Donnicciole sbigottite

(ovvero: le parole SONO importanti – soprattutto quelle difficili)

1982. L’Italia ha appena vinto il Mondiale. Io ho cinque anni e sono al mare, in Liguria, con i miei genitori. Ho imparato presto a leggere, anche perché i genitori in questione sono insegnanti e lungimiranti. Sto attraversando la Via Aurelia con mia madre e una sua amica, di ritorno dalla spiaggia. Parto per primo, mi rivolgo a loro e dico: “dai, donnicciole sbigottite!” L’amica di mia madre ride per venti minuti netti. Mia madre anche, ma con un certo orgoglio. Sono un Bambino che Sa Parole Difficili. Naturalmente, ciò significherà anni di emarginazione, l’odio dei compagni di scuola, infinite prese in giro e almeno due pestaggi (entrambi alle medie, il ciclo più inutile della scuola italiana).
Però so cosa vuol dire “sbigottite”. E lo so perché leggo Topolino.

2011. Il mio editor in Disney ascolta il periodico sproloquio nel quale gli propongo idee e concept di storie. Se lo acchiappo anche così, al telefono, con la mia pessima esposizione e la erre moscia, la storia funziona. Lui, paziente fino alla santità, mi ascolta. E poi: «sai, oggi viene Bergonzoni in redazione».
«BERGONZONI?!? È un grandissimo! Facciamo una storia con lui! Mi invento qualunque cosa, ma voglio metterlo in una storia! Scommetto che si diverte anche lui! Dai dai dai!»
«Okay! Dai dai dai!»
(Siamo entrambi fan di Boris)

Butto giù un’idea. A Bergonzoni piace. La scrivo. Alessandro Perina la disegna, ottimamente. La storia si chiama “Paperino e il mago delle parole” ed è uscita qualche mese fa. La trama in breve: Zio Paperone brevetta Kapoccion, un super dizionario computer che, letteralmente, fagocita parole di qualunque lingua. Ma Paperino lo manda in avaria e il computer esplode, liberando le parole nel mondo. Copywriter, scrittori e giornalisti sono letteralmente senza parole, la gente comune usa sempre e solo “coso” e “cosa”. Soprattutto, senza le parole, le COSE svaniscono. Qua si potrebbe fare un meraviglioso excursus sulle implicazioni filosofiche di un simile concetto, ma sono troppo ignorante per farlo.

Quello che volevo dire è che il linguaggio definisce il mondo. E un mondo “in poche parole” è brutto. Scarno. Noioso. Se pensiamo con poche parole, viviamo con poche parole, e viviamo male. Usare bene il linguaggio, scrivendo o parlando, è un piacere. Un mondo pieno di parole è vivo, complicato, caotico e meraviglioso, più sfaccettato e meno dogmatico.

La storia è una bella occasione per usare un sacco di parole diverse dal solito, tanto che poi la Disney ne ha tratto un concorso che si concluderà al Salone del Libro.

Anche perché Topolino ha sempre educato a un linguaggio più erudito, elaborato, spesso anche desueto: Rodolfo Cimino, di cui abbiamo già parlato qui, era un maestro anche in questo. All’inizio, questo linguaggio derivava dalle grandi teste che hanno creato la scuola dei Disney italiani, come Guido Martina, che non veniva definito “il professore” per caso e che nell’Inferno di Topolino parodiava Dante in endecasillabi. Ora è una tradizione. Anzi, una scelta. Che ho sempre approvato entusiasticamente. Proprio perché ero un Bambino che Imparava Parole Difficili, voglio che altri bambini imparino parole difficili.

Soprattutto, non voglio sentirmi dire che “questo i bambini non lo capiscono”, perché è una micidiale, deleteria, pericolosa, nauseabonda (tiè, parola difficile!) stronzata (meno difficile, ma rende l’idea). I bambini non capiscono se NOI decidiamo che non possono capire. Se facciamo i paternalisti, seduti comodi nell’anticamera del predicozzo e della propaganda. Se decidiamo di trattare il pubblico come un idiota. Se scriviamo libri per ragazzi “scritti grossi” e non Harry Potter. Se invece decidiamo di stimolare i bambini, di sfidarli possiamo fare qualcosa di buono. Certo, bisogna sempre farsi capire. Ma senza dumbing down. La cosa, naturalmente, vale anche per gli adulti e per qualsiasi pubblico e medium di massa.

I lettori del Topo sono adulti e bambini. Tutti leggono libri e fumetti, guardano i Simpson e sanno usare un iPad. Un pubblico molto più colto di un tempo, sia in generale che dal punto di vista narrativo. Quindi servono storie complesse ma accessibili. Con un linguaggio comprensibile, ma non banale. Insomma, servono più livelli di lettura.

Quelli bravi hanno sempre fatto così, alla faccia della “semplicità” del fumetto. In Asterix e le Olimpiadi a otto anni ti diverti a vedere i Romani presi a tronchi in faccia, i cinghiali in camera d’albergo e Matusalemmix che non va a nanna («Ho dieci anni di meno!» «Va bene, così hai ottantatré anni e dovresti essere a letto!»). A trenta, scopri che su quel bassorilievo all’entrata dello stadio ci sono Goscinny e Uderzo che si danno del “despota” e del “tiranno” in greco antico:

Insomma, bisogna fidarsi del proprio pubblico. Billy Wilder l’aveva imparato, in un’altra forma, da Lubitsch: «Fai fare due più due allo spettatore e lui te ne sarà grato». Vale per noi, ma vale anche per gli insegnanti e in generale per chiunque comunica per lavoro. Trattare da stupidi i bambini (o gli adulti) per paura delle reazioni altrui non funziona mai. Chi comunica, chi crea, deve essere coraggioso, non fare quello che il pubblico si aspetta. Come dice brutalmente Frank Darabont in un pezzo bellissimo (ormai introvabile online, ma è qui, traduzione mia)

«L’ignoranza e l’abbassamento delle nostre pretese non sono punti d’onore. Purtroppo, però, la nostra società “politicamente corretta” ci ha portati a credere che nessuno dovrebbe sentirsi stupido. Quindi, se Tizio non sa leggere, non stimoliamolo a leggere, ma abbassiamo gli standard educativi, così Tizio non ci resterà male quando gli si farà notare che non sa leggere. Grande idea – ma Tizio e i suoi compagni di classe diventeranno l’ennesima generazione di teste di cazzo (dice proprio dickheads, NdT) analfabete che non sapranno leggere i loro diplomi, se e quando usciranno dal liceo».

È la sfida che fa appassionare il pubblico, è il suo coinvolgimento che lo fa innamorare del nostro lavoro, che sia un fumetto, un film o un romanzo. Perché non c’è nessuna gioia nell’ottenere qualcosa di facile: la vera soddisfazione è ottenere, trovare, CAPIRE una cosa difficile. Sempre citando Darabont,

«Il messaggio è semplice, e John F. Kennedy l’ha detto meglio di tutti: “non scegliamo di andare sulla luna perché è facile, ma perché è difficile»