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  • Martedì 3 novembre 2026

L’ostilità ai data center mette d’accordo elettori Democratici e Repubblicani

Questi grossi stabilimenti stanno spuntando un po' ovunque negli Stati Uniti, anche su spinta di Trump

di Laura Loguercio, da Saline e Mason (Michigan)

Un cartello con la scritta «Divieto di passaggio dei camion per il data center» a Saline, Michigan (Laura Loguercio/il Post)
Un cartello con la scritta «Divieto di passaggio dei camion per il data center» a Saline, Michigan (Laura Loguercio/il Post)
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Josh LeBaron abita da 12 anni a Saline, una cittadina di circa 9mila abitanti nel sud-est del Michigan, in una zona di campi agricoli e fattorie. Dallo scorso marzo nei terreni vuoti davanti a casa sua c’è un gran trambusto: Oracle e OpenAI (l’azienda di ChatGPT) stanno costruendo un data center che si svilupperà su una superficie grande come 142 campi da calcio. LeBaron dice che ogni mattina vede lunghe file di camion entrare nel cantiere, e da qualche mese i lavori vanno avanti anche di notte. Sta pensando di vendere la casa prima che perda troppo valore.

L’ostilità verso i data center è una delle poche cose su cui elettori Democratici e Repubblicani sono d’accordo. Secondo un sondaggio di ABC di metà ottobre, il 72 per cento degli intervistati è contrario alla costruzione di un data center nella zona in cui abita, e solo il 25 per cento è favorevole. Della questione si è parlato anche nella campagna elettorale per le elezioni di metà mandato del 3 novembre: molti candidati hanno cercato di presentarsi come intransigenti e pronti a imporre divieti e moratorie sulla costruzione di data center, per approfittare di questo raro malcontento trasversale.

I data center sono grossi stabilimenti industriali pieni di computer, server, cavi e infrastrutture digitali di cui le aziende tecnologiche – come Amazon, Google e OpenAI, tra le tante – hanno bisogno per far funzionare i loro servizi. Sono sempre molto grandi, in alcuni casi enormi. In Nevada il Citadel Campus dell’azienda Switch si estende su più di 8 chilometri quadrati di terreno: vuol dire che è grande 2,4 volte Central Park a Manhattan e 18 volte Città del Vaticano.

Non esistono dati ufficiali che quantifichino la presenza di data center negli Stati Uniti. Secondo la piattaforma CleanView, quelli già attivi in tutto il paese sono 1.415, poi ce ne sono 542 in costruzione (compreso quello di Saline) e 2.523 pianificati: in totale sarebbero quasi 4.500. La situazione di LeBaron, che si è trovato un cantiere davanti a casa, è quindi relativamente comune.

Un fienile a Saline, Michigan, poco distante dal cantiere di un data center di Oracle e OpenAI (Laura Loguercio/il Post)

I data center hanno bisogno di grandi quantità di energia e di acqua per raffreddare gli impianti, ed emettono un continuo ronzio che è fastidioso per chi abita vicino. Parte dell’ostilità nasce da qui: pochi vogliono che vicino a casa loro sia costruito un complesso industriale enorme e anonimo, che fa rumore, consuma risorse e rischia di inquinare.

Dall’altro lato, le aziende pubblicizzano i benefici economici che gli impianti possono offrire alle comunità coinvolte, a partire dai nuovi posti di lavoro. I primi e più evidenti sono quelli degli operai, che però ovviamente sono assunti solo per la durata del cantiere. Per il resto, i data center non sono paragonabili alle grandi fabbriche che nel Ventesimo secolo sostennero la crescita di molti stati del Midwest, incluso il Michigan: anche quelle inquinavano ed erano rumorose, ma creavano decine di migliaia di posti di lavoro sicuri e ben retribuiti.

I data center invece hanno bisogno di un intervento umano limitato per funzionare, e gli addetti sono generalmente poche decine o centinaia per stabilimento.

Le aziende sottolineano anche le maggiori entrate che le amministrazioni locali ottengono dalle strutture e che possono essere usate per migliorare i servizi pubblici. A Saline, per esempio, i promotori del nuovo data center stimano che questo genererà entrate fiscali per circa 10 milioni di dollari all’anno.

Recinzioni intorno al cantiere del data center “The Barn” a Saline, Michigan (Laura Loguercio/il Post)

Il data center di Oracle e OpenAI a Saline si chiama “The Barn”, cioè “Il Fienile”: è circondato da fattorie e campi agricoli, e le aziende hanno deciso in modo un po’ simbolico di conservare un vecchio fienile storico che era presente nella proprietà. Secondo LeBaron, la scelta del nome è «un’iniziativa di marketing» fatta per indorare la pillola.

Il terreno era di proprietà di alcune famiglie di agricoltori che nel 2025 lo hanno venduto a Related Digital, l’azienda che sta sviluppando il progetto. Inizialmente il consiglio comunale di Saline aveva votato contro il data center, poi Related Digital ha fatto causa e nel giro di un mese il caso è stato chiuso con un accordo. «Ci siamo opposti più che potevamo», dice LeBaron, che come altri abitanti aveva iniziato a partecipare ai consigli comunali proprio per esprimere la sua opposizione al progetto.

Quando sarà pienamente funzionante, The Barn richiederà una potenza elettrica di circa 1 gigawatt, paragonabile a una centrale nucleare di medie dimensioni. LeBaron dice che ai cittadini «non è stato spiegato da dove arriverà», e teme che metterà in difficoltà la rete elettrica. Related Digital sostiene che tutti i costi associati all’energia saranno sostenuti dalle aziende, quindi in teoria non dovrebbero esserci aumenti nelle bollette per gli utenti.

– Leggi anche: Il candidato che sta dividendo il Michigan

Negli ultimi quattro anni il numero di data center attivi negli Stati Uniti è quasi raddoppiato. È ancora troppo presto però per avere dati definitivi sul loro impatto sul mercato dell’energia, anche perché molti degli stabilimenti più grandi sono attivi da poco.

Secondo le analisi finora disponibili i data center non hanno causato aumenti significativi per i consumatori, con alcune eccezioni soprattutto nel nordest, dove la rete elettrica non è stata al passo con l’aumento delle strutture. Secondo l’Istituto per l’economia energetica e le analisi finanziarie, una non profit statunitense, in Ohio le bollette sono aumentate in media di 16 dollari al mese tra 2025 e 2026, per motivi in parte riconducibili ai data center.

In base all’accordo fatto, The Barn a Saline userà un sistema di raffreddamento innovativo che permette di ridurre il consumo d’acqua. Related Digital ha promesso anche che creerà 2.500 posti di lavoro mentre è in fase di costruzione, poi 450 posti nella struttura e «migliaia» di altri impieghi indiretti in Michigan e in tutti gli Stati Uniti. Secondo LeBaron sono stime molto ottimiste, e la maggior parte dei nuovi posti di lavoro andrà a persone che non abitano a Saline: «Magari ci saranno degli impieghi in California per le persone che useranno da remoto i servizi del data center», dice.

Il cantiere del data center di Oracle e OpenAI a Saline, Michigan (Laura Loguercio/il Post)

La percezione intorno ai data center e al settore dell’intelligenza artificiale è cambiata parecchio negli ultimi quattro anni. ChatGPT fu messo online nel 2022 e riscosse immediatamente un enorme entusiasmo, che si trasmise a tutto il settore dell’intelligenza artificiale: chatbot e sistemi simili venivano visti come potenzialmente rivoluzionari, e molti stati e amministrazioni locali statunitensi facevano a gara per offrire le agevolazioni fiscali più convenienti e incentivare le aziende a investire nei loro territori. Oggi questi favori sono criticati in modo trasversale dagli elettori.

Con il passare del tempo, i sistemi d’intelligenza artificiale sono diventati sempre più autonomi e potenti, e sempre più ricercatori e sviluppatori accusano le aziende di sottovalutarne i rischi. La percentuale di popolazione preoccupata dall’impatto che l’AI avrà sul mercato del lavoro e in generale sulla società è aumentata rapidamente, così come i sospetti e le ostilità nei confronti delle aziende del settore.

– Leggi anche: L’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti?

Le posizioni del governatore del Texas, il Repubblicano Greg Abbott, riflettono bene quanto il cambiamento nell’opinione pubblica sia stato rapido. Già nel 2015 Abbott aveva introdotto esenzioni fiscali per i data center di durata ventennale, e a novembre del 2025 descrisse lo stato come «l’epicentro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Due mesi fa ha fatto marcia indietro: ha approvato una moratoria che di fatto vieta l’approvazione di nuovi permessi per costruire data center finché non saranno fatte delle verifiche ambientali.

La sua avversaria Democratica alle elezioni di metà mandato, Gina Hinojosa, ha adottato una posizione molto critica sul tema e rinfaccia ad Abbott le sue decisioni passate.

Anche i Democratici hanno fatto giravolte simili. A giugno del 2025 il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, si era detto «all in» sull’intelligenza artificiale (cioè completamente favorevole), tra l’altro proprio mentre annunciava un investimento da 20 miliardi di dollari di Amazon che comportava anche la costruzione di due data center. Lo scorso agosto ha introdotto regolamentazioni più severe per evitare che vengano approvati «progetti irresponsabili».

A luglio lo stato di New York, governato dai Democratici, è stato il primo a imporre un divieto di un anno alla costruzione di data center, ma in quasi tutti gli stati c’è qualche tipo di divieto o moratoria locale.

L’opposizione parte spesso dal basso, con gruppi di cittadini che si organizzano per osteggiare i nuovi progetti nelle loro comunità. Su Facebook esistono moltissimi gruppi contro la costruzione di data center per vari stati o città, alcuni con decine di nuovi post al giorno. Come spesso succede, queste comunicazioni online favoriscono la diffusione di informazioni false o fuorvianti e proposte a volte molto aggressive.

Russell Whipple è il sindaco di Mason, una cittadina a un’ora di auto da Saline dove è in discussione la costruzione di un altro data center. Dice che quando la voce si è diffusa molte persone dalla zona hanno iniziato a presentarsi ai consigli comunali: «Parlano senza sosta, sempre delle stesse cose. Ci accusano di violare la legge, di prendere delle tangenti, di fare affari con gli sviluppatori, di mentire o di avere dei segreti. Fanno allarmismo», sostiene.

Cartelli contro la costruzione del data center a Mason, Michigan, nel giardino di Randy Cantu, che abita proprio davanti ai terreni in cui lo stabilimento dovrebbe essere costruito (Laura Loguercio/il Post)

Secondo la piattaforma AdImpact, nella campagna elettorale per le elezioni di metà mandato sono stati spesi 173 milioni di dollari per produrre e diffondere pubblicità contro i data center. I Democratici hanno speso 140 milioni, i Repubblicani 28 milioni, e i rimanenti 5 milioni di dollari sono stati spesi da candidati indipendenti o gruppi a loro affiliati.

In generale, i Democratici sono riusciti meglio a sfruttare questa ostilità per fare presa sull’elettorato.

Alcuni Repubblicani stanno cercando di allinearsi, ma sono messi in difficoltà dall’approccio contro corrente di Donald Trump, che ha sempre presentato i data center come opportunità di sviluppo economico e in generale non si è mai mostrato particolarmente interessato a regolamentare le aziende statunitensi di intelligenza artificiale, perché teme che altrimenti verrebbero superate dai concorrenti cinesi. A fine agosto ha scritto sul suo social network Truth che «l’unica ragione per cui le comunità in tutti gli Stati Uniti potrebbero non volere i data center è se vogliono finire arretrate e povere».

È però una posizione impopolare, che non ha molta presa nemmeno sull’elettorato Repubblicano: ultimamente anche Trump l’ha ammorbidita, suggerendo per esempio che le compagnie tecnologiche dovrebbero pagare dei «dividendi», quindi una parte dei loro utili, alle comunità locali. La questione potrebbe diventare dirimente per il partito, dato che molti progetti per nuovi data center riguardano zone rurali dove generalmente i Repubblicani sono più forti.

– Leggi anche: C’è davvero una “corsa all’AI” con la Cina?