Tagli di spesa, cominciare da qui (from here)

Il primo a farsi avanti in Gran Bretagna sul progetto di tagli alle spese è il ministro della Difesa Liam Fox, che prevede riduzioni delle spese militari fino al 15%

In Italia invece il ministro La Russa sostiene che le spese militari vadano protette più di quelle della giustizia e della scuola, e l'opposizione non ha le idee chiare

Mentre in Italia le proposte del governo per ridurre la spesa pubblica contemplano tagli alla scuola, tagli alla ricerca, tagli alla giustizia e tagli a ogni cosa di cui un paese dovrebbe avere cura, in Gran Bretagna – dove David Cameron ha annunciato un progetto di revisione delle spese di assai più ampio respiro e lunga visione – il primo a farsi avanti per concedere sacrifici è il ministro della Difesa. Liam Fox, conservatore, 48 anni, da poco nominato nel nuovo governo Cameron (da cui era stato sconfitto nel 2005 nella corsa per la leadership del partito), ha annunciato oggi tagli “brutali” alle spese militari di un paese che si trova tuttora coinvolto in uno sforzo bellico, in Afghanistan, che è costato la vita a 300 soldati in quasi nove anni.

Il Regno Unito ha in bilancio una spesa di circa 37 miliardi di sterline per la Difesa nell’anno fiscale 2010/2011. Ma alla fine di quest’anno le ambizioni e  le cifre saranno drammaticamente riviste. La Reuters parla di un taglio previsto delle spese militari fino al 15% nei prossimi quattro anni (il piano di tagli del governo prevede una riduzione complessiva delle spese dell’11%). Fox chiederà contestualmente che al suo ministero siano allocati fondi per un bilancio decennale: “I tagli devono essere fatti su un piano a lunga scadenza”.

E in Italia, in tutto il dibattito sulla manovra del governo, abbiamo sentito tra le molte proteste quella per i tagli alle spese militari? No. Perché non risultano, o non risultano con nessuna chiarezza.

14 miliardi spesi quest’anno per le Forze Armate in Italia dove non sono stati ancora definiti né l’importo  (si parla di almeno un miliardo da risparmiare subito) né i dettagli delle riduzioni.

E a differenza dei responsabili di altri ministeri che non solo non hanno aperto bocca in difesa dei loro settori ma se ne sono nominati volenterosamente carnefici, il ministro La Russa sembra voler concedere pochissimo o niente.

Il responsabile della Difesa dice di capire il blocco degli stipendi, ma «i militari non possono subire altri sacrifici». Tremonti ha tagliato del 10% le spese dei ministeri ma con l’accordo che ogni ministro avrebbe deciso come e dove tagliare. Cosa che invece sembra essere rimasta lettera morta. Ora La Russa rivendica questa «flessibilità» e autonomia («io so come usare il bilancino della spesa e di tagli ne ho già fatti tanti»). Il responsabile dell’Economia però sostiene che non può mettersi a discutere con ogni dicastero e che ci sono problemi insormontabili soprattutto per la Difesa. Ma La Russa insiste. O i tagli li gestisce lui oppure i soldi si dovranno trovare da qualche parte. «A differenza degli insegnanti, dei magistrati e di altre categorie del pubblico impiego, i militari non possono scioperare. Ma non per questo devono essere penalizzati. C’è un ministro che parla per loro e il mio appello, dopo averlo fatto a Tremonti, lo rivolgo al Parlamento». Ecco, allora, che tra i pochi cambiamenti alla manovra potrebbero arrivare quelli che riguardano le forze dell’ordine e le Forze Armate. Berlusconi lo ha promesso il 2 giugno alla cena offerta dal comandante dei Carabinieri, Leonardo Gallitelli

E se una parte del Partito Democratico ha ritenuto di sollevare la questione, nello stesso PD c’è chi – come Arturo Parisi – ha attaccato come “demagogiche” simili proposte di tagli (soprattutto quelle dell’Unità). In verità assai sensate e articolate, soprattutto se viste come una chance di ridurre il peso dei tagli su settori assai più sensibili e fragili per il futuro dell’Italia in un progetto di redistribuzione delle spese. Gian Piero Scanu, capogruppo del PD in Commissione difesa del Senato, aveva parlato di una revisione dei progetti di spesa in una lettera al Corriere della Sera dello scorso 28 maggio.

Sarebbe necessario – e questa è la nostra proposta – rimodulare completamente la politica degli investimenti, che non sempre risultano coerentemente finalizzati al nostro modello di Difesa, che dovrebbe concentrarsi essenzialmente sull’ acquisto di tecnologie e mezzi atti più a garantire la sicurezza dei nostri soldati nelle missioni all’ estero che all’ acquisizione di armamenti atti all’ offesa. E non sarebbe poca cosa se si pensa che negli ultimi 3 anni le risorse destinate ai sistemi d’ rma sono state dell’ ordine dei 3,2-3,5 miliardi di euro, all’anno.
Si deve valutare la possibilità, che ormai è un dovere, di rivedere in senso drasticamente riduttivo i cosiddetti investimenti nei materiali e negli armamenti. L’ Italia è ormai l’ Europa e la sua politica di difesa deve essere quella europea. Questo è dichiarato a parole da tutti, ma poi quando si devono fare i bilanci o gli approvvigionamenti di armi ci sono 27 eserciti, 27 aeronautiche e 26 marine da sostenere a fronte di una esigenza operativa di poche migliaia di uomini. La crisi ci offre l’ opportunità di mandare in pensione questo paradigma e di avviare anche da soli, come pionieri, un percorso che ha bisogno soltanto di qualcuno che dia il buon esempio. Una politica della difesa e della sicurezza costruita su queste direttrici ha una sua validità anche a prescindere dalla crisi economica e finanziaria con cui dobbiamo fare i conti. Diventa una necessità per aiutare il Paese a superarla. Adottando una moratoria ragionata e selettiva sulle spese sui sistemi d’ arma possono realizzarsi risparmi di spesa dell’ ordine di due miliardi di euro all’ anno, recuperando trasparenza ed efficienza alla spesa militare del nostro Paese. In sostanza si tratta di spendere meno, spendere meglio, e recuperare valore aggiunto riportando le capacità produttive del sistema difesa a valori significativi.

Sul tema – “demagogico” – di una riduzione delle spese militari piuttosto che di quelle sulla, scuola e sulla ricerca, è intervenuto anche Umberto Veronesi sull’Espresso della settimana scorsa, citando uno studio realizzato dall’università Bocconi che ha ipotizzato il taglio del 5% delle spese militari in alcuni paesi europei (in Gran Bretagna, come abbiamo visto, andranno ben oltre).

I risultati? Il più sorprendente riguarda il Pil che diminuirebbe globalmente di 33 miliardi di euro, che in percentuale fanno lo 0,027 per cento, vale a dire una riduzione insignificante. Anche il tasso di disoccupazione non avrebbe un peso gravoso: per l’Italia non supererebbe i 300 lavoratori. Anche le entrate fiscali non subirebbero una falcidia per lo Stato e l’impatto sul settore della ricerca e dello sviluppo, che varia da nazione a nazione a seconda dell’intervento dello Stato in questo ambito, per l’Italia non arriva al 2 per cento.

Sono proprio un inguaribile idealista se trovo assurdo che i tagli tocchino i bisogni più urgenti della popolazione? La necessità di sfuggire alla sofferenza evitabile oggi è ancora più sentita a causa della situazione di crisi mondiale che agita, anche nelle popolazioni occidentali cresciute nel benessere, lo spettro della povertà. La crisi richiede delle risorse aggiuntive per le urgenze sociali, e dove possiamo ricavarle se non dalle spese militari che assorbono fondi molto elevati?

Per la ricerca contro il cancro, che causa 150 mila morti ogni anno, il nostro Paese spende annualmente l’equivalente di circa 225 milioni di dollari, mentre se ne destinano 20 miliardi per le spese militari. Abbiamo allora più a cuore le armi che i malati in Italia?

Demagogia, già.

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