“L’Italia, gli altri”… secondo voi

Per sapere quale idea gli Italiani hanno del loro paese basta visitare Pompei,o Genova ma anche Roma. Per sapere ciò che gli italiani pensano di loro stessi è sufficiente guardare un film di Alberto Sordi, o ascoltare la storia di quel tenore che a Milano viveva di stenti, ma che ora, che è emigrato a Parigi, lavora all’Opéra. Per vedere l’Italia, basta sfogliare le giornate di sole che sono state scritte in questo inverno fino all’altro ieri, e sapere che di quei ragazzi che continuano a lavorare per ridare il mare a Genova cancellando le tracce dell’alluvione, nessuno scriverà mai niente, se non per vedere commuoversi una nonnina che sicuramente comprerà il quotidiano. Per capire l’idea che noi abbiamo di noi stessi, basta osservare la geografia della nostra nazione: una striscia di terra che si sottrae al mare, a forma di stivale. Magari siamo la forza che permette all’Europa di camminare e ci dipingiamo sempre come l’ultima ruota del carro! Non correggiamo gli errori gravi commessi e ci buttiamo fango addosso da soli. Guardiamo in alto, ammiriamo i paesi che guidano, ma quell’equilibrio che tutti ricercano non sta nel riconoscere il giusto valore delle singole parti che compongono il tutto? Noi siamo la parte posta più in basso, siamo il meridione, siamo il calore e la vita! Noi siamo quelli che camminano, che mettono in moto le idee, che fanno girare l’arte e la musica o la letteratura! Noi continuiamo a creare, continuiamo ad andare. Dovremmo saperlo anche nelle nostre parole. Le verità critiche che vengono dall’estero dovrebbero essere una spinta, un’opportunità, non una prigione che ci inscatola e ci costringe. dovremmo fare più silenzio, perché i nostri geti possano parlare di nuovo più delle nostre parole … Graffiti. Ombretta Piana

Intanto grazie, a tutti voi. Il secondo esperimento di HOST ha preso la strada che speravamo: avete partecipato in tanti e il risultato è cultura partecipata. Grazie, e speriamo che HOST sia sempre così.

Ma ora via, lo spazio è vostro, soprattutto vostro. Citiamo una frase che non è stata pubblicata su Facebook, su Twitter o fra i commenti del nostro precedente post.

È una frase dello scrittore e storico Paolo Pavolini, e sembra faccia proprio al caso nostro:
Leone Tolstoj ripeteva spesso che per conoscere davvero un paese bisognava visitarne le prigioni: noi sosteniamo invece che è sufficiente (e più agevole) scorrerne i quotidiani”.

Scorrendo i titoli di alcuni giornali, quando citano quelli che abbiamo definito “Altri” e additano il nostro Paese facendo ampio uso di stereotipi e luoghi comuni, sembrerebbe che tutti ci conoscano benissimo e che quell’approccio a volte duro ci serva per riaffermare il nostro essere da un punto di vista “esterno”.

Gli “Altri” diventano così riferimento per farci un’opinione di noi stessi.

Poi spuntano di persona, gli “Altri”, e a volte ci smentiscono .

@DomMarcoMSG, ad esempio: “Vivo in Germania. Qui non si fa tanta attenzione a cosa dice l’estero. Dicono cose negative? Beh, tanto hanno torto…

Forse è questo l’approccio giusto. Alcuni rispondono dicendo che sì, è così che dovrebbe essere. Perché, come scrive Ombretta nel commento con cui abbiamo aperto questo post, in fondo cambiando il punto di vista si può trovare l’aspetto bello, positivo, giusto di ciò che siamo.

Basta questo? La voce di un Paese composta anche e forse soprattutto dal mondo del giornalismo, potrebbe adottare quel sistema. Ma c’è un “ma”, portato all’attenzione da Century 21:
Per me appare tutto molto normale (l’approccio del nostro  giornalismo alle posizioni degli “altri” ndr). Sui giornali non appare più nemmeno l’ombra a un personaggio internazionale di spicco. Tutto ciò che fa notizia arriva dal web. ma per questo non occorre comprare e leggere un giornale. La corrente giornalistica italiana è sempre più decadente. Il giornalista diventa sempre più qualcuno la cui priorità è mettersi a lustro perché è necessario che egli appaia. Certe vicende banali trasformate in telenovelas ne sono la conferma. Ma di questo non posso recriminare se è la gente quello che vuole. Recrimino invece perché il giornalista non è che si sforza più di tanto per offrire qualcosa di nuovo. Un vero peccato….

Perché il giornalismo si concentra su queste opinioni? È per quello che segnala @Mmkakou, forse: “Un´amica australiana raccontava di uno stereotipo sugli italiani “smug”, narcisi e alla ricerca di conferme dagli altri.

Ma il narcisismo può bastare per spiegare quest’attrazione fatale verso l’opinione altrui?
Ci sembra più una sorta di tafazzismo (ricordate il noto comico?): pensare di riempire di titoli altrui i nostri giornali dove si rincorrono gli stereotipi più consumati.

Forse è solo mancanza di consapevolezza, come se mancasse e fosse da  “trovare un equilibrio tra elasticità mentale e rispetto delle regole, fieri del Made in Italy, della nostra Storia e Cultura” come consiglia @ IlariaColombo1. O forse per pensare, come dice @BABAUit, “Agli stereotipi che ci appuntano come al tentativo disperato di demolire la bellezza che non avranno mai”,  quasi che la voglia di parlare di cosa pensino gli Altri nasca dal desiderio di cambiamento, di prendere un po’ ciò che di buono c’è, fuori.

Anche se, talvolta, capita proprio come dice @agaroramaCi interessa cosa pensano gli altri: purtroppo c’è chi li inganna ma anche chi li stupisce. La maggior parte invece si lamenta.”.

Peschiamo ancora una citazione, questa volta da una graphic novel, Hitman: “Tu pensi di essere il migliore, okay? Credi di essere quello che conta. Poi un giorno ti imbatti in un grande, uno serio davvero… e viene fuori che sei solo zero, capito cosa voglio dire? E ti rendi conto quanto sei piccolo.” Sembra proprio sia così, no? Ma è questa la strada per cambiare, per migliorare? Sentirsi piccoli per diventare grandi?

“[…] dovremmo liberarci prima di tutto noi di questi cattivi esempi con l’#educazionecivica.

La soluzione che propone @Federicozittino parte da noi. Come se l’opinione degli “Altri” nascesse prima di tutto dal fatto che anche noi, in Italia, come tutti, commettiamo degli sbagli. Basterebbe quello per fare come @DomMarcoMSG e dire: “Tanto hanno torto”, perché noi siamo anche altro. E quel qualcosa in più è più forte anche degli stereotipi, e della voglia di citarli, di parlarne, di usarli come metro di misura.

Depotenziare la voglia di sapere cosa pensano di noi, lavorando su noi stessi. Anche se fra i commenti, molti partivano da presupposti decisamente più pessimisti. Prendete questo tweet di @Memoriedifamigl:  “L’Italia è un paese anni luce dietro quelli più moderni, in cui le conoscenze sono fondamentali. Siamo un paese feudale”.
E allora: si può cambiare? Si può cominciare a credere che quegli stereotipi, fatti di copertine con pistole spaghetti e tragedie di navi incagliate, siano veramente NOI, siano fondamentalmente sbagliati? Una domanda che si pone e ci pone anche Tim Parks,  dalle colonne del New York Review of Books.
Anche dalle sua parole, traspare come il cambiamento sia possibile. Agli occhi di chi è venuto qui in Italia a vivere, così come quelli che fuori sono andati, a fare la figura degli “Altri”. Alcuni ce l’hanno raccontato:

Ho vissuto 3 anni negli Stati Uniti e ho avuto esperienze varie in giro per l’Europa, e la mia convinzione è che noi italiani non crediamo abbastanza in noi stessi. Il tema dell’articolo, secondo me, è del tutto appropriato. Negli altri Stati citati, per ragioni storiche e culturali diverse, vi è comunque un sincero orgoglio nazionale, che a noi manca. Questo ci porta a dare grande attenzione ai giudizi degli altri sul nostro Paese, anche dal punto di vista giornalistico. Va da sé che non è un modo maturo di percepire noi stessi, ma è lo stato dei fatti, secondo me. Di sicuro siamo più esposti a critiche volgari e gratuite, come quella sull’Italia ‘immatura e inaffidabile’ al pari del capitano Schettino. Se avessimo noi per primi un atteggiamento diverso, e un maggiore rispetto di noi stessi, i giornalisti esteri avrebbero più difficoltà a fare certe campagne.

Questo commento di Leonardo Staglianò ci sembra una buona chiave di lettura per affrontare il problema. Ci piace pensare che forse tutto cambierebbe, anche questo bisogno dei giornalisti e di tutti noi di chiedere sempre “Cosa ne pensano?”, se avessimo ben presente che i primi a dover avere una buona opinione di noi stessi, dobbiamo essere proprio… noi.

E se non ci riusciamo, allora tenere sempre a mente le parole di Pavese, e andare avanti: “Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: “Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere”. Era questo che faceva paura.

A questo articolo hanno contributo anche i tweet di @baotzebao, @FrancescoPedull, @ElenaMarrassini, @vale_holden, @giovannabetto, @lavieradieuse, @justaman78, @fabiolamontixi, @lukilotom, @Badesssa, @VirginiaInverni, @Vid3oGirl, @fede_derossi, @Omardegoli, @19op, i post su Facebook di L’Undici: informazione con leggerezza, passione, competenza, Alfonso Avagliano, DIACRONIE Studi di Storia Contemporanea, Nove Lune, Susan Dutton, Tancredi Airoldi Di Santacolomba e i commenti di andima e Luca Ferrari. Grazie mille a tutti!

Credits:
Foto 1) circa 1937:  A print run of the day’s newspaper at a publishing press.  (Photo by London Express/Getty Images)
Foto 2) 6th February 1968:  A man watching a print run at the Daily Express.  (Photo by Stroud/Express/Getty Images)