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  • martedì 22 Giugno 2010

Un giudice per Ustica

Il 27 giugno saranno trent'anni dalla strage di Ustica

Il Secolo chiede che l'Italia segua "la via inglese" istituendo una commissione indipendente

Si è scritto negli ultimi giorni dell’inchiesta della Gran Bretagna sulla cosiddetta “bloody sunday”, e delle relative scuse che il primo ministro David Cameron ha fatto la settimana scorsa per le violenze compiute dai militari britannici. Davanti a un discorso così lucido e severo, alzi la mano chi non ha pensato a quanto l’Italia avrebbe bisogno di simili momenti di chiarezza riguardo gli episodi più controversi e oscuri della sua storia. Sergio Romano sul Corriere della Sera ha messo a confronto l’approccio della Gran Bretagna con quello dell’Italia, riguardo le loro “verità impossibili”.

Per l’accertamento dei fatti accaduti a Londonderry, in Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972 (il massacro di Bloody Sunday), sono state necessarie due pubbliche indagini. La seconda, decisa da Tony Blair, è durata dodici anni e ha smentito la prima, ma le sue conclusioni, rese pubbliche negli scorsi giorni, sono nette e non verranno verosimilmente contestate. Forse l’esempio britannico può aiutarci a capire perché la ricerca della verità sia più complicata in Italia che altrove. La Commissione sul massacro di Londonderry è stata presieduta da Lord Mark Saville, un uomo che ha passato la sua vita nelle aule dei tribunali, dapprima come avvocato poi come giudice, ed è oggi membro, con altri nove magistrati, della Corte Suprema, istituita un anno fa. Accanto a lui vi erano, tra gli altri, un giudice neozelandese e un giudice canadese. La commissione istituita da Gordon Brown sulla guerra irachena è presieduta da John Chilcot, un «mandarino» che ha passato buona parte della sua carriera pubblica negli alti gradi del ministero dell’Interno. In Italia, invece, le Commissioni sono generalmente parlamentari, vengono composte con evidenti dosaggi politici e diventano spesso il luogo in cui ogni partito sostiene l’ipotesi che maggiormente coincide con la sua visione ideologica dell’avvenimento o, peggio, che maggiormente conviene ai suoi interessi.

La questione è ritornata di estrema attualità perché il 27 giugno sarà il trentesimo anniversario della strage di Ustica. Il 27 giugno 1980 ottantuno persone morirono in un disastro aereo nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza: disastro al quale ancora oggi, dopo trent’anni, non sappiamo dare una spiegazione precisa. Oggi il Secolo d’Italia si augura che Rosario Priore, il magistrato che si è a lungo occupato del caso Ustica, possa essere il nostro Lord Saville.

Gli esiti delle molte inchieste “aggiuntive” sui misteri italiani – pensiamo al lavoro della Mithrokin o alla Commissione Telekom Serbia – hanno avuto un effetto divisivo senza molto aggiungere a una ricostruzione dei fatti lacunosa e talvolta assolutamente inconsistente. Potrebbe l’Italia seguire, come dice Romano, la “via inglese”, affidandosi «a un collegio di personalità indipendenti possibilmente giunte a fine carriera»? Certamente sì. E viene alla mente anche un nome: Rosario Priore, il magistrato che ha da poco dato alle stampe un libro intervista con Giovanni Fasanella (Intrigo internazionale) dove proprio il mistero di Ustica è affrontato e in gran parte “svelato” fin nei dettagli.

La tesi del giudice Priore è che quella notte nel cielo sopra Ustica si sia verificata una battaglia tra caccia militari, che ha finito per coinvolgere l’aereo di linea. Nessuna possibilità di accertare la nazionalità degli aerei militari, ha detto Priore, a causa della “miriade di condotte di ostruzionismo e di sprezzo della giustizia, condotte tenute da tutti quei singoli e quelle istituzioni, che se fosse emersa la realtà, ne avrebbero subito onta per omissione di doveri primari”. Al centro del caso, poi il caccia libico precipitato sui monti della Sila e i suoi resti spediti frettolosamente in Libia. Era l’Italia della strategia della tensione: ci furono rivendicazioni da parte di gruppi di estrema destra, decine di morti sospette, insabbiamenti e reticenze a ogni livello. Ora, fortunatamente, è un’altra Italia: e forse anche per noi è arrivato il momento di conoscere alcune verità.