Cipria sulle guance e vernice sui marciapiedi

Il 25 novembre Non Una di Meno Torino ha preso parola e ha organizzato delle azioni simboliche fuori dalla sede della Rai, dell’ordine dei giornalisti e di alcune redazioni locali. C’è stato un mail-bombing, c’è stata della vernice fucsia sui marciapiedi davanti a quelle sedi e ci sono stati dei volantini sparsi a terra con le stampe di titoli e articoli in cui si parla di assassini come di “giganti buoni”, di donne che vengono stuprate definite “ingenue”, di altre che se la sono cercata, di mariti disperati per la separazione che agiscono in preda a raptus o per “troppo amore”, di “delitti passionali”. Decine di esempi: è la normalità, il quotidiano della stampa nazionale.

Subito dopo sono arrivate una serie di accuse: il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, Alberto Sinigaglia, ha parlato di segnali «contro la libera e corretta informazione», di gesti che secondo lui deriverebbero «da un’ignoranza supponente e becera purtroppo diffusa». E Giulia Giornaliste, libera associazione di giornaliste che si impegna da quasi dieci anni perché i media adottino un linguaggio differente, invece che sostenere chi ha lo stesso orizzonte ma ha modalità e pratiche differenti ha respinto e condannato «le azioni da parte di frange movimentiste, che hanno attaccato la sede di Repubblica e della Stampa e dell’Ordine dei giornalisti di Torino, imbrattandole con vernice rosa, mentre veniva scatenata una vera mail bombing contro le giornaliste e i giornalisti». Dispiace, perché questo rompe alleanze e ne tesse, purtroppo, di nuove.

Nel frattempo, nel dare la notizia dell’azione di Non Una di Meno, alcuni giornali hanno parlato di “blitz degli anarchici” (posizionando il tutto in un campo poliziesco e militare che niente ha a che fare con le pratiche femministe, anche di quelle più radicali), di “frange movimentiste” (definendo marginale e periferico un movimento transnazionale come Non Una Di Meno), “di giovanissimi”, «dimostrando grande fantasia nell’attribuire appartenenze politiche, età e generi» a un’azione politica che era firmata, filmata e rivendicata.

Infine, è stato dato spazio solamente alle critiche, isolando l’azione della vernice e tacendo tutto il resto. Di nuovo, questa storia mostra come la maggior parte dei giornali racconti solo il femminismo che piace: quello delle femministe cosiddette essenzialiste (vagina uguale donna) che offrono molte sponde agli antifemministi; quello “di stato”, quel femminismo liberale color cipria molto rassicurante e decoroso che per alcune è però parte del problema; quello pop di qualche personaggio famoso, che va anche bene, ma che non è collettivo e che ha uno scarso potere trasformativo.

Il femminismo come quello di Non Una di Meno non interessa: è scomodo, faticoso perché lì dentro c’è un’elaborazione politica che mostra le contraddizioni e che costringe a mettere in discussione i propri privilegi. Meglio lasciare tutto come sta, ridurlo a luogo periferico di resistenza, di violenta protesta, o meglio non nominarlo (gli stessi meccanismi erano stati messi in moto quando la statua di Montanelli a Milano era stata coperta di vernice).

Separare le rivendicazioni dalle pratiche è un trucco conformista, che ha l’obiettivo di depotenziare le rivendicazioni stesse. Come è possibile mettere in discussione dalle fondamenta un ordine senza innescare un radicale conflitto? Com’è possibile pretendere la normalizzazione del dissenso senza negare, di fatto, le ragioni e la forza di quel dissenso? Com’è possibile accettare le regole di un gioco in cui perdi sempre?

Si ripete sempre, come in una specie di comandamento, che l’ordinamento democratico esclude e neutralizza la violenza e che il moderno contratto sociale si basa sulla cessione della violenza e della forza dei singoli al monopolio statale in nome di una vittoria del diritto sull’abuso e di una pacifica convivenza. Fino a quando, però, in nome di quello stesso contratto sociale non vengono fatte delle guerre, non vengono tenute dentro un recinto altre persone venute da lontano, o non vengono agite e normalizzate violenze e ingiustizie quotidiane. L’ordine del discorso democratico dice e percepisce la realtà spesso violenta e quotidiana delle cose? Non sarebbero queste le vere notizie?

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente il pamphlet pubblicato per Nottetempo “Dio è violent…! E mi molesta”, nel quale la filosofa femminista Luisa Muraro invita a ripensare il problema della violenza «per sollevarlo pubblicamente con la radicalità che oggi si impone». E lo fa lavorando sulla posizione asimmetrica delle donne nel contratto sociale moderno. Tocca a loro, dice, per due principali motivi: perché del tradimento del contratto sociale hanno un’esperienza storica diretta (essendo state nel contratto sociale contemporaneamente incluse con false promesse ma anche escluse) e perché hanno una frequentazione intima con la violenza sessuale, quella che in vari gradi le colpisce per il semplice fatto di essere donne. Ogni essere umano, spiega la filosofa, ha dentro di sé una forza che non deve essere lasciata andare in modo indiscriminato e nemmeno cancellata. Ma usata tutta intera. La proposta di Muraro consiste nell’invito a non rinunciare alla propria forza di fronte all’uso violento del potere, e anzi ad usarla senza arretrare e sapendo che va dosata: «Quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere»: q.b., come il sale nelle ricette.

Non Una di Meno Torino ha risposto così alle accuse, e dato che questa risposta non troverà spazio penso sia importante leggerla e diffonderla:

«Ci preme rispondere a queste accuse perché il tema dell’informazione e delle narrazioni violente ci chiama in causa in prima persona. Chiama in causa la nostra azione politica, il nostro modo di concepire e praticare il femminismo, il nostro modo di significare politicamente una giornata importante come quella del 25 novembre e chiama in causa soprattutto il nostro quotidiano, le nostre vite.
Chi scrive sui giornali, chi racconta e costruisce le narrazioni che poi divengono senso comune, chi detiene il potere dell’informazione, un potere enorme e pervasivo, non può non essere cosciente di essere in una posizione di privilegio.
E non può non sapere di avere una responsabilità sociale, politica e culturale enorme. Nel momento in cui questa responsabilità è sistematicamente tradita, ogni strumento di  presa di posizione dal basso, come il mailbombing, e tutti gli altri che abbiamo usato e useremo continueranno a essere giusti e necessari.
Lo dobbiamo a noi stess*, alle nostre vite e a quelle di chi non c’è più o rischia ogni giorno di essere ammazzata, di subire qualche forma di violenza.
(…) Rivendichiamo quelli del 25 novembre, e non solo, come gesti di responsabilità personale, politica e collettiva.
Chi decide che le rivendicazioni delle donne possono essere tollerate solo se mosse in punta di piedi o chiedendo il permesso a chi già detiene voce, potere e privilegio economico, culturale e politico?
Le dichiarazioni in questi termini, mistificatori e tendenziosi, da parte del presidente dell’Ordine dei giornalisti e del gruppo Giulia, nella giornata in cui abbiamo denunciato al mondo quanto e come subiamo violenza ogni giorno, sono davvero violenza nella violenza. Hanno il sapore del “non creduto” e del “non legittimato”, tipico proprio di quegli abusi e di quelle violenze quotidianamente subiti. Spostano lo sguardo dal punto e delegittimano la matrice politica e culturale di queste azioni».