Nessuno tocchi il pulmino
«Penso che piuttosto che sgridare gli altri e biasimare con sdegno le loro parole, sia più giusto e proficuo sorvegliare sé stessi e cercare di dire meglio le cose che altri dicono peggio»

«Ma allora tu sei d’accordo con Michele Mari?», mi scrive polemico un lettore di Repubblica dopo avere letto la mia Amaca di ieri, domenica 21 giugno. E un poco mi cadono le braccia, perché il punto non è questo. Non è assolutamente questo. Che io sia d’accordo o non sia d’accordo con le frasi sessiste attribuite a Michele Mari contro Michela Murgia (no, non sono d’accordo, ma è veramente imbarazzante doverlo specificare) è totalmente ininfluente.
Non sono d’accordo con le conseguenze che le opinioni di Mari su Murgia, per quanto offensive, o per quanto goffe o fraintese, potevano avere, e per fortuna non hanno avuto, sulla sua partecipazione a un premio letterario. Non sono d’accordo con il comunicato della Fondazione Bellonci nel quale si specifica che tra gli intendimenti della stessa non c’è l’offesa alla dignità delle persone, affermazione che suona perfino ridicola alla luce del fatto che non credo esista al mondo una sola associazione che abbia come obiettivo statutario l’offesa alla dignità delle persone.
Sono d’accordo con il diritto di ciascuno all’indignazione, ma non sono d’accordo con l’indignazione corale e codificata, l’indignazione che diventa dogma morale e crea tabù e discriminazione: conseguenza tanto più assurda quando l’intenzione degli indignati è combattere i tabù e le discriminazioni.
Sono d’accordo con il diritto alla polemica, che come la politica è sangue e merda, dunque è vita. Non sono d’accordo quando la polemica, con un meccanismo di attribuzione aprioristica delle ragioni e dei torti, delle virtù e dei vizi, parte dall’indicazione di un colpevole e di una colpa: sentite qui che cosa ha detto la scellerata, lo scellerato! È una comodità psicologica e politica, quella di indicare un colpevole da processare, utile soprattutto a fare sentire innocente chi accusa.
Sono d’accordo con la Costituzione italiana (anche se mi fa decisamente ridere la pomposità dell’affermazione “sono d’accordo con la Costituzione italiana”) ma non sono d’accordo con la richiesta agli editori partecipanti alla fiera “Più libri più liberi” di firmare una specie di certificato di fedeltà alla Costituzione italiana. Il ruolo degli editori è pubblicare libri, non bonificare la società dall’errore, la Costituzione non è la Bibbia (anche la Bibbia, del resto, secondo me non è “la Bibbia”) e gli editori, gli scrittori, gli intellettuali non sono predicatori che invocano il Libro o la Carta come unica retta via, sola salvezza.
Fate ammenda e pentitevi: è questo il messaggio che i più evoluti, i più coscienti, i più illuminati hanno da dare al resto del mondo? E come biasimare il resto del mondo se non sopporta cavezze e frustate, ormai considerate improponibili anche per cavalli, asini e muli?
Credo che Michela Murgia sia stata una donna forte, intelligente, combattiva, da leggere anche per fare cadere parecchi birilli mentali, specie maschili (ma NON solo per questo: era una brava scrittrice a prescindere da questa veste pedagogico-morale del suo lavoro; fosse stata una cattiva scrittrice non ricorderemmo, di lei, una sola virgola). Ma credo che la parola e la cultura non abbiano bisogno di sante e di santi e anzi, all’opposto, la pratica della scrittura e della lettura portino inevitabilmente a una percezione più dubitativa, più laica, aggiungo più umile, delle cose del mondo.
Penso che il maschilismo e la cultura patriarcale siano ancora molto forti (soprattutto nella vox populi e nella mentalità corrente, meno negli ambienti più acculturati e politicizzati: per dirla bruscamente, il popolo se ne frega e di Michele Mari e di Michela Murgia, per non dire dello Strega) ma penso che maschilismo e patriarcato fossero molto più forti, aggressivi e violenti quando ero ragazzo; e di conseguenza non penso sia utile e giusto, nei commenti odierni su maschilismo e patriarcato, usare toni apodittici e apocalittici, tipo “oddio cosa ci tocca sentire!”, o “dove andremo a finire di questo passo!”.
Si sentiva infinitamente di peggio quaranta o cinquant’anni fa, si stava peggio quando si stava peggio, care ragazze e ragazzi, quando femminicidio non era una parola concepibile, nemmeno pensabile, nei processi il delitto d’onore valeva come attenuante, gli omosessuali venivano detti invertiti, le donne libere puttane, i padri padroni pretendevano di disporre delle vite e delle scelte di mogli, figlie, figli.
Penso che il politicamente corretto abbia introdotto un importante, utile, inedito impegno a usare con attenzione e rispetto le parole, a rivedere definizioni rese improponibili dai mutamenti politici e di costume, a responsabilizzare la parola pubblica. Ho ancora memoria, a trent’anni di distanza, di quando un lettore sovrappeso mi scrisse una mail piena di dolore e di delusione perché avevo scritto la parola “ciccione”; e il suo dolore e la sua delusione mi servono ancora come un promemoria quando scrivo, e rischio di dimenticare che le parole sono taglienti, sono pesanti, sono un’arma.
Come ben sapeva Murgia, del resto, che le usò anche per combattere, attaccare, colpire atteggiamenti, mentalità diffuse, ma anche singole persone alle quali aveva qualcosa da dire: e non le diceva certo, le sue cose, smussando gli angoli.
Sono d’accordo, insomma, con lo spirito e le intenzioni del politicamente corretto. Ma penso che sia insopportabile, e non da oggi, il suo uso censorio e intimidatorio, la continua revisione ideologica del pensiero e delle parole altrui sulla base di canoni di una immaginata virtù morale e di una insindacabile ragione. Diventano odiose, la virtù e la ragione, quando producono conformismo, e sembrano una giaculatoria buona per le beghine e i baciapile.
Penso che piuttosto che sgridare gli altri e biasimare con sdegno le loro parole, sia più giusto e proficuo sorvegliare sé stessi e cercare di dire meglio le cose che altri dicono peggio: le cose sbagliate si combattono cercando di fare le cose giuste, non ci sono altri modi.
Penso che Michele Mari, su Michela Murgia, abbia torto marcio, e spero che vinca lo stesso il Premio Strega. Infine, chiedo scusa ai lettori per il tono più assertivo del solito di queste righe. Di solito, quando scrivo, apro più parentesi e mi concedo qualche digressione dubitativa. Però ogni tanto bisogna, come si dice, prendere posizione. È quello che ho sentito di dover fare.
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A proposito di errori, è imbarazzante e al tempo stesso comico il mio della scorsa settimana (che il Post ha corretto dove possibile): ho dato per morto Tony Renis che invece è vivo e sta benone. Mi scuso con lui e ringrazio i lettori (molte decine) che mi hanno scritto per farmi notare lo svarione, alcuni con una certa gravità, la maggior parte prendendomi meritatamente per i fondelli e rallegrandosi dell’errore che, secondo la scaramanzia, allunga la vita al dato per morto non essendolo.
Non si verifica mai abbastanza quello che si scrive, anche ciò che ti sembra certo a volte non lo è: i neuroni non sempre lavorano per te, a volte giocano contro. Il giornalismo è ricco di incidenti simili, si dice che Mark Twain, leggendo su un giornale la notizia della sua morte, l’abbia definita “grossolanamente esagerata”. Rimane il commento più spiritoso a disposizione in casi simili.
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Se qualcuno di voi ha voglia di sfidare il caldo criminale di questi giorni, a Milano alla Fabbrica del Vapore, aperta fino al 14 ottobre, c’è una mostra che rinfresca lo spirito. Che parla d’aria, di vento, di leggerezza. Li mette in scena. Si chiama Il cosmo, l’artista è il giapponese (e cittadino del mondo) Susumu Shingu, che lavora da sessant’anni in simbiosi con i movimenti dell’aria e dell’acqua. Li asseconda e in un certo senso li illustra: li rende visibili attraverso strutture variopinte, esili eppure resistenti e resistenti perché mobili (il famoso “mi piego ma non mi spezzo”).
Sono aquiloni o ali o vele, in frammenti e in gruppi anche numerosi, legati tra loro da una trama metallica così sottile da essere quasi invisibile. Danno l’idea di una flottiglia che naviga pur essendo ancorata al suolo: naviga nel tempo e nella natura. Sia un refolo o una ventata che le anima, le opere di Shingu sono sempre in movimento e danno l’idea che niente sia mai fermo e tutto cambi in continuazione. Panta rei, tutto scorre.
L’autore, che ha quasi novant’anni, ha montato le sue opere sotto un sole cocente, mantenendosi caparbio e sereno e facendo stare un poco in apprensione i suoi collaboratori. Deve avere una specie di brezza incorporata, come le sue opere. Uno sguardo autorefrigerante sul mondo, che conosce come pochi avendo montato le sue strutture quasi ovunque, in Mongolia, in Finlandia, in Nuova Zelanda, a Boston, a Osaka. Se vedete qualcosa di colorato che danza nell’aria, in qualche parte del mondo, o è un aquilone o è un’opera di Shingu.
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Mi è piaciuta questa lettera, la storia che racconta e la morale che se ne trae. Voglio condividerla con voi.
“Tanto tempo fa fui spedito, per punizione, in un polveroso archivio del Banco di Napoli in via Tribunali. Avevo un collega palestrato, perennemente lampadato, sempre con occhiali da sole a specchio, taglio dei capelli alla marine. Odiava gli ebrei in maniera imbarazzante, non esitava a dichiararlo apertamente. Di cognome faceva Guardascione: tipico della zona Flegrea.
Una volta non ce la feci più e lo affrontai. “Sei di Bacoli, vero?” gli feci. “Sì, e ne sono orgoglioso, tu invece sei un chiattillo (parassita che si annida nell’inguine, a Napoli indica il giovane di buona famiglia un po’ perdigiorno; Antonella Cilento, scrittrice napoletana molto brava, ne ha fatto un’insuperabile descrizione nel suo Bestiario napoletano) del Vomero (cosa vera, peraltro). Mi odiava per default essendo io un sindacalista comunista.
“Senti – gli dico – mi spieghi com’è che dalle tue parti sono diffusi nomi come Davide, Giona, Ester, Rebecca?”.
“E che ne so? Sarà una devozione locale”.
“Nei Campi Flegrei c’è la devozione per San Giona e Santa Rebecca? E dimmi, scommetto che sei orgoglioso che Salemme, l’attore, sia tuo concittadino”.
“Certo, è divertente e simpatico.”
“Tu ti chiami Guardascione, o no?”
“E allora? Che vuoi dire?”
“I Guardascione sono coloro che guardano a Sion. Mettici che dalle tue parti ci sono i Salemme, e in tanti vi chiamate Davide, Giona, Rebecca. Tu non lo sai ma in zona Flegrea la presenza di comunità ebraiche è documentata sin dai tempi di Nerone, e ancora nel Medioevo erano floridissime. Guardascio’, tu se non sei ebreo sei di origini ebraiche. Che mi dici?”
Lanciò un urlo e si scagliò contro di me, riuscii a svignarmela e mi concessi una sfogliatella in una delle meglio pasticcerie di Napoli che era nei paraggi. Questo per dire come sia vana e inutile la rivendicazione di appartenenza razziale o nazionale basata sulla biologia. Molti ismi sono stati forieri di tragedie, ma nessuno come nazionalismo e razzismo”.
Rosario Frattini
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Se patite il caldo e non potete andare al mare o in montagna, non maledite il tempo nemico. Portate pazienza e aspettate che passi: si suda di meno. I cani cercano il punto più fresco, o meno caldo, si stendono sospirando all’ombra e aspettano la sera. A sera si alzano, si sgranchiscono, scodinzolano e finalmente provano a correre e a giocare. Bevono molto. I cani sanno il fatto loro, e lo sanno senza nessun bisogno di ascoltare i consigli dei telegiornali.
Quanto a noi: frigorifero pieno di cose buone da bere e leggère da mangiare, i mondiali in televisione, per chi non ama il calcio c’è da scegliere tra qualche migliaio di film e serie tivù. E un buon libro, naturalmente. Ah già, poi si deve anche lavorare, ma piano, senza strafare, mi raccomando.
L’aria condizionata è una bella invenzione ma ricordatevi che la moderazione è salute, lo scialo è malattia: non fate come gli americani che la mettono a diciotto gradi. Esagerano sempre, gli americani. Teniamola attorno ai 24/25 gradi, che basta e avanza per reggere fino a quando saremo al mare, meglio ancora in montagna. E sempre e comunque: in alto i cuori.




