della carica.

– il 14 aprile 1994, infine, in Formello (Roma) viene trovato un ingente quantitativo di materiale esplosivo occultato sul ciglio della Via Formellese, dove solitamente passa il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno che abita da quelle parti.

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