La lotta di classe climatica
«L’idea che siamo tutti sulla stessa Arca non è (ancora) in liquidazione»

Il caldo porco (caldo fottuto, caldo boia, caldo maledetto, caldo assassino, caldo della malora, eccetera) costringe a riflettere sul grande tema del riscaldamento del pianeta, e considerazioni correlate. Stefano Mancuso ha scritto (mia sintesi) che la politica, quasi al completo, non fa niente di serio e di strutturale per correre ai ripari perché l’opinione degli scienziati non ha alcun peso politico. Sono parole al vento, sempre che al vento torni la voglia di soffiare.
Dice Mancuso che, di cultura scientifica, la politica ne ha quasi zero. Se ne avesse, saprebbe bene che l’analisi quasi unanime degli scienziati (migliaia di studi e ricerche) documenta il peso decisivo che le attività umane hanno nell’aumento anomalo (anomalo vuol dire: molto più veloce che in passato) delle temperature. Di qui, dunque soprattutto dall’ignoranza, l’inerzia dei governi: non fanno perché non sanno.
Sarà che la canicola deprime, ma a me sono venuti in mente pensieri anche più foschi. L’ipotesi che basterebbe più scienza, nelle stanze del potere, per cambiare rotta in modo deciso, è quasi ottimista. Ce n’è una peggiore, che provo a sintetizzare con il rischio di sembrare, per le prossime dieci o venti righe, quasi complottista, oppure uno sceneggiatore di serie tivù catastrofiste.
I potenti del mondo – parlo del potere finanziario e di quello politico, che per esempio nell’America di Trump sono ormai coincidenti – sanno benissimo quali sono le cause del riscaldamento climatico. Ma minimizzano la questione perché valutano che la ricaduta sarà soprattutto a svantaggio dei miserabili e degli indifesi: è tra le loro sterminate schiere che la siccità, i picchi di calore, la fame, le malattie, l’innalzamento dei mari sceglieranno le loro vittime. I benestanti troveranno riparo, hanno case e rifugi e risorse, hanno tecnologia e denaro, sapranno prima degli altri quando, e quanto, e come bisognerà difendersi dai cataclismi, e mettersi in salvo.
L’Arca di Noè esiste, ed è la carta di credito. I poveri no, non avranno scampo: e non è detto che questo sia un danno così grave, considerato il sovrappopolamento della Terra. Lo sfoltimento drastico del genere umano consentirà ai sopravvissuti di riorganizzarsi con più calma e più agio. Dunque lasciamo che “la natura” faccia il suo mestiere, selezionando i superstiti su basi che alla conventicola di multimiliardari che ha incoronato Trump sembreranno magari eugenetiche, ovvero di promozione dei migliori, più forti, più sani.
Ma solamente a loro, perché se mettete a confronto le ragazze e i ragazzi dell’Africa subsahariana in fuga dalla siccità che arrivano su un barcone e gli iscritti a un golf club del Texas, vi sfido a stabilire chi siano i più forti e i più sani. Non sarebbe eugenetico, dunque, sarebbe meramente plutocratico il criterio di selezione degli scampati. Fine dell’ipotesi distopica “complotto dei ricchi per diminuire il numero dei poveri, e il loro ingombro”.
Ovviamente, e per fortuna, le obiezioni possibili sono molte. Per esempio: ci sono governi che, al contrario di quello americano che inneggia al carbone e ai consumi, e include anche l’ambientalismo nel pacchetto scellerato della cultura woke, hanno adottato misure prima impensabili: politiche energetiche alternative ai combustibili fossili, cicli produttivi sottoposti a misure di controllo molto più severe, cura dell’ambiente molto più vigile, anche alla luce di nuove acquisizioni scientifiche.
Non è dunque “la politica” in sé, a peccare di omissione: qualcuno, nei parlamenti e nei ministeri, ci prova. Qualcosa si fa. E in questo quadro, semmai, sarebbe “il popolo”, legato a vecchie tradizioni di way of life e di consumi, a osteggiare o ritardare il cambiamento virtuoso.
Sta di fatto che pensieri e propositi che, fino a pochi decenni fa, erano appannaggio di poche e illuminate avanguardie, oggi sono quasi una pratica di massa. Si pensi, almeno in Europa, al riciclaggio dei rifiuti. Non sono (ancora) decrepito, ma ricordo bene quando “l’immondizia”, intesa come una sola, fetida e indistinta deiezione di famiglia, veniva buttata in una botola posta in ogni pianerottolo e precipitava a pianterreno in un antro orrendo, svuotato un paio di volte alla settimana per accumulare il tutto in enormi buche fuori città, oppure erigendo vere e proprie montagne di rifiuti.
Oggi ci sembra incredibile. Primitivo. E anche questa è politica, il mutare dei comportamenti collettivi in senso virtuoso e/o vizioso, la fatica di costruire consenso attorno a progetti e speranze, oppure attorno a privilegi e menefreghismo.
È dall’idea che non devono averla vinta in pochi, perché il mondo è di tutti e la vita è di tutti, che nasce la politica migliore, e dunque se è verosimile che alcune lobby di potere possano fare finta di ignorare il riscaldamento del pianeta perché non saranno loro a pagarne le conseguenze, altrettanto verosimile è che non la spunteranno facilmente. Per fortuna l’idea che siamo tutti sulla stessa Arca non è (ancora) in liquidazione. Non è quotata in Borsa ma ha radici solide, e resiste alle tempeste.
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Tantissime le mail, soprattutto di lettrici, sul caso Mari/Murgia e su quanto ho scritto in proposito la settimana scorsa. Prevale largamente il fastidio per il moralismo e l’intenzione censoria del politicamente corretto, ma non mancano le opinioni contrarie: sarebbe peggio lasciare correre perché vorrebbe dire concedere spazio e impunità a parole e pratiche politiche oltraggiose e discriminatorie. Più, ovviamente, le posizioni intermedie.
Qui sotto una sintesi che definirei politicamente corretta, nel senso che ho corretto la sproporzione di partenza, dando più o meno uguale spazio alle due posizioni. Grazie a tutti, come sempre, per l’equilibrio e la civiltà con la quale esprimete anche le opinioni più vigorose. Come direbbe un cantante ruffiano durante un concerto, siete un pubblico meraviglioso.
“Sono Andrea e vorrei non alterarmi ogni volta che sento parlare del politicamente corretto, succede sicuramente per una mia incapacità cognitiva che mi fa sfuggire alcuni passaggi, evidentemente fondamentali. Procedo banalmente.
Non capisco come abolire parole, anche odiose, possa essere migliorativo, e non terrorizzante. Non capisco perché urtare la sensibilità possa essere deplorevole, anche perché i confini delle varie sensibilità sono ignoti e mutevoli, e inoltre chi le ha sapute urtare con varie arti le ha cambiate in meglio. Non capisco come si possa pretendere di essere giudici di buon costume e non censori: ovviamente se rilascio patenti escludo chi non la merita. Inoltre, visto il periodo, mi sembra un accapigliarsi per decidere chi è il più ricco del cimitero. Tutto abbastanza inutile”.
Andrea Merzi
“Mi ritrovo pienamente in questa sua sintesi: ‘Sono d’accordo con lo spirito e le intenzioni del politicamente corretto. Ma penso che sia insopportabile, e non da oggi, il suo uso censorio e intimidatorio, la continua revisione ideologica del pensiero e delle parole altrui sulla base di canoni di una immaginata virtù morale e di una insindacabile ragione. Diventano odiose, la virtù e la ragione, quando producono conformismo’.
Trovo stucchevole e francamente insopportabile l’ondata di moralismi che accompagna ogni parola degli artisti (prima del caso Mari c’è stato quello di De Gregori). Penso anche che sarebbe ora di smetterla di confondere l’autore con la sua opera. La storia della letteratura (e dell’arte in genere) è piena di artisti che hanno realizzato capolavori, pur non essendo stinchi di santo. Uno su tutti Céline. Il suo Viaggio al termine della notte è un libro senza il quale saremmo tutti più poveri, a prescindere dalle posizioni terribili che ha enunciato in altre sue opere. Se ne facciano una ragione i vecchi e i nuovi moralisti: lo spirito soffia dove vuole, le Muse parlano con chi gli pare, senza bisogno di chiedere permessi o patentini.
Se poi proprio vogliamo parlare di coerenza tra dimensione pubblica e privata e, a maggior ragione, di rispetto della Costituzione, forse, dovremmo guardare alla politica. Per anni abbiamo digerito di tutto e oggi ci troviamo di fronte a personaggi le cui parole trasudano razzismo da ogni poro senza che, per questo, siano dichiarati ineleggibili. Ad ogni modo, la coerenza morale quando viene usata come arma contro gli altri, per me smette di essere una virtù e diventa semplicemente fanatismo. Lontano dai fanatici: rattristano il cuore, fanno danno e, come direbbe Montalbano, rompono i cabbasisi”.
Gaia
“Ti leggo e ti ascolto da sempre. E sempre con grande divertimento e gratitudine per aver contribuito alla mia crescita culturale (ho letto Vonnegut solo perché lo citavi spesso). Ma questa tua indulgenza nei confronti di quanto ha detto Mari in quel pulmino, proprio non la capisco. E non capisco perché in tutti gli articoli sulla vicenda si è delimitato il perimetro attorno a Murgia. Le offese non erano solo a lei. Sono stata una bella ragazza. Ma oltre a voler fare la ballerina, come molte fanciulle dell’epoca pre-influencer, mi piaceva anche studiare. E come consigliato da Vasco, non me ne sono mai vergognata.
Lo studio mi ha portato ad avere una personalità, la danza a mantenere un fisico magro. Quando esprimevo questa personalità cercando di mostrare l’ovvio all’ottuso, le reazioni, soprattutto nel piccolo mondo intellettuale della mia provincia, erano esattamente quelle che ha avuto Mari: violente e denigratorie sul mio fisico. Tette troppo piccole per piacere agli uomini, dicevano che per questo ero frustrata. Mi ha colpita che a distanza di tempo, troppa per i miei gusti, alcune reazioni degli uomini davanti all’intelligenza analitica delle donne non siano cambiate. È così anacronistico quello che ha detto Mari che mi sono intristita. Di una tristezza che difficilmente va via davanti a una coppa di gelato”.
Katiuscia
“Basta con le patenti di politicamente corretto (che poi: ma queste patenti andrebbero rinnovate, o uno le ha per sempre?), basta con i distinguo semantici che alla fine del dibattito non sai neppure più chi sei e cosa pensi, basta con lo stato di indignazione perenne, con le censure a priori. Vorrei un po’ (solo un po’) di serenità nella discussione, vorrei poter dire, per esempio, che Michela Murgia non mi ha mai convinto fino in fondo. Ma senza sentirmi in colpa, perché so che ha fatto un lavoro importante e però non è che mi devo tenere il santino in tasca.
Vorrei continuare a dire che leggere “cara/o iscritto/a, le/i delegate/i italiane/i salutano le relatrici/i relatori…” mi fa venire l’orticaria e lo considero un vezzo inutile. Perché penso che non ci sia una cultura maschilista? Perché penso che le parole non siano importanti? No. Perché non dovremmo sentire il bisogno di pre-assolverci, di far mostra di essere dalla parte “giusta”. Sento di avere molte domande e mi fanno anche un po’ paura quelli che hanno solo risposte”.
Laura Guerrini
“Un piccolo dubbio mi è rimasto, ripensando al sentimento di indignazione (ho controllato il significato sulla Treccani) che ho provato leggendo le parole di Mari, e di cui ho trovato scarsa eco nel tuo articolo. Michela Murgia secondo me era bellissima, non bella secondo i canoni estetici dominanti, ma di una bellezza che partiva da dentro e sapeva esprimersi con forza. Certo chiunque può non essere d’accordo e dirlo, anche con le parole di Mari (quelle sì brutte) ma anch’io ho il diritto di dire che quelle parole mi hanno fatto passare la voglia di leggere il suo libro”.
Leonarda
“Questa volta non sono proprio d’accordo con lei. Non sollevare indignazione su comportamenti manifestamente scorretti rischia, secondo me, di travalicare il limite dell’accettabile”.
Paola
“Mi sono chiesto se sia mai esistito un momento in cui il dibattito è stato davvero civile, quando la polemica (la vita, come dici tu) non sia stata solo, non ‘anche’, sangue e merda, quando, in altri termini, la creazione di codici morali condivisi non abbia avuto come portato ‘naturale’ anche un certo bacchettonismo. Temo non si scappi. La democrazia liberale ha contrassegnato quel momento incredibile nella storia in cui lo scambio di idee non ha comportato automaticamente ostracismi, purghe, censure, massacri. Il grottesco spettacolo dei cortigiani di Trump che sono pronti a ripetere qualsiasi cosa dica il capo o le derive censorie del progressismo mi paiono spie dei pericoli che corre un po’ ovunque l’idea che tra diversi ci si possa anche confrontare.
Ricordo un articolo sul Corriere della Sera di Liliana Segre sul rischio di usare parole come clave. Si riferiva all’uso della parola genocidio in relazione alla situazione di Gaza. Ma, come dici tu, la vita è sangue e merda e non una pagina di dizionario. Anche in contesti di rispetto le parole diventano clave quando sono vive, se il tema interessa a qualcuno. Quando sono precise danno vita a dibattiti accademici, ma di fatto muoiono, diventano sterili”.
Giovanni
“Venendo da un piccolo paese della Liguria, quando mi sono trovata a Roma per l’università ho fatto presto a capire che il mondo non era a misura delle femmine e ho provato a condividere questo pensiero con gli amici, ma mi è stato risposto: dai non è vero! È vero che il maschilismo è molto presente ancora oggi, ma non ho esperienza che maschilismo e patriarcato fossero allora molto più forti, aggressivi e violenti. Anzi, mi sentirei quasi di giustificare di più il maschilismo di allora in quanto c’era molta più inconsapevolezza e/o ignoranza rispetto a oggi.
Quella frase sulla bellezza/bruttezza di Murgia è davvero orribile, da uomo delle caverne. In questo caso, pertanto, da difendere c’è solo l’inopportunità della pubblicazione di una conversazione privata e il dubbio che queste parole siano mai state dette o almeno in quel modo. Poi se il libro di Mari è il migliore, che vinca il premio Strega! Io lo leggerò di sicuro”.
Amelia Marzano
“L’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa è necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società. Dunque, nel citato caso di ‘Più libri più liberi’ sono d’accordo con l’organizzazione: per essere coerenti, anche solo con il concetto della manifestazione, non si possono accettare autori/autrici e ideologie che contrastano la libertà altrui (appunto, seguendo il paradosso dell’intolleranza).
Nel caso di Mari, invece, lascerei aperto il dubbio. Non sulle parole sessiste che, se pronunciate nel modo in cui sono state riportate, rimangono gravissime, sia nei confronti di Murgia che di tutte le altre donne. Lascerei aperto il dubbio in quanto non si ha l’esattezza di quelle parole, del contesto dialogico in cui sono state pronunciate e, di conseguenza, non si ha certezza che coincidano col pensiero ideologico di Mari, soprattutto se non si ha traccia di pensieri maschilisti e simili nei suoi scritti”.
Valentina
“Ho trovato riduttivo definire Michela Murgia una scrittrice. Penso che in primis sia stata un’intellettuale e un’attivista che si è espressa in vari modi, compresa la scrittura. Una intellettuale che sì, si è dedicata al femminismo, ma anche all’analisi del contemporaneo, del politico, della religiosità, dei rapporti interpersonali (ascriviamo anche questo, tanto per cambiare, al femminismo?)… E la sua voce va ricercata non solo nei suoi libri, ma anche nelle sue conferenze, nei post sui social, pure nell’appuntamento quotidiano che ci ha regalato insieme a Chiara Valerio su YouTube durante la pandemia.
Quanto a definire ‘violento’ l’argomentare di Michela Murgia, riporto una citazione di Chimamanda Ngozi Adichie che si trova in Stai zitta di Michela Murgia: ‘Nel nostro mondo un uomo è sicuro di sé, una donna arrogante. Un uomo è senza compromessi, una donna una rompicoglioni. Un uomo è assertivo, una donna aggressiva. Un uomo è stratega, una donna manipolatrice. Un uomo è un leader, una donna ha manie di controllo. Un uomo è autorevole, una donna è prepotente.’
Le caratteristiche e i comportamenti sono gli stessi, l’unica cosa che cambia è il sesso. Le ho scritto per senso di gratitudine verso Michela Murgia. Ho 67 anni, ho vissuto il femminismo degli anni ’70, i gruppi di autocoscienza… poi è arrivata Michela Murgia e mi ha offerto moltissimi spunti di riflessione, sguardi da altre prospettive, aperto interrogativi alcuni dei quali sono rimasti tali e quindi sono inviti alla ricerca, che mi trovassi d’accordo con lei o meno”.
Mara
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Grazie ad Antonio, che scrive da Ginevra, le Zanzare possono ben dire di avere un profilo internazionale. Ecco la versione francese dell’antico titolo-madre di questa rubrica (“Zanzare mostruose assediano Milano”), tratta dal giornale gratuito GHI:
LES FOURMIS PRENNENT
GENÈVE D’ASSAUT
Resisterà Ginevra all’assalto delle formiche? Dal Mattino di Padova Anna, e anche Francesca, ci segnalano questa notizia di cronaca davvero inedita. Mutando i tempi, cambiano anche i protagonisti di fatti e fattacci.
IL ROBOT ASPIRAPOLVERE SCAPPA DALLA PIZZERIA
E SPARISCE NEL NULLA. PARTE LA CACCIA
L’avranno ritrovato? Verrà affidato ai servizi sociali? Diventerà il simbolo della rivolta anti-schiavista, come Spartaco? Posso solo aggiungere che quando il robot aspirapolvere circola per casa mia, non mi fido delle sue intenzioni e divento nervoso. Tensione domestica anche in questo titolo che Francesco ha trovato su La Nuova Riviera:
NOTTE DI PAURA AD ACQUAVIVA
LADRO ENTRA IN CASA MENTRE STA DORMENDO
Se i malviventi agiscono anche mentre dormono, dove andremo a finire? Per concludere, recupero da Repubblica online (segnalato da Giovanni) questo ormai datato refuso, di ambiguo significato politico:
BALLOTTAGGI, NEI CAPOLUOGHI È PARECCHIO: 3 a 3
Chiariscono i numeri che si trattava di pareggio.
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Si compulsano ansiosamente i vari siti meteo per sapere quando molla il caldo. Tento una sintesi: da martedì, nella Padania infocata e in generale su al Nord, cominciano a scendere, piano piano, le temperature. Mercoledì e giovedì dovrebbe scavalcare le Alpi una perturbazione settentrionale (e già la parola “settentrionale”, solo a dirla, porta un po’ di refrigerio). Dunque ancora un giorno o due, e il peggio sarà alle spalle. Nel mondo agricolo qui attorno si paventano grandinate o piogge sconsiderate, di quelle che dilavano i campi, massacrano le vigne e rovinano le strade. Ci affidiamo al dio della giusta misura, ma ultimamente è molto distratto.
Qui attorno sembrano attive solo le cicale, che fanno un fracasso da segheria. In attesa dei gruccioni, che di solito arrivano solo a luglio, gli altri uccelli assecondano la greve requie del caldo e se ne stanno zitti e buoni in mezzo alle fronde.
La mia safety room è uno stanzone (ex garage) a pianterreno per metà infossato nel terreno. Ci sono un tavolo, un divano, un letto, un lavandino, come bunker anti-cataclisma è molto precario, ma come cella monacale è quasi lussuosa. Lo stanzone è già fresco di suo – non ci batte mai il sole – ma un piccolo condizionatore aiuta a passare le giornate.
Elon Musk e Bill Gates avranno di meglio, ma al prezzo di qualche chilometro cubo di emissioni nocive. Andremo al fiume a fare il bagno. A metà mese, qualche giorno in montagna. In alto i cuori (a 1600 metri, per la precisione).




