Le scalate all’italiana

Col fiato corto che questo governo si ritrova, impaludato in una navigazione a vista ad alto rischio di collisione e completamente a digiuno di politica industriale, non sorprende che quello che era stato annunciato pomposamente come decreto antiscalate per scongiurare la cosiddetta invasione dei francesi sia in realtà, al momento, solo un semplice provvedimento che offre la possibilità alle aziende attive in alcuni settori (alimentare, energetico, difesa e telecomunicazioni) di far slittare le assemblee di bilancio a fine giugno. In sostanza, un modo per prendere tempo e far sì che Parmalat provi almeno in parte a comprarsela qualche cordata italiana dopo che i francesi di Lactalis hanno rastrellato già il 29 per cento del capitale.

Ciò che invece non finisce mai di stupire è come basti il lancio di un allarme del tutto fuori luogo, come appunto quello che una grossa fetta dell’industria italiana rischi di finire nelle grinfie dei cugini d’oltralpe, per mandare in fibrillazione uno stuolo di commentatori, politici, associazioni di categoria, sindacalisti, cooperative e chi più ne ha più ne metta: tutti a gridare in un sol coro «al lupo, al lupo», tutti a credere o a far finta di credere per mettersi in buona luce agli occhi di qualche ministro, che il pericolo colonizzazione sia serio ed effettivo. Ma quando mai. E vediamo perché.

Prendiamo i tre casi su cui più sono stati accesi di recente i riflettori, ossia Parmalat, Bulgari e Groupama e facciamo un breve, essenziale, riepilogo dei fatti. Parmalat: dopo essere stata risanata dall’amministratore delegato Enrico Bondi, nominato a fine 2003 commissario straordinario dall’allora ministro delle attività produttive Antonio Marzano, oggi l’azienda dell’ex cavalier Tanzi ha in cassa una montagna di liquidità, che supera abbondantemente il miliardo di euro, frutto soprattutto delle azioni risarcitorie intentate alle banche dal manager aretino. Qualche settimana fa, con l’approssimarsi della scadenza del mandato di Bondi, tre fondi azionisti di Parmalat, Mackenzie, Zenit e Skagen (che insieme detenevano il 15,3 per cento del capitale dell’azienda di Collecchio) fanno capire che gradirebbero un nuovo manager al posto di Bondi. I tre fondi, infatti, si lamentano sia del fatto che ogni anno ricevono dividendi troppo risicati, sia dell’assenza di acquisizioni di altre imprese del settore che con tanto cash pure si potrebbero realizzare. Bondi, molto stimato da Gianni Letta, avverte il pericolo sostituzione e si attiva per correre ai ripari. È allora che si comincia a parlare di possibili interventi da parte del Governo per sostenere in qualche modo il rinnovo del mandato di Bondi, l’italianità delle imprese da difendere ancora non c’entra nulla, anche perché il nome che si fa per sostituire Bondi è l’italianissimo Rainer Masera, già presidente di San Paolo-Imi e ministro del Bilancio del Governo Dini.

Nel frattempo, la francese Lactalis della famiglia Besnier fiuta l’affare. Parte lancia in resta e fa tutto in pochi giorni, appena dieci, con una raffinata strategia finanziaria. Da un lato comincia a rastrellare in Borsa azioni Parmalat, dall’altro fa un’offerta monstre ai tre fondi per avere il loro 15,3 per cento: 744 milioni di euro. Ci sarebbe ancora il tempo per una controfferta italiana, si muove la famiglia Ferrero che ha mezzi finanziari propri per qualsiasi rilancio, ma desidera che vengano coinvolte anche le banche. Insomma, qualcuno tentenna un po’ troppo e i tre fondi, davanti alla disponibilità di tanti soldi, subito e in contanti, che fanno, aspettano le banche italiane? Evidentemente no, così decidono di vendere a Lactalis. Questi sono i fatti. Semplicemente con un po’ più di risolutezza e convinzione, soprattutto delle banche italiane che tanto si compiacciono nel definirsi “banche di sistema”, Lactalis non avrebbe vinto la sua partita. O meglio, solo il primo tempo.

Bulgari: Qui non è necessario farla tanto lunga. I fatti sono di una limpidezza disarmante. A un certo punto, la secolare e prestigiosa industria di gioielli fondata nel 1884 da Sotirios Bugaris, alle prese con un passaggio generazionale particolarmente difficile, decide di cedere alle allettanti offerte del re del lusso, il francese Bernard Arnault. Lo ha detto chiaramente, all’indomani della cessione il 9 marzo scorso, il presidente Paolo Bulgari: «È stato un passo inevitabile. Ci stavamo ragionando da tempo. La famiglia è sempre più grande. Tanti figli, cugini e nipoti. Il prossimo passaggio generazionale rischiava di essere complicato. E per senso di responsabilità verso i quattromila dipendenti abbiamo preso questa decisione. Come può immaginare, con grande sofferenza personale». Immaginiamo e comprendiamo pure la sofferenza personale. Se però teniamo conto che Arnault ha acquistato l’azienda italiana al valore di 4,3 miliardi di euro, una somma che supera di oltre 110 volte gli utili di Bulgari che nel 2010 sono stati pari a 38 milioni di euro su un fatturato di poco inferiore agli 1,1 miliardi, beh almeno qualcosa con cui consolarsi rimane.

Groupama: Qui tutto è ancora più semplice. Salvatore Ligresti, patron del gruppo Fondiaria-Sai, aveva un forte bisogno di liquidità per ricapitalizzare le sue società che non se la passavano affatto bene. In un primo momento aveva dato la sua disponibilità a dare una mano il gruppo assicurativo francese Groupama, attraverso una partecipazione diretta all’aumento di capitale. Ma a un certo punto la Consob ha acceso i suoi fari sull’operazione e ha fatto intendere che se l’operazione con Ligresti fosse andata in porto, poi Groupama, avrebbe dovuto lanciare un’Opa (Offerta pubblica di acquisto) per comprare il resto delle azioni, così come prevede il testo unico sulla finanza messo a punto a suo tempo dall’allora direttore generale del ministero del Tesoro Mario Draghi. Cosa aveva spinto la Consob a un simile passo lo ha descritto molto efficacemente Alessandro Penati su Repubblica il 12 marzo:

«Le caratteristiche dell’operazione (forte premio di controllo, clausola per i vecchi soci a non vendere, ingresso al fianco di un alleato, Bollorè, esborso principale per la holding a monte anche se l’interesse è per le attività assicurative della controllata) indicavano la loro determinazione a esercitare il controllo, o a creare le condizioni per acquisirlo successivamente. Insomma: ha le piume, il becco a spatola, le zampe palmate e starnazza; e per la prima volta la Consob ha riconosciuto che è un’anatra, anche se al collo ha un cartello con su scritto “piccione”».

A quel punto Groupama si è ritirata dall’affare e Ligresti è andato a cercarsi altrove i soldi che martedì Unicredit si è dichiarato disposto a dargli.

Come si può evincere facilmente si tratta di normali operazioni di mercato. Se a questo si aggiunge che in Italia, la quota di aziende a controllo estero è di appena il 4,1 per cento a fronte del 10,3 per cento della Francia e del 12,2 per cento della Gran Bretagna, si comprende bene come quello dell’italianità delle nostre imprese a rischio sia semplicemente un “non” problema.

P.S. Domani, 26 marzo, ricorrono quattro anni dalla scomparsa di una delle personalità politiche italiane più illustri che abbiamo mai avuto: Beniamino Andreatta, già ministro del Tesoro, degli Esteri, del Bilancio, della Difesa. E formidabile “talent scout”. A lui per esempio, devono la presidenza della Consob nel 1981 Guido Rossi, fino ad allora quasi “sconosciuto” giurista, oppure Giovanni Bazoli, “semplice” professore associato di diritto costituzionale a Milano, nominato nel 1982 commissario liquidatore del vecchio Banco Ambrosiano e oggi presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa-San Paolo. E
ancora Romano Prodi, candidato da Andreatta alla guida dell’Ulivo nel 1995, dopo la lunga parentesi della presidenza dell’Iri.
Io me lo ricordo bene il professor Andreatta. Nella seconda metà degli anni Ottanta, quando ero studente di economia all’università di Bologna, mi capitava non di rado di incrociarlo sotto i portici di Strada Maggiore o di via Santo Stefano. Succedeva quindi che, di solito, mi fermavo per qualche istante ad osservarlo nel suo incedere maestoso, con la testa leggermente inclinata a destra, la cravatta svolazzante e la pipa fumante, tanto era profonda la stima che nutrivo nei suoi confronti. Si trattava di una stima che nasceva dalla sua fama di economista e politico irreprensibile, visionario, tenace, sempre immerso in mille pensieri e attivo in mille progetti, alimentata dai racconti e dalle “leggende” che su di lui circolavano (per esempio, sulla sua sbadataggine che una volta gli aveva fatto dimenticare la moglie in autostrada in autogrill oppure che gli aveva fatto sporgere in Italia denuncia per furto d’auto quando invece se l’era dimenticata a Londra).

Il 26 marzo 2007, dopo lunghi anni di coma profondo, Beniamino Andreatta morì. Tra i numerosi attestati di affetto rivoltigli, ce ne fu uno che trovai particolarmente bello e intenso. Lo scrisse da lì a poche settimane il fondatore del Censis Giuseppe De Rita. Le sue parole faccio mie:

«Nino Andreatta ci manca perché era un uomo volutamente minoritario e felice nell’esprimere posizioni di minoranza, pur vivendo in una società ed in una politica che cercano “consenso e numero” come fossero idoli di verità. Non aveva quindi voglia di
piacere, restando spesso nella sua orgogliosa rassegnazione a “consumare amicizia” (non rinunciava a farti male se gli capitavi di traverso)».

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