Bersani, l’unico del Pd ad aver perso

Dobbiamo scacciare un cattivo pensiero, che comincia ad aleggiare sul Pd. Pier Luigi Bersani deve aiutarci a scacciarlo, perché questo cattivo e forse ingiusto pensiero riguarda lui: nasce dalla constatazione che nell’anno solare 2013, in sei-sette tornate elettorali tra politiche, regionali, primi e secondi turni di comunali, tutti i candidati del Partito democratico hanno vinto, tranne lui.
L’osservazione apparirà superficiale e semplicistica, per esempio sorvola su un aspetto importante come i differenti sistemi di voto tra le politiche e le amministrative. Mentre non può sorvolare sulla circostanza che il Pd che ha vinto nelle città è anche il Pd costruito da Bersani in questi anni.

Spesso però le osservazioni semplici sono tali perché contengono una verità.
Da febbraio a oggi, nell’arco di quattro mesi durante i quali il Pd non ha mai trovato il tempo o la voglia di svolgere una vera analisi del voto politico, Bersani ha proposto in sostanza due soli argomenti per quel risultato. Il primo, sul quale non mi soffermerei, è che in realtà a febbraio il Pd non ha perduto le elezioni. È allo stesso tempo la tesi più improbabile – con quei tre milioni e mezzo di voti volatilizzatisi dal 2008 – e anche quella che ha causato più danni: la convinzione di aver soltanto «non vinto» ha indotto a tutte le scelte sbagliate fino al dramma delle votazioni sul Quirinale.
L’altra tesi bersaniana è che la battuta d’arresto democratica vada inserita «dentro uno tsunami» che ha colpito e devastato l’intero quadro politico. Diciamo un guaio fra tanti altri guai.

Già il 25 febbraio la larga vittoria di Zingaretti (che prese negli stessi giorni e negli stessi seggi di Roma città un quarto di voti in più di Bersani) avrebbe dovuto far nascere qualche dubbio su uno tsunami così selettivo. Dalla vittoria di Serracchiani fino a quelle di Marino ed Enzo Bianco, ora abbiamo qualcosa più di un indizio: il Pd perde comunque e dovunque tanti elettori rispetto al passato, ma nel confronto con gli altri candidati nessuno si fa inchiodare al pareggio come è capitato a Bersani con Berlusconi e Grillo.

La piattaforma congressuale bersaniana, che torna a colpire duro contro i “partiti personali”, andrà valutata anche alla luce di questi precedenti. I partiti personali – dalla Lega a Cinquestelle, da Di Pietro al Pdl a Monti– sono tutti in rotta, e per fortuna. Ma senza un leader vincente, il massimo a cui si possa aspirare è il pareggio. E non credo che il Pd possa più permetterselo.