Politica generativa

Meeting di Rimini del movimento cattolico Comunione e Liberazione. Il titolo generale, una citazione, è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Sette sindaci, di cui sei di “centrosinistra” e tutti uomini, decidono di affrontare la questione demografica: e cioè il basso tasso di natalità in Italia e il fatto che ci siano più anziani che bambini. L’obiettivo è cercare di capire come i comuni possano intervenire per cambiare questa tendenza e quale sia il problema. La conclusione, affidata al sindaco di Firenze Dario Nardella è questa: «Oggi il livello di natalità in Italia è di 1,34 figli per donna. Vogliamo e dobbiamo arrivare a due figli per donna per garantire un ricambio generazionale e per garantire la capacità di raccogliere l’eredità e di lasciarla ai nostri figli». Mentre dice “raccogliere l’eredità”, Nardella indica alle sue spalle il titolo del meeting di CL: quello che parla dell’eredità «dei padri», appunto.

I sette sindaci, come dice a un certo punto delle conclusioni il sindaco di Firenze, discutono per più di due ore «come dei buoni padri di famiglia»: e parlano in modo molto generico, disordinato e teorico di lavoro, di casa, di giovani, di giovani coppie, di vecchi, soprattutto di famiglia e della necessità di una “politica generativa”. Nardella dice che «ci vuole una strategia chiara sulla natalità e su come le giovani coppie possano trovare strumenti ideali per costruire una famiglia». Spiega che «1,34 bambini per donna significa che noi non abbiamo un futuro», che «da sindaci e da padri con delle mogli straordinarie», loro seduti a quel tavolo sono comunque «riusciti a fare un po’ di figli» e che hanno «una buona media». E insiste sul compito di un capo della comunità che è quello di «custodire i legami familiari» perché le famiglie «nascono e crescono dove c’è più fiducia nelle relazioni interpersonali». Passando dalla solitudine degli anziani, dal social housing, dalla necessità di rafforzare il legame scuola lavoro, dai mestieri che vanno insegnati e tramandati ai più giovani, Nardella conclude con il tema della sicurezza, «che è un diritto dei nostri cittadini e delle persone più deboli. Se vogliamo costruire quel clima di fiducia (che poi porta a fare figli, ndr) dobbiamo investire sulla sicurezza».

Se i figli non nascono è perché «abbiamo paura» dice Matteo Ricci, sindaco di Pesaro. Il problema è poi la narrazione: «Continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai» e racconta del progetto della bici-politana. «Questo ha non solo migliorato la qualità della vita, ma per una mamma mettere il proprio figlioletto con il caschetto in sicurezza nella ciclabile per mandarlo a scuola, al campo sportivo, dall’amichetto a giocare, in parrocchia quanto vale?». Moltissimo (e forse anche per un papà).

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo a cui vanno riconosciuti quei 40 secondi per dire che la cura degli anziani grava soprattutto sulle donne e per nominare l’occupazione femminile, parla della fragilità dell’Italia e del fatto che «c’è un deficit di speranza. Si deve ripartire da lì. Creare comunità in cui ci sia un clima di fiducia e in cui quindi si facciano più figli». E c’è un altro problema, spiega: «C’è un deficit di testimonianza da parte di chi ha una vita familiare e che ha dei figli e che non è capace di raccontare questa scelta come straordinariamente positiva. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo».

Francesco Nelli, sindaco di Cittareale, dà il proprio contributo dicendo che c’è un problema lavorativo, che le famiglie possono pure formarsi, ma che poi si fa fatica a portarle avanti: «Banalmente a chi lascio mio figlio oggi che mia moglie va a fare un’ecografia e che io devo andare in comune?». Matteo Biffoni, sindaco di Prato, insiste sulle nuove generazioni e cita in chiusura i «diritti di maternità e di paternità» da estendere anche ai non dipendenti. Chiuso il siparietto.

Le donne come soggetti politici autonomi (e che stanno al centro del tema che i sindaci stessi si sono scelti perché, piaccia o no, alla fine sono loro a decidere se mettere al mondo un figlio) non sono mai state nominate. La parola “donne” è stata pronunciata meno di dieci volte e solo di passaggio. Ed è anche un problema di linguaggio perché parlare di “fiducia”, “paura” o “futuro” o di “famiglia” mette al centro del discorso delle idee astratte e porta altrove, evidentemente da nessuna parte. Dopo il Fertility Day, il dipartimento mamme di Matteo Renzi, il sostegno alle madri per salvare la pura razza italica si è arrivati senza grandi giri di parole a pretendere che le donne si debbano riprodurre con più efficienza, in modo più intensivo. Perché è quello che loro (non loro donne, ovviamente) “vogliono” e quello a cui “si deve arrivare”, in linea con i diversi regimi autoritari del Novecento, che invitavano a fare figli per servire meglio la patria.

In tutto questo non c’è nessun accenno alla maternità come scelta consapevole, né ai motivi concretissimi che possono portare a una scelta diversa. Nulla sulle condizioni reali in cui una donna si ritrova a fare bambini senza aiuti e spesso senza il sostegno dei nonni che diventano un altro soggetto di cui farsi carico; nulla sul lavoro precario e sul fatto che la maternità sia un “problema” innanzitutto per il mercato del lavoro così come è stato pensato; nulla sul fatto che fare figli è diventato un lusso, un affare privato e che le madri sono tenute ai margini come improduttive, o sul fatto, infine, che il proprio desiderio di maternità, quando c’è, deve essere contrattato con la politica, con i propri capi, con il proprietario di casa, con la banca. Ciò che manca, soprattutto, è la libertà da quell’eredità, addirittura rivendicata, del paternalismo. Non pretendete dalle donne che facciano più figli perché voi lo volete. Pretendete innanzitutto da voi stessi, a partire da quando prendete parola, di essere generativi. Come persone competenti che fanno politica e non “come buoni padri di famiglia”: generativi di nuove soluzioni e di un mondo differente.