Gentile Matteo Renzi

Gentile Matteo Renzi,

durante l’Assemblea nazionale del PD di domenica 7 maggio ha parlato delle tre priorità del suo partito: “lavoro”, “casa” e “mamme”, ha detto infine esitando un po’. Ha spiegato tra gli applausi che le “mamme” sono la «grande questione politica del nostro tempo», che «le donne considerano oggi in Italia la maternità un problema» per la propria carriera e che questa è un’ingiustizia «clamorosa», che su questo tema voi dovrete far capire chi siete fino in fondo, che avete portato «tante mamme a occuparsi di politica con le quote rosa» e che ora la politica si deve occupare «delle mamme, da tanti punti di vista». Vorrei cercare di ricordarle poche cose molto semplici.

Dal minuto 9.

Nell’immediato dopoguerra circolava un manifesto che diceva «Madri d’Italia, il mostro rosso vuole il sangue, ricordalo!». Per la campagna elettorale del ’48 l’invito dei socialdemocratici era: «Mamma non avere dubbi, vota Psdi». I comunisti e i missini (con “lei” sempre incinta) non furono da meno. Delle donne, su quei manifesti elettorali non c’era nemmeno l’ombra. L’equazione donna-madre resisterà per moltissimo tempo, trasversalmente: fino all’altroieri, letteralmente.

Eppure sono più di cinquant’anni che la “mistica della maternità” è stata messa in scacco e che la funzione riproduttiva è stata slegata dalla sessualità. Decenni nei quali questo processo di liberazione è stato pensato, praticato, condiviso, sorretto teoreticamente in modo inespugnabile e vissuto consapevolmente, in tutto il mondo. Le assicuro che di questa poderosa lotta non solo è arrivata eco in Italia, ma il movimento femminista italiano vi ha dato un significativo contributo.

La storia ebbe inizio negli Stati Uniti, nel 1963, quando venne pubblicato “La mistica della femminilità” di Betty Friedan, che da cronista raccontò «il problema che non aveva nome» delle donne americane degli anni Cinquanta. La conclusione fu genuina ed esplosiva: «Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice: “Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa”». In quegli stessi anni negli Stati Uniti venne approvata la pillola anticoncezionale, si cominciò a discutere di aborto, sesso, maternità, matrimonio, ruoli, e tutto cambiò. Alla fine degli anni Sessanta il femminismo non solo di ambito statunitense mise definitivamente al centro del proprio pensiero e dei propri obiettivi la sfera della riproduzione e della sessualità. Una volta abolita l’esclusione dal diritto di voto e, almeno in parte, lo sfruttamento economico, restava per le donne una grande ingiustizia sociale e familiare.

Le risposte delle femministe liberali sulla produzione e il lavoro e di quelle socialiste sui diritti giuridici e civili non erano più sufficienti: era necessario andare alle radici del problema. E alle radici del patriarcato c’era la supremazia nella sfera della sessualità e della riproduzione: una differenza biologica, anatomica, fisiologica, “sessuale”, era stata trasformata in una differenza di ruoli sociali e familiari, in una sorte. La risposta di questa nuova ondata fu dunque rompere l’ultima barriera che impediva alle donne una piena liberazione: quella della “servitù” sessuale, dei suoi schemi prestabiliti e delle sue gabbie. A che cosa portò tutto questo? A una festa, e non solo per le femministe, ma per tutte le donne: al pensiero differente del proprio corpo, al piacere slegato dalla riproduzione, alla liberazione dalla funzione materna come destino. E questo, come può intuire, fu sovversivo, non riguardò solamente l’ordine del corpo, ma l’ordine simbolico in generale e il linguaggio stesso in cui le donne e gli uomini si muovevano: venne messo al mondo un altro mondo.

Questa liberazione non fu indolore, ma non significò una negazione della sessualità riproduttiva: la maternità (nella ricchezza delle varie posizioni) venne ripensata con le parole delle donne.

Ascoltandola, molte di noi hanno avuto purtroppo la conferma che un diritto conquistato non lo è mai per sempre. Lei non ha mai pronunciato la parola donne (e basta o uomini), non ha scelto le donne come centro della sua futura pratica politica, ma ha scelto di tornare a uno scenario anacronistico e ingiusto. Parlare solo di “mamme” esclude immediatamente non solo le donne che non lo sono, ma le madri stesse che al di là e al di qua della maternità sono altro, sempre e comunque altro: sono donne che vanno a scuola, che lavorano, che vengono pagate meno, che cercano lavoro o vengono licenziate, che scioperano, che si sostituiscono al welfare, che guardano la tv e leggono i giornali, che non vogliono essere madri, che vogliono avere un figlio in modi diversi, che subiscono violenza, che arrivano e che partono.

Le donne che le tante matrioske della più recente ondata femminista italiana, Non Una Di Meno, ha cercato di rappresentare: ne avrà sentito parlare (anche se non ne ha parlato) e se non è così qui ci sono delle slide. Ci avrà viste ballare per Roma lo scorso novembre, quando lei era ancora presidente del Consiglio. Eravamo tante e se è la quantità quel che le importa, immagino si sia messo all’ascolto e sia informato dei temi al centro del lavoro politico che tutte insieme stiamo costruendo.

NUDM

Per le donne che partoriscono c’è moltissimo da fare, è vero. Ma anche, volendo restare nel suo orizzonte, per le donne che vorrebbero essere “mamme” in altro modo: con la fecondazione eterologa, per esempio, che in Italia è regolata da una legge discriminatoria. La maternità non è un “problema”: lo diventa, ma solo ad un secondo livello. Nella misura in cui, cioè, è un “problema” innanzitutto per gli altri: per il mercato del lavoro così come è stato pensato (da e per soli uomini), per dirne una, e per la politica che pensa di farla franca con la retorica (necessaria, ma non sufficiente) degli asili nido, dei bonus e della bandierina delle pari opportunità o delle quote rosa.

Certo, bisogna avere voglia di imparare e molto coraggio: parlare di donne e non di “mamme” significa non ridurre la presenza femminile nella vita pubblica a un fatto di emancipazione, significa difendere il diritto all’autodeterminazione, significa accogliere un’idea altra di famiglia e di genitorialità, significa comprendere che ciò che è naturale non va confuso con ciò che è conforme alla norma. Significa, banalmente e per cominciare, visto che non si può fare tutto da soli, nominare una ministra delle Donne competente e preparata, non cooptata dal mondo maschile alle sue condizioni e che incarni un’esperienza femminile con quello che ha di più libero e differente. Colorare le caselle di rosa e glassare la vicenda, lei comprenderà, non è abbastanza: la libertà femminile chiede ben più di una seduta di cosmetica e di una spartizione equa all’interno di uno stesso sistema che fino all’altro giorno non riconosceva quella stessa libertà. Le parole “libertà”, “parità” o “uguaglianza” hanno significati ben diversi se a parlarne è Olympe de Gouges o Napoleone, ci ricorda Lidia Cirillo.

Lei ama la sintesi: la mia indicazione per lei è dunque “sottosopra”. Provi a fare un reale spostamento, a prendere atto del nuovo che in nuove forme si sta affacciando: in molti e molte, dagli anni Cinquanta in poi, ci sono riusciti. Cordialmente.

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