La rivergination di Google

Oggi Eric Schmidt, intervistato da Beppe Severgnini sul Corriere della Sera sull’affaire Snowden-NSA, afferma:

«Lo so. Ho letto il suo libro. Si sbaglia. Voglio essere chiaro. Le affermazioni di Greenwald sono false e lui lo sa. Punto uno: non eravamo consapevoli che la Nsa (National security agency, Usa) o il Gchq (Government communications headquarters, Uk) avessero accesso ai nostri servizi interni. Punto due: non abbiamo collaborato con loro. Quando, tempo dopo, è uscito un documento da cui risultava che il Gchq in effetti intercettava il traffico tra i nostri server, immediatamente abbiamo criptato tutto, Gmail verso Gmail e sempre di più Gmail verso non Gmail. Ma queste intrusioni ci hanno fatto arrabbiare. Molto».

Si tratta di una frase interessante perché, da sola, spiega la strategia mediatica delle grandi aziende Internet nei confronti della sorveglianza di NSA applicata alla rete Internet e, nello specifico, ai dati legittimamente mantenuti da grandi società Internet come Google, Facebook, Microsoft, Yahoo e altre.

Benché Schmidt non lo dica, la relazione fra le aziende web e NSA è stata fin dall’inizio doppia. Involontariamente doppia. Tentiamo una cronistoria di quanto è accaduto in quest’ultimo anno.

Primo punto. Google, Facebook e gli altri negli anni hanno messo in piedi un rapporto segreto e confidenziale con l’Agenzia di Sicurezza Americana (e un po’ con quella inglese) senza informarne i propri utenti. In un numero forse trascurabile di casi questo rapporto avveniva all’interno di un sistema di autorizzazioni legali predefinite, in molti altri casi il particolare ruolo sensibile dell’Agenzia faceva in modo che NSA e le aziende Internet collaborassero in maniera ben più ampia di quanto previsto dalla legge con buona pace di tutti.

Secondo punto. Quando Guardian e Washington Post hanno pubblicato i primi documenti di Snowden nei quali l’esistenza di questa collaborazione era chiara e indiscutibile, Schmidt Zuckerberg e compagni hanno iniziato l’arrampicata sugli specchi in difesa del proprio modello di business che improvvisamente era in pericolo. La difesa era chiara: mezze frasi, doppi sensi, comunicati stampa tanto asettici da non dire nulla. La sintesi era che sì, Google, Microsoft, Yahoo, Facebook ed altri avevano collaborato con le Autorità ma sempre (quasi) all’interno di un set di regole e di silenzi ai quali era impossibile sottrarsi. Era una bugia ma una bugia sempre minore di quella che Schmidt ha detto oggi a Severgnini quando ha affermato: “non eravamo consapevoli che NSA avesse accesso ai nostri servizi interni”. Lo sapevano benissimo, lo hanno anche ammesso un numero considerevole di volte ed oggi fingono di dimenticarsene ed usano il trucchetto dei servizi “interni” per riferirsi solo ad una parte del tutto (una parte del tutto che il lettore medio non conosce).

Terzo punto. A un certo momento una nuova ondata di documenti ha chiarito che le cose, per gli utenti, stavano perfino peggio di così e che NSA oltre a intavolare trattative, mandare richieste e condividere server con Google e compagnia, sempre con tono bonario e collaborativo come si addice a chi sta salvando il mondo dal terrorismo, intercettava molto di più, perfino – apriti cielo – le connessioni fra i data server di Gmail. Non è così strano, trattasi di tipico doppio gioco da agenti segreti: fatti amico Google e poi segretamente fotti Google. Basta guardare un paio di film di 007 per imparare lo schema.

Quando anche queste informazioni sono diventate di dominio pubblico per Google, Facebook e gli altri la misura si è infine fatta colma ed è cominciata da un lato la messa in atto di contromisure tecnologiche per respingere le intrusioni, dall’altro ha preso il via l’operazione di rivergination che Schmidt sta portando in giro per il mondo ad uso e consumo di quelli che ci credono (sorry Beppe).

Così quando Google parla del propri cattivi rapporti con NSA dimentica la silenziosa luna di miele durata anni e si concentra solo sulle sue paturnie di amante tradito. È triste che nonostante queste informazioni siano diventate disponibili ancora una volta grazie a Snowden e a Greenwald Schmidt oggi accusi quest’ultimo di essere un mentitore. Fosse onesto gli stenderebbe davanti chilometri di tappeti rossi a lui e soprattutto a Edward Snowden.

Questi sono quindi i fatti a tutt’oggi. Google, Facebook e soci hanno fornito per molti anni i dati dei loro utenti con grande leggerezza a NSA (l’unica grande azienda Internet che si è sfilata è stata Twitter) tranne poi accorgersi, per colpa delle rivelazioni di Snowden che 1) i propri utenti non erano contenti di loro 2) NSA raccoglieva grandissime quantità di altre informazioni dai loro server (e dalle dorsali delle compagnie telefoniche e da qualsiasi altro luogo immaginabile nel pianeta) senza informarli.

Siccome il mondo è ingiusto è assai probabile che Google, Facebook, Yahoo e colleghi odino Snowden come odiano NSA: i documenti diffusi dall’ex analista hanno mostrato in primo luogo la lunga mano del potere che spia i cittadini ma subito dopo hanno raccontato la vicinanza con quello stesso potere da parte delle più grandi aziende Internet. Quelle medesime aziende che ora raccontano al mondo la necessità di tutelare maggiormente la riservatezza dei propri utenti. Questi ultimi, se fossero furbi e calvinisti come solo gli anglosassoni sanno essere, acconsentirebbero a questa necessità di vedersi meglio tutelati nell’unica maniera logica possibile. Smettendo di usare piattaforme e servizi di Google Facebook, Yahoo, Microsoft e amici.