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  • giovedì 5 ottobre 2017

La bufala dello stupro “derubricato” a incidente sul lavoro

Circola da sabato a proposito di una dottoressa violentata mentre era di turno, ma la versione che ne avete letto probabilmente è falsa

(ANSA/Trovato Domenico)

Da sabato scorso molte testate nazionali hanno parlato di un caso di stupro avvenuto a Catania in cui il giudice avrebbe deciso di “derubricare” il reato a incidente sul lavoro, perché avvenuto mentre la vittima, una dottoressa di 51 anni, era di turno come guardia medica. Ieri l’Associazione Nazionale Magistrati di Catania ha scritto che è una notizia completamente falsa: nessuno stupro è stato “derubricato” a incidente sul lavoro, perché non sarebbe un atto giuridicamente possibile. Inoltre il 26enne arrestato per l’aggressione si trova ancora in prigione con l’accusa di violenza sessuale aggravata, sequestro di persona, lesioni volontarie pluriaggravate e di danneggiamento.

Lo stupro è avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 settembre nell’ambulatorio di Trecastagni, un paese in provincia di Catania, dove la dottoressa stava prestando servizio come guardia medica. L’uomo, un italiano residente in un comune vicino, dopo essere entrato ha rotto il telefono e il pulsante d’allarme, ha distrutto diversi oggetti e ha sequestrato la dottoressa per circa tre ore, violentandola più volte fino a quando lei non è riuscita a chiamare aiuto. L’uomo è stato arrestato prima che riuscisse a fuggire dall’ambulatorio e la procura ha aperto un’inchiesta per violenza sessuale e lesioni.

Nel suo comunicato l’ANM ha accusato dell’errore «alcune testate online» che avrebbero diffuso la falsa notizia a causa di una «tendenza di una parte dei media a cercare in tutti i modi di dare risalto a notizie su errori giudiziari, il più delle volte presunti, al fine di sostenere una linea di pensiero, purtroppo diffusa, volta a screditare l’operato della magistratura». In realtà, nonostante ci sia un’evidente responsabilità di alcuni giornali, sembra che sia andata in un altro modo: la stessa dottoressa avrebbe contribuito, involontariamente, al fraintendimento.

Secondo quanto ha ricostruito il Post, che ha parlato con diverse persone coinvolte nella vicenda, dieci giorni dopo l’aggressione, il 29 settembre, la dottoressa ha parlato a un convegno dell’Ordine dei medici che si è svolto a Giardini Naxos, in provincia di Messina. I testimoni raccontano che la dottoressa ha fatto un discorso molto accorato, in cui ha descritto le difficili condizioni in cui si trovano a operare le guardie mediche ma anche i problemi della categoria medica più in generale. Ha ricordato che, poche settimane prima dell’aggressione, si era verificato in un paese vicino un caso di violenza e rapina molto simile a quello che l’aveva riguardata. Dopo aver segnalato l’incidente alle autorità sanitarie, aveva ricevuto una risposta insufficiente. Nel suo discorso la dottoressa ha attaccato duramente le istituzioni, riferendosi in particolare a quelle sanitarie, che, ha detto, «non hanno semplicemente lasciato sola me, mettendomi in pericolo e poi umiliandomi quando la mia aggressione è stata derubricata a infortunio sul lavoro».

Alcuni dei presenti hanno spiegato al Post che in quel momento la frase era sembrata una sfogo generico: la dottoressa lamentava il fatto che, dopo averla lasciata senza protezione, l’azienda sanitaria avesse classificato internamente quanto accaduto come “incidente sul lavoro”, un gesto che lei trova offensivo, ma che è prassi normale in casi simili e serve solo a identificare la natura della sua assenza dal lavoro nei giorni successivi all’aggressione. La dottoressa, infatti, non si è assentata né per malattia né in maniera ingiustificata, ma in seguito a un incidente: in questo caso una grave aggressione. La decisione dell’azienda sanitaria non ha alcun effetto sulle indagini penali svolte dalla procura.

Alcune persone persone presenti all’incontro hanno spiegato al Post che, sul momento, nessuno pensava che quella frase potesse essere intesa nel senso che l’accusa di violenza sessuale era decaduta, sostituita da un generico infortunio sul lavoro. Per questa ragione in un primo comunicato stampa diffuso dall’Ordine dei medici la frase è stata riportata esattamente. Poco dopo però alcuni giornalisti presenti sul posto hanno fatto notare come fosse possibile fraintendere quella frase ed è stato diffuso un secondo comunicato, questa volta più specifico.

Intanto però alcune agenzie di stampa, come Adnkronos, avevano già diffuso il primo comunicato, rapidamente ripreso e frainteso da diverse testate, come le versioni online dei quotidiani Il Tempo e Il Giornale, oltre che dal sito di RaiNews, da dove la notizia è stata eliminata. Il Giornale, per esempio, ha scritto «la violenza sessuale è stata derubricata dal giudice in un incidente sul lavoro», quando in realtà nemmeno nel comunicato errato si parlava di giudici coinvolti.

Il giorno dopo, il 30 settembre, Repubblica ha pubblicato un’intervista alla dottoressa in cui lei ripete nuovamente: «Incredibile ma vero: per l’azienda sono stata vittima di un infortunio. Ma mi chiedo: può essere considerato un infortunio il mio?». La frase in questo caso lascia intendere più chiaramente che la questione dell’infortunio sul lavoro non ha nulla a che fare con il reato commesso nei suoi confronti. La dottoressa, infatti, fa capire che è l’azienda sanitaria a considerare il suo caso un “incidente sul lavoro”. In nessuna parte dell’intervista lei o il giornalista suggeriscono che la procura abbia smesso di indagare, o addirittura che abbia scarcerato il sospettato. Repubblica insomma non è cascata nell’equivoco come non ci è caduta nemmeno l’ANSA, ma molte altre piccole testate hanno riportato la notizia così come avevano fatto Il Tempo, Il Giornale e RaiNews.

La notizia quindi è falsa ma non sembra nemmeno una “fake news” inventata per screditare i magistrati, come ha scritto l’ANM. All’origine sembrano esserci le dichiarazioni equivocabili della dottoressa vittima dell’aggressione, riprese da un comunicato dell’Ordine dei medici scritto in maniera altrettanto equivocabile. Le testate online che in almeno tre casi hanno trattato con molta superficialità la notizia, senza fare nessuna verifica, sono state l’ultimo anello di una lunga catena di errori.

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