Le cose, usatele ancora

Il riuso è al primo posto nella direttiva sulla gestione dei rifiuti dell'Unione Europea, ma in Italia non è ancora previsto

"I musei sono per antonomasia il luogo in cui si conservano cose usate: da altri popoli, altre civiltà, altre epo- che, altri lavoratori, altri padroni di casa, altri collezionisti"

Riusare conviene: riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, promuove condivisione di gusti e stili di vita, e aumenta l’occupazione. Guido Viale racconta nel saggio “La civiltà del riuso” perché dovremmo prendere più in considerazione questa modalità di riduzione dei rifiuti.

Ci sono cose che esistono da sempre; o da molto tempo. E che noi continuiamo a usare. Innanzitutto il nostro pianeta; poi le montagne, i fiumi, i laghi, il mare, i boschi, il paesaggio. Poi le cose artificiali, fatte da noi umani: le città, le strade, i ponti, gli edifici. Poi, molti oggetti: soprattutto quelli che fanno parte dell’antiquariato. Poi, un antiquariato di seconda categoria, fatto di oggetti nati più di recente, che chiamiamo modernariato, dentro il quale può essere fatta rientrare anche gran parte di quanto ci è stato lasciato – e abbiamo conservato – dai nostri genitori o dai nostri nonni. E molto altro ancora.

L’uso e il riuso di queste «cose» le consuma; alcune le abbiamo ridotte in cattivo stato. A volte le restauriamo; altre volte le lasciamo andare in malora, senza preoccuparci di chi vorrebbe o dovrà ancora usarle dopo di noi. Quanto meno sentiamo una cosa «nostra», anche se è nostra più di ogni altra – ed è il caso del pianeta Terra –, tanto meno ce ne prendiamo cura.

Riusare molte di queste cose già usate non ci crea problemi. A volte siamo persino orgogliosi degli oggetti usati che possediamo, perché il tempo – e l’uso che ne è stato fatto prima di noi – dà loro una patina di nobiltà. Ma il più delle volte non ci accorgiamo nemmeno che stiamo riusando cose già usate da decine, migliaia, milioni o miliardi di esseri umani prima di noi. O accanto a noi. A volte, invece, ce ne vergogniamo; oppure riusare qualcosa che è già stato usato da altri ci fa schifo; e vorremmo che tutto intorno a noi fosse nuovo di zecca. Ma non sempre è possibile. E lo sarà sempre meno in futuro.

Raramente, però, ci soffermiamo a riflettere sul fatto che quando andiamo al cinema o al bar ci sediamo su poltroncine già usate da migliaia di altri clienti; quando dormiamo in un albergo ci infiliamo tra lenzuola già usate centinaia di volte e dopo la doccia ci strofiniamo con asciugamani che hanno conosciuto intimamente molti altri corpi; e quando andiamo al ristorante mangiamo in piatti strausati da altri e ci mettiamo in bocca forchette e cucchiai che hanno toccato già molte altre bocche. Ma se incontriamo le stesse cose in un mercatino dell’usato, il pensiero di avere a che fare con oggetti che non usiamo noi per la prima volta ci trattiene spesso dall’acquistarli.

E ancora. I musei sono per antonomasia il luogo in cui si conservano cose usate: da altri popoli, altre civiltà, altre epo- che, altri lavoratori, altri padroni di casa, altri collezionisti. Li frequentiamo non solo per guardare gli oggetti esposti, ma soprattutto per respirare un po’ dell’aria – e dell’aura – che quegli altri da noi vi hanno infuso. Usandoli prima di noi.

Le cose del mondo hanno una vita propria. E nella loro vita anch’esse si usano e riusano reciprocamente, come parti, o fasi, o manifestazioni di cicli tra loro interconnessi: catene trofiche; cicli chimici, come il ciclo planetario del carbonio; cicli fisici, come quello dell’acqua; o cicli geologici, meteorologici e biologici, come quelli dell’ambiente naturale in cui viviamo. Sono tutti processi che si intersecano costituendo sistemi complessi che è difficile anche solo descrivere. L’uso e il riuso fanno parte di una dinamica intrinseca alla realtà. Che cosa cambia, allora, quando il riuso investe invece l’insieme o una parte dei beni prodotti dall’attività umana? Interrogare l’usato, farlo parlare, cercare di capire di quali inquietudini, di quali abitudini, di quali interrogativi sia il veicolo, e in che modo e attraverso quali processi lo diventi, è cosa che ci riguarda tutti.

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Nel 1975, riprendendo un «indirizzo» già formulato dall’Ocse (l’organizzazione degli Stati più sviluppati del mondo: a quel tempo 14, oggi 29), l’allora Comunità Europea (oggi UE) fissò in una direttiva che ha fatto epoca i principi che avrebbero dovuto regolare una corretta gestione dei rifiuti, stabilendo una gerarchia tra di essi: prima veniva la riduzione della produzione di rifiuti, poi il recupero della materia di cui sono composti; il «recupero energetico», cioè, sostanzialmente, l’incenerimento dei materiali combustibili, o la fermentazione anaerobica di quelli organici, con utilizzo energetico del biogas prodotto, avrebbe dovuto riguardare solo il materiale non altrimenti recuperabile; infine lo smaltimento finale, cioè la discarica, era riservato esclusivamente ai residui dei precedenti processi.

Questa gerarchia è stata, come d’obbligo, ripresa in tutte le norme ambientali degli Stati membri, e poi nelle leggi regionali, nei piani provinciali e comunali di gestione dei rifiuti e in quasi tutti i contratti di servizio stipulati tra i Comuni e le aziende, pubbliche o private, incaricate dell’igiene urbana. Ma non è mai stata applicata nella sua forma originaria.

Se andiamo a vedere che cosa è successo nei paesi più virtuosi in campo ambientale – la Germania e i paesi scandinavi; l’Italia non fa assolutamente testo –, vediamo che la successione cronologica con cui le regole dell’UE sono state applicate segue esattamente l’ordine inverso. Prima si è cominciato a mettere a norma le discariche: significa impermeabilizzarne il fondo, captare i gas e raccogliere e trattare il percolato prodotto dalla decomposizione dei rifiuti, «coltivare» (si dice così) la discarica per lotti successivi, senza accumulare i materiali in modo disordinato, e ricoprirla infine con un manto di terra e di vegetazione, se cresce, quando è piena.

Poi si è passati a produrre un gran numero di inceneritori cosiddetti «di seconda generazione»: cioè con recupero di energia e, se sfruttabile nelle vicinanze, di calore sotto forma di vapore; e con potenti e molteplici filtri per l’abbattimento delle emissioni inquinanti. Gli inceneritori «di prima generazione», quelli che bruciavano i rifiuti e basta, erano peraltro comparsi fin dall’inizio dello scorso secolo; per creare nei cittadini consumatori l’illusione che il distacco dalle cose che scartavano potesse coincidere con una loro definitiva scomparsa nel fuoco.

Poi, cominciando dagli imballaggi, è stata introdotta la raccolta differenziata, che è premessa e condizione indispensabile del recupero di materia, quello che in termini correnti si chiama riciclaggio. Questo ha reso un po’ sovrabbondanti – dove erano stati costruiti – gli inceneritori; così come questi avevano reso sovrabbondanti molte discariche. Dagli imballaggi si è passati alla raccolta differenziata anche di batterie e oli esausti e al recupero, graduato nel tempo, tramite disassemblaggio dei componenti, di auto e di apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Solo alla fine, e da pochi anni, si è cominciato a pensare seriamente alla riduzione dei rifiuti: il principio numero uno di quella gerarchia. Produrre meno rifiuti è possibile: lo hanno dimostrato molte industrie per quanto riguarda gli scarti di lavorazione; ma lo stanno dimostrando anche alcune città virtuose, soprattutto in Germania, che si stanno impegnando a fondo per ridurre la produzione di rifiuti urbani: quelli prodotti dalle famiglie, ovvero dal consumatore finale.

È questa la nuova frontiera della gestione dei rifiuti che, insieme alla raccolta differenziata di ciò che va comunque scartato, rende praticabile l’obiettivo «rifiuti zero», nel cui perseguimento è ormai impegnato un numero crescente di Comuni, di associazioni, di enti, di comitati in tutto il modo. Ma che cos’è la riduzione dei rifiuti urbani? Oltre al frutto di uno stile di vita e di consumi più sobri e di una maggiore attenzione negli acquisti – comprando solo ciò che ci serve e che contiamo di usare veramente –, è il riuso di quello che non ci serve più. In varie forme. Riuso degli imballaggi (che sono circa il 40% in peso, molto di più in volume, dei rifiuti urbani che produciamo) con il sistema del vuoto a rendere e della vendita alla spina dei prodotti sfusi. Ritorno dell’acqua da bere in brocca (un conteni- tore riusabile), eliminando il traffico di bottiglie che attraversa ogni giorno la nostra penisola su pesanti camion.

Utilizzo di borse per la spesa in tessuto al posto dei famigerati shopper. Riuso di stoviglie lavabili con l’abbandono dei piatti e delle posate di carta o di plastica e riuso di moderni pannolini e pannoloni lavabili in lavatrice, che non sono gli antichi «ciripà» della nonna, ma il prodotto di una moderna tecnologia, abbandonando quelli usa e getta. Produzione e vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche fabbricate in forma modulare, in modo che il logorio o l’obsolescenza di alcune parti permettano comunque di continuare a usare quelle integre e ancora funzionali sostituendo solo i componenti guasti o superati. Eccetera.

L’Unione Europea ha preso atto di queste possibilità e nella più recente revisione della normativa comunitaria sui rifiuti, la direttiva 2008/98, introduce e legittima, inserendole tra le misure di prevenzione della produzione dei rifiuti e le misure mirate al riciclaggio dei materiali di risulta, le attività di «preparazione per il riuso»: che sono tutte quelle che possono concorrere a rimettere in circolo dei beni dismessi per destinarli allo stesso utilizzo che se ne è fatto in precedenza; o a un uso analogo. Cioè selezione, pulizia, riparazione, utilizzo come componente, acquisto e vendita dell’usato. Queste attività sono ora in attesa di una normazione da parte degli Stati membri, tra cui l’Italia.