Rinnega Cristo (e fatti un bagno caldo)

È anche il nome di una porta monumentale di Treviso (e di una casa editrice lì nei pressi).

È anche il nome di una porta monumentale di Treviso (e di una casa editrice lì nei pressi).

9 marzo – Quaranta santi martiri di Sebastea (320 ca.)

Erano quaranta, giovani e forti (meno uno). Militavano tutti nella Legione XII, fondata da Giulio Cesare, detta anche “Fulminata” per la folgore che portava sui propri vessilli, duemila anni in anticipo su qualsiasi brigata di paracadutisti. La legione nel corso dei secoli si era coperta di gloria ma anche un po’ di guano: durante alcune guerre di successione aveva scommesso sul Cesare sbagliato, e così era finita tra le truppe di frontiera, dislocata sul fronte orientale. La tipica destinazione punitiva da usare nelle minacce in caserma: se non fate silenzio vi spedisco nella Fulminata. Verso il 320 si trovavano appunto dalle parti di Sebastea (oggi Sivas, in Turchia centrale, a quel tempo Armenia), una delle zone di incubazione del primo cristianesimo. Mezzo secolo più tardi Basilio Magno, vescovo di Cesarea, ci racconta di come quaranta legionari fulminati venissero tratti in arresto con l’accusa di professare questa religione empia e sgradita all’imperatore d’oriente Licinio. Quel che ci racconta Basilio è molto strano, dal momento che pochi anni prima Licinio aveva controfirmato col cognato Costantino quel famoso editto di Milano che garantiva ai cristiani la libertà religiosa.

C'è un accappatoio azzurro. Fuori piove un mondo freddo.

C’è un accappatoio azzurro. Fuori piove un mondo freddo.

Sia come sia, i Quaranta vengono messi di fronte a una scelta secca: rinnegare la loro fede o morire. La solita storia, insomma, riscattata però dall’originalità del supplizio: ai Quaranta viene proposto il martirio per ipotermia, mediante immersione fino al collo nelle acque gelide di uno stagno. È una morte orribile ma abbastanza lenta, che offre discreti margini di riflessione: a chi durante il supplizio manifesta il desiderio di rinnegare il proprio dio, viene promesso un bagno caldo. Lo stagno è effettivamente contiguo a uno stabilimento termale romano provvisto di tutti i comfort, un fumante invito a rinunciare Cristo e farsi una bella sauna tonificante.

Prima dell’esecuzione, i Quaranta hanno il tempo per dettare le ultime volontà al più letterato di loro, tale Melezio: un accorato invito ai confratelli cristiani a non rinnegare, a non disperdersi, a seguire il loro coraggioso esempio. La lettera contiene una richiesta di essere sepolti in una tomba collettiva, che fu prontamente disattesa: i loro resti furono bruciati e le ceneri sparse al vento, forse nel tentativo (vano) di sventare il merchandising delle reliquie. Una volta immersi nello stagno, i 40 si dimostrano compatti e disciplinati soldati di Cristo, morendo assiderati senza esitazione, tutti.

Tutti tranne Melezio: Basilio ci informa che l’unico a tradire e chiedere a gran voce il bagno caldo fu proprio il letterato, che figura. Il suo posto fu immediatamente preso da un custode delle terme, commosso dal coraggio dei 39: gridando “sono cristiano anch’io!”, si tuffò nello stagno, permettendoci di ripristinare il numero tondo. Melezio invece si fece il bagno caldo e… morì immediatamente, ancora prima degli altri, proprio a causa dello sbalzo di temperatura. Ben gli sta. Ma perché doveva essere proprio il letterato a cedere? Perché a chi ha la pazienza di scrivere non deve essere concesso il coraggio di resistere sulle proprie posizioni?

Santiquaranta è anche il nome italiano di Sarandë, ridente località portuale albanese, dal 1940 al 1944 nota anche come Porto Edda (quella Edda, sì).

Santiquaranta è anche il nome italiano di Sarandë, ridente località portuale albanese, dal 1940 al 1944 nota anche come Porto Edda (sì, Edda Mussolini in Ciano).

Potrebbe trattarsi di un’antica manifestazione di diffidenza per scribi e intellettuali, comune non solo agli agiografi cristiani. Salvo che la leggenda ci è stata tramandata proprio da intellettuali scribacchini. Basilio Magno, Efrem il Siro, Gregorio di Nissa, Gaudenzio di Brescia, è come se ci dicessero: non fidatevi troppo di noi, noi siamo solo un medium, non il messaggio. Scrivere storie coraggiose non è necessariamente coraggioso. Un conto è scrivere, un conto è vivere, un conto è morire. Puoi scrivere di morte tutti i giorni della tua vita: il giorno che arriverà ti farà ugualmente paura, come se non l’avessi mai vista in vita tua. Non importa quanto tu ne abbia sentito parlare, fin da quando eri bambino: la morte è una sconosciuta che ti lascerà senza fiato e senza un discorso scritto. Sarebbe bello riuscire a prepararsi un’uscita dignitosa, qualche frase di circostanza: e invece chissà come ti comporterai in quel momento. Piangerai, scapperai, chiederai un bagno caldo; e dire che fino a un attimo fa sembravi un uomo.

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