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  • mercoledì 12 maggio 2010

Obama è preoccupato per Miranda

Il "Miranda warning" consiste nel mettere a conoscenza una persona dei suoi diritti, quando viene arrestata

I repubblicani vorrebbero cancellare la procedura, Obama sta considerando la possibilità di modificarla

I film americani polizieschi sono pieni di balle. Le moto vanno contromano in autostrada senza schiantarsi, chiunque riesce a disinnescare una bomba, al telefono bisogna attaccare bottone con i rapitori per avere il tempo di intercettarli, e poi quando li arrestano la prima cosa che fanno è ripetere la formuletta di rito: “Hai il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirai…” – beh, questa è vera. Si chiama Miranda warning, ed è l’avviso che gli agenti di polizia negli Stati Uniti sono obbligati a rivolgere a chiunque venga arrestato, prima di interrogarlo. La legge prevede infatti che qualsiasi affermazione la persona arrestata faccia prima che gli siano illustrati i suoi diritti non possa essere utilizzata come prova, nemmeno dovesse trattarsi di una confessione.

La formula si chiama Miranda warning perché prende il nome da Ernesto Arturo Miranda, un cittadino dell’Arizona che nel 1963 venne arrestato e accusato di furto e violenza sessuale. Miranda fu interrogato e dopo due ore firmò una confessione. Fu condannato a vent’anni di carcere, ma il suo avvocato d’ufficio fece ricorso alla Corte suprema chiedendo di annullare la sentenza: Miranda aveva siglato la confessione senza essere informato del fatto che aveva diritto a un avvocato e che poteva semplicemente rimanere in silenzio. Il verdetto della Corte suprema arrivò tre anni dopo, e ribaltò il processo: la confessione di Miranda non era valida, visto che non era a conoscenza dei suoi diritti. Miranda venne processato nuovamente – e nuovamente condannato: le prove sul suo conto non mancavano – ma il sistema giudiziario statunitense non sarebbe più stato lo stesso (e nemmeno i loro film, a dirla tutta).

La discussione sulla formuletta in questione riemerge ciclicamente, negli Stati Uniti, e stavolta se ne sta parlando in relazione all’arresto di Faisal Shahzad, l’autore del fallito attentato a Times Square. L’obiezione mossa da molti politici e commentatori – prevalentemente di area repubblicana – è la seguente: se arresti un terrorista, una persona che potrebbe possedere informazioni di cruciale importanza per la sicurezza dei cittadini, è saggio dirgli come prima cosa che “ha il diritto di rimanere in silenzio”? Esiste già una clausola che consente ai poliziotti di rimandare la formuletta, nel caso di imminente pericolo di vita di altre persone: ma se l’arrestato avesse informazioni su minacce non imminenti, ma comunque concrete? L’editorialista del Washington Post Charles Krauthammer la mette così:

Credo che dovremmo trattare i nemici combattenti per quello che sono: nemici combattenti. Sia che questi siano americani, come Shahzad, sia che non lo siano, come l’attentatore del volo di Detroit. Se proprio dobbiamo trattarli come normali criminali, almeno mettiamoci d’accordo su una cosa: nessuna lettura dei diritti finché non otteniamo le informazioni che ci servono.

Intanto l’amministrazione Obama, che solo due mesi fa per bocca del suo ministro della giustizia Eric Holder aveva difeso le norme in vigore, sembra aver cambiato idea e ha fatto intendere di essere interessata a una parziale revisione della procedura. David Axelrod lo ha confermato durante una recente intervista alla CNN: il presidente sarebbe interessato a dare una “limitata elasticità” all’applicazione della norma, dando più tempo ai poliziotti per interrogare i sospettati prima di leggere i loro diritti. Se le informazioni ricavate non possono essere usate in fase processuale, infatti, certo possono essere utili per sventare altre minacce.

Con questa mossa Obama sembra destinato a infilarsi nella stessa dinamica che lo ha martoriato nel corso di questo anno e mezzo di presidenza: criticato dai conservatori e criticato dai progressisti, troppo di sinistra per i primi, troppo di destra per gli altri. Infatti, mentre i repubblicani approfittano delle dichiarazioni di intenti di Obama (“avevamo ragione!”), la stampa progressista inizia a rumoreggiare. Wendy Kaminer, sull’Atlantic:

Perché questo repentino cambio di politica? Le norme che disciplinano gli interrogatori sono troppo rigide e poco “coerenti col tipo di minaccia che ci troviamo ad affrontare”, ha detto Holder. Non è chiaro come la minaccia del terrorismo sia radicalmente cambiata rispetto a due mesi fa, ma forse è aumentata la minaccia esercitata dalle critiche dei repubblicani. Né ci sembrano evidenti le necessità di questa “flessibilità”. In ogni caso, sembra ormai inevitabile uno smussamento della normativa – se non addirittura la sua abrogazione. Ma potrebbe non servire a niente: né ad aumentare la possibilità di catturare terroristi né a rafforzare la popolarità dell’amministrazione tra i repubblicani. Renderà più duri gli interrogatori? Renderà di fatto legale la tortura? Il Miranda warning è un meccanismo che tutela i diritti garantiti dalla costituzione: regolare le confessioni infatti rappresenta un deterrente contro la loro estorsione, magari con la violenza.