Federer come esperienza religiosa

Nel giugno 2006, tra le 40.000 persone che quotidianamente si recarono a Wimbledon, ci fu anche David Foster Wallace in qualità di inviato di “Play”, supplemento sportivo del New York Times. L’articolo/saggio, incentrato sui gesti di Roger Federer e sulla finale vinta contro Nadal in 4 set, comparve il 20 agosto 2006 con il titolo di “Federer as a religious experience“. A quattro anni di distanza l’editore svizzero Casagrande lo ha pubblicato in italiano per la gioia dei “fedeli” del campione di Basilea ma soprattutto della penna di Wallace.

Il tennis è stato un trait d’union della vita e della carriera letteraria di Foster Wallace, dapprima nella sua esperienza come giocatore junior poi nei continui riferimenti letterari da “The String Theory“, pubblicato su Esquire nel ’96 a “How Tracy Austin Broke My Heart” pubblicato originariamente sul Philadelphia Inquirer e successivamente incluso nella raccolta “Considera l’aragosta” (Einaudi), fino a Infinite Jest, capolavoro assoluto di Wallace, incluso da Lev Grossman nei 100 romanzi di sempre, nella cui estrema complessita narrativa trova spazio anche un’accademia di tennis e un giovane e promettente giocatore.

In Federer come esperienza religiosa DFW alterna descrizioni delle caratteristiche tenciche di Federer, analisi delle sue peculiarità tattiche, racconti dettagliatissimi di scambi di gioco, il tutto con le immancabili note a fondo libro. La prima è la sintesi perfetta della passione ardente che può cogliere sia il lettore di Wallace che l’ammiratore di Federer:  “Ci sono molte cose negative rispetto al fatto di avere un corpo. Se questo non è così ovvio per chiunque da non richiedere alcun esempio, possiamo menzionare velocemente dolori, piaghe, odori, nausea, vecchiaia, gravità sepsi, goffaggine, malattia, limiti – ogni minimo scisma tra la nostra volontà fisica e le nostre attuali possibilità. C’è davvero chi dubita che abbiamo bisogno di aiuto per essere riconciliati? Devo proprio dirlo? In fin dei conti è il nostro corpo che muore. Ci sono anche cose meravilgiose, ovviamente, nell’avere un corpo – soltanto sono molto più difficili da percepire e apprezzare in tempo reale. Più o meno come ceerte elevate epifanie sensioriali (“sono così felice di avere gli occhi per poter vedere il tramonto!”), i grandi atleti sembrano catalizzare la nostra consapevolezza di quanto glorioso sia toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia. Certo, le cose che i grandi atleti fanno con il proprio corpo il resto di noi può solo sognarsele. Ma i sogni sono importanti – compensano diverse cose.

David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa, trad. di Matteo Campagnoli, ed. Casagrande, 56 pagine, 8,50€