Una patata bollente

Nel maggio del 2017 è stato approvato uno dei decreti legislativi con le nuove regole per la distribuzione dei contributi diretti all’editoria, cioè i fondi pubblici con cui il governo finanzia alcune categorie di giornali. La ridefinizione del sistema dei contributi contenuta in quel decreto seguiva i principi e i criteri direttivi indicati nella legge delega 198 del 2016.

L’articolo 2 di questa legge dice che tra i requisiti che devono essere rispettati per accedere ai contributi c’è «l’obbligo per l’impresa di adottare misure idonee a contrastare qualsiasi forma di pubblicità lesiva dell’immagine e del corpo della donna».

Significa che se si rispettano i requisiti obbligatori e non si pubblicano pubblicità sessiste c’è l’accesso ai contributi, altrimenti no. Almeno in teoria.

Alla fine dello scorso anno il Dipartimento per l’informazione e l’editoria del Governo ha regolarmente pubblicato la lista delle testate giornalistiche a cui è stato riconosciuto, per il 2019, il diritto al “contributo pubblico diretto”. Le prime tre testate per contributo totale assegnato sono Dolomiten (con più di 6 milioni di euro), Famiglia cristiana (con 6 milioni) e Libero quotidiano con 5.407.119,97 euro.

Il 13 ottobre e poi l’11 novembre del 2019, Libero ha pubblicato questa pubblicità:

Eh sì, la pubblicità riproduce e diffonde un messaggio «lesivo dell’immagine e del corpo della donna». Anticipando argomentazioni che Libero pretende di rifilarci da tempo, non c’è nulla di «bacchettone, oscurantista e sessuofobico» nel definirla così. Il problema non è il corpo della donna, ovviamente, è il legame inesistente di quel corpo stereotipato con il prodotto (un macchinario per il diserbaggio): e dunque la sua riduzione a oggetto del desiderio maschile, la sua esposizione e strumentalizzazione per fini commerciali che, come dice bene la Risoluzione del Parlamento europeo del marzo 2013, alimenta stereotipi di genere e una subcultura del possesso e della violenza.

Nei giorni della pubblicazione su Libero, la pubblicità di questi stessi prodotti era apparsa anche su Repubblica e La Stampa: in quei casi, però, il macchinario non era manovrato da una donna in bikini e tacchi a spillo, ma da un uomo in tuta, scarpe e casco da lavoro.

Ad ogni giornale il proprio target, evidentemente.

Prendendo parola sulla pubblicità pubblicata su Libero, il movimento femminista Non Una di Meno – che lavora da tempo per liberarci dal sessismo quotidiano, anche nei media, compreso quello grossolano e sguaiato di questo giornale – ha dichiarato che «si tratta di una palese violazione della norma che disciplina i finanziamenti pubblici alle testate giornalistiche». Ritiene «intollerabile che un quotidiano del genere continui a ricevere finanziamenti pubblici» e alla luce della violazione della norma che dovrebbe regolare tali finanziamenti, pretende dunque «una loro immediata sospensione».

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Giulia Siviero

Per ogni donna che lavora ci vorrebbe una moglie. Sono femminista e lavoro al Post. Su Twitter sono @glsiviero.