Con tutto quello che hanno combinato

I vertici del PD non cambiano strada. Anzi, vogliono rimanere al vertice del PD. Semplice, no?

Ora pensano a un segretario (non più a un reggente super partes) che venga eletto sabato dall’assemblea nazionale del 2009 e che poi si candidi alla segreteria a ottobre, con il sostegno del partito (uno schema alla Franceschini di quattro anni fa, per capirci).

Come dimissionari, sono parecchio attivi, non trovate? Chi non è andato al governo, di quel gruppo dirigente, si candida a rinnovarsi alla guida del partito. Così facciamo bingo.

Il Congresso si svolgerebbe solo tra i tesserati (e speriamo che ci si possa ancora tesserare) e non tra gli elettori (nemmeno quelli del famoso albo, che abbiamo registrato e fatto votare su un testo molto impegnativo, che poi non abbiamo rispettato), perché il segretario non sarebbe più automaticamente il candidato premier.

Posizione che condividono, immagino, il premier attuale (Enrico Letta) e il candidato premier in pectore (Matteo Renzi): per motivi diversi, a meno che i premier, in futuro, non diventino due (magari la convenzione per le riforme introduce il consolato alla romana).

Per il-segretario-in-due-mosse si parla di Guglielmo Epifani (più vicino a Bersani, dicono quelli che la sanno lunga) e Gianni Cuperlo (dalemiano più critico di altri): un derby, diciamo, in cui le magliette si faticano a distinguere.

Vorrei che fosse chiaro: se faranno davvero così, il PD ci toccherà farlo da un’altra parte. Perché questo non è più il PD, aperto e inclusivo che ci eravamo raccontati: è più o meno il suo contrario. Ed è la prosecuzione (con gli stessi mezzi) di quello che abbiamo visto al lavoro negli ultimi venti giorni. Con i successi che sappiamo.