La mia teoria del complotto
«Se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo»

Il complottista che è in me (in ognuno di noi) è sempre stato molto poco influente. Direi inoffensivo. Recluso dentro una solida gabbia di certezze politico-culturali e, direi, anche umane: né la società né la vita individuale sono spiegabili con formulette semplici. Nessun “complotto” basta a spiegare nulla. La famosa complessità (ogni avvenimento, ogni gruppo umano, ogni persona è il prodotto di un insieme di cause e di circostanze) è, per me, una certezza.
Chi ragiona – penso – si imbatte continuamente in nuove complicazioni e nuove sfumature. La vita è prevalentemente grigia, dividerla in zone solo bianche e solo nere può dare l’illusione di saperla leggere, ma è appunto un’illusione.
Va detto, però, che in questo periodo il complottista che è in me si sta prendendo qualche piccola rivincita. È sempre in catene, ma lo sento sogghignare alle mie spalle, e nelle notti di luna piena ulula: «avevo ragione ioooooooooooo…». Qual è la novità? Che cosa è accaduto, che possa averlo ringalluzzito?
Si è fatta strada l’idea che il nostro destino, il destino di tutti, sia nelle mani di pochi potenti, alcuni dei quali sciocchi e malvagi. E non è un’idea facile da digerire. Chi dice che è sempre stato così trascura di considerare che per un paio di secoli, su per giù l’ultimo e il penultimo, si era dato per acquisito il fatto che la politica e i destini del mondo fossero una faccenda collettiva: irriducibile all’arbitrio di qualche manciata di potenti.
La democrazia, il socialismo, il suffragio universale, l’opinione pubblica, la borghesia, il proletariato, i movimenti di massa, i partiti politici: non singole persone, ma soggetti composti da moltitudini di uomini e donne erano gli artefici del futuro.
Il momento storico, da questo punto di vista, è micidiale, spietato nell’escludere anche la sola ipotesi che esista un “noi” (o un “loro”) in grado di determinare gli avvenimenti, e di contrastare il dominio di minuscole lobbies con uno smisurato potere: Trump ne è l’espressione perfetta. Anche Putin, certo, ma nessuno ha mai pensato alla Russia come a un punto forte della democrazia. Tutt’altra è la storia dell’America.
Trump parla, e bombarda, come se niente e nessuno potesse interferire nel suo daffare e nei suoi affari. La cerchia ristretta dei suoi serventi (il genero immobiliarista che tratta gli assetti del mondo: ma vi rendete conto?) non vale che come conferma del suo potere. Che possa esistere uno scarto, anche minimo, tra i suoi interessi personali e quelli del suo popolo (tra l’io e il noi) è un dubbio che non lo sfiora. Quanto all’umanità non americana, per lui è solo un fondale, uno scenario inerte nel quale il Demiurgo (lui) plasma il mondo a suo piacimento. Come i selvaggi nei film di Tarzan, i non americani sono solo comparse da stendere a sberle o a fucilate.
Non sono complottista, dicevo: ma se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo. Se qualcuno mi dicesse che il mondo è nelle mani di una cinquantina di famiglie dedite alla magia nera, o di una lobby transnazionale di tecnocrati manipolatori, non gli crederei, ma lo ascolterei.
Il me complottista ha rialzato la testa, sente di avere qualche possibilità in più di dare una risposta a un bel po’ di domande: dove diavolo è finita la democrazia? Da quando è morta l’idea che la società umana, rispetto all’era tribale, non possa che evolvere? Come è possibile che Trump sia presidente degli Stati Uniti, e Pete Hegseth, un invasato convinto di avere indetto la nona crociata (l’ottava fu nel tredicesimo secolo), sia capo del più potente esercito della Terra? Che Israele sia governato da nazionalisti allucinati, aperti persecutori dell’umanità non israelita? Che la Persia sia la preda contesa tra un regime di preti sanguinari e un impero straniero? Che la Cina del partito unico, tutto tranne che un modello di democrazia, improvvisamente ci sembri, se accostata all’America fuori di testa, un polo di moderazione e di equilibrio?
Ovviamente non ho nessuna intenzione di dargli retta, al complottista che è in me. Sono sicuro che non avrebbe una risposta convincente a nessuna di queste domande – anche se in ogni bar c’è un complottista che te lo spiega lui, come sono andate le cose, e pure come andranno. Ma devo ammettere che la strada per zittirlo si è fatta più stretta.
Per esempio: bisogna credere nella politica come mobilitazione di moltitudini, capaci di cambiare la storia e magari di migliorarla. Credere nel peso quotidiano che ogni nostra azione e ogni nostra parola mantengono, anche se sembriamo tutti foglie secche in balìa dello spostamento d’aria delle bombe. Credere – e qui fatico a scrivere, per quanto mi sembra azzardato – nella libertà e nella pace, nell’uguaglianza tra gli uomini, nelle carte che sono state scritte per regolare il diritto internazionale.
Insomma credere in cose che in questo momento sembrano, tutte insieme, legate in un mazzo rinsecchito e buttate nel fuoco della violenza e della sopraffazione. Quelle famose cose che, a dirle, come minimo finisci nel novero delle “anime belle”, che è l’eufemismo derisorio con il quale i cinici classificano gli illusi.
La prossima volta che andrò a trovare il mio complottista, recluso in una celletta severa ma confortevole del mio cervello, gli spiegherò, per l’ennesima volta, che non credo nella magia nera, nemmeno in Satana, nella Spectre, nel Grande Algoritmo. Credo, in compenso, in cose perfino più fantasmatiche e inverosimili (la democrazia, per dirne una) e dunque sono molto più illuso di lui. Ma conservo, per lo meno, un pezzo di ragionevole speranza.
Poi berremo insieme il solito bicchiere, alla salute del mondo. Ci tiene anche lui, alla salute del mondo, anche se preferisce fare il duro e non vuole ammetterlo.
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Poi, la sera di domenica, appena finito di scrivere quanto sopra, ero a Milano per presentare, al cinema Anteo, Tutto il male del mondo, il documentario sulla fine tremenda di Giulio Regeni e sulla battaglia infinita dei suoi genitori – e di un sacco di gente – per tenere la luce bene accesa su quelle tenebre, con l’obiettivo di scacciarle. Luce contro buio, nient’altro.
È stata, la serata all’Anteo, un buon antidoto ai cattivi pensieri che avevo appena scritto, e che voi avete appena letto. La storia di Regeni è una testimonianza confortante di quanto moltissime persone – se non sono masse indeterminate, ma cittadini coscienti e organizzati – possano far sentire la loro voce, e avere peso.
C’erano Paola e Claudio, i genitori di Giulio, e l’avvocata Alessandra Ballerini, che è stata al loro fianco per tutti questi anni (tanti: Regeni è stato rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani nel 2016). Si percepiva la forza calma di quella famiglia semplice e determinata, di quegli striscioni gialli che da anni campeggiano su molti edifici pubblici del paese – sono diminuiti, dicono i Regeni, da quando governa la destra, «come se l’assassinio di un cittadino italiano pesasse di meno perché era di sinistra».
Non c’è stato nessun bisogno di approfondire le ragioni per le quali il ministero della Cultura ha deciso di non finanziare quel film. Una decisione scopertamente, schiettamente politica (i quattrini li diamo ai “nostri” film, non ai “loro”) confermata dalle altre scelte della commissione addetta alla distribuzione dei fondi per il cinema. Pingitore (quello del Bagaglino) sì, l’ultima sceneggiatura di Bertolucci no. Regeni no, il biopic su Gigi D’Alessio sì.
Poi, uscendo dal cinema, la notizia – molto rinfrancante, alla voce “futuro dell’Unione europea” – che Orbán ha perso nettamente le elezioni ungheresi, e il fronte sovranista mondiale vede scomparire un pezzo forte, uno dei suoi padri fondatori.
Ripenso a quando, molti anni fa (Orbán divenne primo ministro già nel ’98, poi nuovamente dal 2010 a oggi), Ágnes Heller, l’intellettuale ungherese più conosciuta in Europa, lanciò l’allarme: guardate che in Ungheria la libertà è minacciata di morte da questo signore, dalla sua cultura, dai suoi metodi, dalle sue epurazioni, dal consenso che raccoglie tra le anime semplici invocando Patria e Popolo, e indicando la democrazia come loro nemica mortale, alla maniera di Putin.
Heller è morta nel 2019, senza avere avuto il sollievo di vedere la fine politica di Orbán. La voce di un’intellettuale (della specie più “impopolare”: una filosofa) era servita a ben poco, quando diede l’allarme. A Budapest quella voce rivive – possiamo dirlo senza rischiare la retorica – in mezzo alla folla democratica che festeggia la vittoria.
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Due piccole Zanzare, per non perdere l’abitudine. Vilma segnala, da Repubblica on line:
MARTELLETTI FRANGIVENTO
E BOSSOLI DI SCACCIACANI:
DENUNCIATO DICIASSETTENNE
I martelletti frangivento sono molto poetici, degni di Duchamp. Quasi dispiace scoprire che fossero, ovviamente, frangivetro. Invece Andrea ha trovato su Leggo la notizia di un furto molto singolare, a riprova della crescente diffusione della cultura vegetariana:
BOTTINO DA SEI MILIONI PORTATO VIA IN SEI MINUTI:
LADRI FUGGONO CON VENTI CHILI D’ORTO
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Il tempo si è guastato – come si dice per abitudine, senza considerare quanto sana sia la pioggia, e quanto belle le nuvole. L’azzurro della scorsa settimana è scomparso, occultato da nubi sempre più minacciose, e la temperatura è scesa di qualche grado. Ieri, domenica, il grigio ha avvolto, ora dopo ora, quasi tutta la penisola; e oggi, secondo le previsioni, specie se abitate a Nordovest potreste leggere questo Ok Boomer! con la pioggia che batte sui vetri e rimbalza sui marciapiedi.
Le pozzanghere (parola bellissima) quando ero bambino mi sembravano laghetti, tutto sembra molto più grande quando si è piccoli. Oggi mi sembrano solo pozzanghere. Le apprezzo ugualmente, anche se invece di sguazzarci dentro, le evito. In alto i cuori.




