Zio Paperone va a cercare un tesoro (Rodolfo Cimino, 1927-2012)

Tavola 1, vignetta 1-2-3-4.

In termini tecnici, una quadrupla. L’equivalente fumettistico, e soprattutto disneyano, del totalone nel quale appare il titolo del film: nella quadrupla, infatti, appare sempre il titolo della storia. E come in un film, possiamo immaginarci un dolly che scende e trova il protagonista della storia (che vedremo meglio nella vignetta seguente: doppia, figura intera).

Rodolfo Cimino faceva un’altra cosa.

La sua quadrupla (una meravigliosa selezione qui su Fumettologicamente, perché Matteo Stefanelli ne sa) era un manifesto della storia che stavamo per leggere. Un teaser, diremmo oggi: di solito nelle sue quadruple c’era sempre Zio Paperone (e magari Paperino e nipotini) in fuga, inseguiti o appena acchiappati da qualche strano mostro, o catturati da strani indigeni. I mostri si chiamavano Terror o Trizompa, gli strani indigeni… be’, quelli avevano nomi di ogni tipo. Come i Tapirlonghi. Qualunque disegnatore disegnasse quelle storie, mi bastava un’occhiata per riconoscere le quadruple di Cimino.

E non finiva qui. Nel momento stesso in cui continuavo a leggere la storia, sapevo che ero finito nell’universo di Cimino. I paperi dicevano “guiderdone”, “gonfalone” e “busillis”. “Taccagno” e “tapiro” erano il minimo. Le frasi, gli insulti, persino i lamenti erano diversi. Colti, ricercati: non prendevano per scemi il pubblico, che fosse di bambini o meno. (E per fortuna! Ho sempre considerato un’immane stronzata l’idea di dover abbassare il linguaggio “per farci capire dai bambini”. I bambini capiscono tutto, se noi non li trattiamo da stupidi.) “Dollarucci miei, quante me ne fate passare!” “Ohi, come soffro!” Era una storia Disney di Cimino: abbastanza Disney da essere riconoscibile, abbastanza Cimino da essere inconfondibile. È lì il difficile: trovare uno stile tuo, eppure rimanere con tutti e due i piedi in quella tradizione lì. E non è facile, dopo migliaia, MIGLIAIA, di storie, scritte ovunque, dagli Stati Uniti all’Argentina, nell’arco di più di ottant’anni. Eppure, Cimino ci riusciva.

A volte era facile, per noi sceneggiatori giovani e presuntuosi, dare per scontate certe sue soluzioni. O criticare il fatto che alla fine, era sempre una storia con “Zio Paperone che va a cercare un tesoro”. Per poi scoprire che non era affatto facile, scrivere storie con Zio Paperone che andava a cercare un tesoro. Uno che scrive (o inchiostra, perché è così che ha iniziato, con Romano Scarpa) 722 storie (cito dall’INDUCKS) e a 85 anni continuava imperterrito è un maestro della narrazione seriale.

Tavola 2: splash-page

Cimino non usava le splash-page, le vignettone a tutta pagina: nel fumetto Disney sono sempre state rare. Però anche lui, a suo modo, innovava. Ad esempio, con i Racconti intorno al Fuoco. In estrema sintesi: Nonna Papera racconta storie agli altri paperi. Eh già, comodo così, senza paperi puoi raccontare quello che ti pare. E invece lui inglobava i suoi personaggi nel mondo Disney, e ci stavano benissimo. Non solo: apriva la strada a emozioni meno consuete, rispetto alla storia-tipo. Il rimpianto. Il dolore. La vecchiaia. La solitudine. Il Bel Cavaliere e la Regina del Lago Perduto, Topolino 1782. Disegni di Giorgio Cavazzano, quindi per definizione favolosi. Io ho dodici anni e capisco che si possono fare cose fantastiche, in quelle sei vignette per pagina. Anche se non lo capisco, quelle tavole stanno cambiando me stesso e il mio modo di scrivere per sempre.

Oppure, Reginella. Paperino, orrore!, s’innamora di una che non è Paperina. Ma non c’è nulla di sbagliato o anti-disneyano in tutto questo: anzi, tutto è struggentemente nel canone. Quei paperi sono sempre meno paperi e sempre più umani, come succede quando a scriverli c’è un grande. Perché il segreto, lo capirò molti anni dopo, non è sbattere un “uack” o un “gulp” tanto per riempire tavole, o far muovere quei personaggi come se fossero macchiette. Quelli sono esseri umani travestiti da paperi. Pieni di spigoli e particolari, tensioni e qualità. Anche in un’apparente maniera di situazioni e stimoli. Cimino lo sapeva. E quella loro umanità veniva fuori.

Leggo Topolino da quasi trent’anni. Scrivo storie Disney da quasi nove. Ho letto almeno trecento storie di Cimino, e come me parecchie altre generazioni. Basta un’occhiata a quella quadrupla e so dove sono: nel mio passato e nella mia infanzia, come hanno scritto tanti fan sul forum del Papersera. Quei cucurbitoni e quei tapirlonghi, quelle isole lontane, quei “taratarì” e quelle zuppe del pioniere sono la nostra infanzia: tornarci è rassicurante, e in quell’angolo un po’ demodé eppure esilarante del mondo Disney ci stiamo tutti benissimo.

Però sabato Rodolfo Cimino è morto. I miei editor non vedranno più arrivare le sue sceneggiature, o meglio i suoi storyboard dettagliatissimi. I miei colleghi disegnatori non potranno più disegnare le sue quadruple. E quelli che scrivono, come me, dovranno andare avanti. Sperando di creare il nostro personalissimo angolo disneyano, e che qualcuno lo amerà come noi abbiamo amato quei tapirlonghi.

Tavola 1, vignetta 1-2-3-4. Quadrupla alla Cimino.

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