Il voto è mio e lo gestisco io

Lo sfruttamento del femminismo come strategia di marketing non è un fenomeno recente: è stato usato per far cominciare le donne a fumare, per vendere trucchi, parrucchi, vestiti e persino libri, ma continua a produrre e a inventare nuovi modelli e obiettivi. L’ultimo dei quali è davvero stupefacente, visto il “prodotto” e visto che è stato usato in modo strumentale da chi dovrebbe stare ben lontana da questi trucchi. Questa è la conclusione: parto dall’inizio.

Maria Elena Boschi è ministra delle Riforme Costituzionali ed è anche delegata alle pari opportunità. Martedì 18 ottobre a Roma il PD ha organizzato l’incontro “Le ragioni delle donne per il Sì”. Il video integrale sta qui. La riunione è stata introdotta dicendo che “le donne hanno scelto di esprimersi e hanno deciso di dire sì”. Le donne, non quelle che stavano lì al tavolo, non quelle in sala, non quelle del PD o altre fuori, tante o poche io non lo so. Le donne, dicevano. Molte, non l’hanno invece presa bene.

Ho scritto a delle amiche (il fatto che la delegata alle pari opportunità fosse intervenuta per piegare la questione femminile, o maschile, alla propria campagna elettorale a favore della riforma costituzionale, mi sembrava una cosa spregevole), ho pensato subito che le donne dovrebbero semmai essere più consapevoli della difficoltà di avere il diritto di voto e che quindi dovrebbero essere più sensibili ogni volta che una scheda (come quella del Senato non più elettivo) viene loro tolta di mano, poi ho cercato di non puntare la pistola, come mi dice spesso qualcuno, ho ascoltato e studiato la riforma da una prospettiva femminista.

La premessa è ovviamente che non ci sono argomenti da uomini e non ci sono argomenti da donne: ci sono semmai argomenti su cui la libertà delle donne è direttamente in gioco e su cui le donne si mobilitano maggiormente o sono più attente. Ecco, il referendum costituzionale è uno di questi?

Boschi è intervenuta citando la frase di un libro e dicendo che “le donne sono quelle che restano”. Ha detto che “le donne il futuro lo vedono prima”. Ha citato, di nuovo, Martin Luther King, ha sfatato falsi miti (“non è vero che non c’è solidarietà tra donne in politica”). E poi ha lanciato un appello finale alla partecipazione che diceva così: «Rimbocchiamoci le maniche (della camicetta, ndr), ora si ricomincia a stare un po’ meno con i figli, con i compagni, con i nipoti, vabbè, non si farà palestra in questi mesi, però è straordinaria l’idea di stare insieme nelle piazze». Mamme, nonne, compagne, palestrate a parte, la ministra non mi è stata di aiuto.

In un articolo sull’Unità con le ragioni delle donne-per-il-Sì e nella relazione di chi è venuta prima di Boschi si entra un po’ più nel merito della riforma e si dice che per le donne, se passerà, ci sarà un grande guadagno. Le argomentazioni:

«Sappiamo quanto sia forte la distanza tra le condizioni della vita delle donne italiane e quelle di altri paesi europei. Sappiamo che per colmare questo gap c’è bisogno di un ciclo di riforme forti, virtuose».

«La difficoltà a farle, le riforme, è una condizione importante, vogliamo che questo tappo salti, i paesi che si sono avvalsi della partecipazione delle donne sono quelli che più hanno corso, in Italia questo non è accaduto ed è ora che questo processo si metta in moto».

«Le ragioni di questa riforma sono le nostre ragioni».

«Niente è cambiato come la vita delle donne nell’ultimo secolo. Alcuni paesi, in Europa i più forti, hanno sostenuto questo cambiamento con riforme mirate, guadagnandone in sviluppo e crescita».

«Le donne nel gioco delle spinte corporative hanno faticato moltissimo a far passare e a far pesare le loro ragioni, e anche una volta conquistati gli obiettivi – dalla 194 alle politiche contro la violenza – hanno visto la decisione raggiunta frammentarsi o addirittura rovesciarsi nei passaggi sul piano regionale».

«Le donne hanno bisogno di poteri forti e di semplificazioni, altrimenti soccombono».

I punti precisi, mirati, virtuosi, forti che secondo le donne-per-il-Sì fanno riferimento alle donne nella riforma costituzionale sono tre. L’articolo 55: «Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza»; l’articolo 122: dice che va promosso «l’equilibrio» di genere anche nei consigli regionali ed è il parallelo di quello precedente. Infine si citano i punti m) e n) del nuovo articolo 117 nella parte dedicata al Titolo V in cui si dice che lo Stato avrà legislazione esclusiva nelle seguenti materie: «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare; disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica».

L’articolo 55 e poi il 122 sono stati presentati come se finalmente superassero «l’impianto falsamente universalista della Costituzione» (che effettivamente c’è) e come se finalmente sancissero «il riconoscimento che il popolo sovrano è composto non da individui neutri ma da uomini e donne». L’articolo 55 e il 122 dicono però un’altra cosa e non si trovano tra i principi fondamentali della Costituzione, accanto, per capirci, a quel «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». L’articolo 55 il 122 parlano di promuovere «l’equilibrio» nella rappresentanza.

Però: le norme costituzionali vigenti prevedono già l’articolo 51 (modificato con legge costituzionale numero 1 del 2003) che dice: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Le norme costituzionali vigenti prevedono anche l’articolo 117, comma 7, come modificato con legge costituzionale numero 3 del 2001 che si occupa di leggi regionali: «Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive».

Insomma: precisare male non fa, ma solo a voler essere ottimiste. A voler fare le precisine, invece: la riforma prevede un Senato non elettivo scelto tra i sindaci e i consiglieri regionali. In tutte le regioni un senatore sarà un sindaco e le donne sindaco sono molte meno degli uomini. Questo potrebbe non andare a favore di quell’equilibrio che si vorrebbe promuovere. Inoltre si parla di «equilibrio», non di «parità» come nelle norme vigenti.

Devo assolutamente dire che sto cercando di restare nella logica di chi pensa che la riforma porterà dei vantaggi alle donne, favorendone una maggiore rappresentanza. Io non sono affatto favorevole alla quantità. Le misure non contano. Non si sono mai viste schiere di femministe dietro a Beatrice Lorenzin, ministra della Salute del governo Renzi, e che una riforma venga proposta da una donna non è né un argomento né una garanzia. Il riequilibrio di genere non funziona insomma sul genere, ma sulla sostanza di ciò che deve essere riequilibrato.

Per quanto riguarda il Titolo V e il passaggio di una serie di competenze all’esclusività dello Stato: non ci saranno più difformità regionali nella tutela della salute, sarà garantita l’applicazione della 194, arriveranno i fondi ai centri antiviolenza, gli asili nido saranno garantiti, dicono. Tutto questo sarebbe bellissimo, ma io resto confusa.

Perché escludere da tutti questi guadagni le donne delle regioni a statuto speciale e quelle delle province autonome di Trento e Bolzano a cui le modifiche del Titolo V non si applicano? «Le ragioni di questa riforma sono le ragioni» delle donne, dicono, ma non di quelle siciliane. E che c’entra la 194? Che non funziona perché l’obiezione di coscienza è prevista da una legge non certo regionale? E dove c’è scritto che il diritto alla salute e i diritti sociali saranno garantiti in modo uguale su tutto il territorio? I diritti sociali sono diritti condizionati economicamente e la nuova riforma si limita a redistribuirne le competenze legislative, come per altro ha già ha fatto negli ultimi 15 anni la Corte Costituzionale. Ma una cosa è dire che questi diritti ci saranno, un conto è creare le condizioni per una loro reale e uguale garanzia. L’effettiva e pari tutela della salute e dei diritti non dipendono solo da chi e in che misura (stato e regioni) stabilisce contenuti e condizioni di quel diritto. A maggior ragione tenendo conto del fatto che la riforma continua a lasciare alle regioni tutta la parte della programmazione e dell’organizzazione dei servizi sanitari e sociali.

Insomma, raccontarci che per noi sarà una cosa strepitosa mi pare non solo eccessivo, ma anche disonesto e un po’ come una presa in giro. Sarà tre volte Natale, festa tutto il giorno, si farà l’amore ognuno come gli va e anche i preti potranno sposarsi.

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