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  • Martedì 3 novembre 2026

Il governo britannico non è mai stato così vicino a scusarsi per la tratta degli schiavi

Re Carlo l'ha definita «mostruosa» nel viaggio ai Caraibi, ma per ora di risarcimenti non se ne parla

Re Carlo sotto la pioggia durante una cerimonia a North Sound, ad Antigua, il 1° novembre
Re Carlo sotto la pioggia durante una cerimonia a North Sound, ad Antigua, il 1° novembre (AP Photo/Matias Delacroix)
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In questi giorni è in corso la riunione dei capi di governo del Commonwealth delle nazioni, l’associazione internazionale di 56 paesi quasi tutti dell’ex Impero britannico. Si tiene ogni due anni e ogni volta da parte delle ex colonie si fanno più pressanti le richieste di scuse e risarcimenti per i secoli di schiavismo perpetrato dal Regno Unito: ci sono buone possibilità che si muova qualcosa, quantomeno sulle scuse.

Il capo del Commonwealth è re Carlo III, che potrebbe essere l’ultimo reale britannico a ricoprire la carica (non è ereditaria ma da quando esiste il Commonwealth moderno, cioè dal 1949, ha sempre coinciso con la corona). La questione dei risarcimenti ha funestato la visita di Carlo nei Caraibi che ha preceduto la riunione. Finora non ci sono state contestazioni paragonabili al disastroso viaggio nella regione dei principi William e Kate nel 2022, ma il tema ha monopolizzato le tappe di Carlo e della regina Camilla.

La monarchia britannica è in una posizione insidiosa, nonostante oggi solo 14 paesi del Commonwealth abbiano ancora Carlo per capo di stato cerimoniale (escludendo dal conto il Regno Unito).

I crimini – che significano anzitutto la tratta di 3,2 milioni di schiavi dall’Africa all’America, tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo – furono commessi quando la monarchia deteneva anche il potere politico e i nuovi territori venivano conquistati in suo nome. Oggi, che l’istituzione è del tutto subalterna al governo, anche volendo re Carlo non potrebbe prendere iniziative senza consultarsi con il primo ministro britannico di turno e riceverne l’autorizzazione.

Questo determina anche storture: per esempio la Chiesa anglicana, di cui formalmente Carlo è capo in Inghilterra (anche se il riferimento spirituale è l’arcivescova di Canterbury), si è scusata più volte per il proprio ruolo nello schiavismo. A differenza del governo britannico, che non l’ha mai fatto ufficialmente ma ci è andato vicino in più occasioni. Tra il 2006 e il 2007 l’allora primo ministro Tony Blair dei Laburisti espresse «rammarico» e definì «vergognosa» la tratta degli schiavi, ma non arrivò ad ammettere le responsabilità dello stato britannico.

Nel 2007 l’attivista Toyin Agbetu interruppe una commemorazione, all’abbazia di Westminster, dei 200 anni dall’abolizione del commercio degli schiavi nell’Impero, gridando alla regina Elisabetta di scusarsi

I successivi governi Conservatori avevano sensibilità diverse sull’argomento. La linea della destra britannica è solitamente quella, apologetica e revisionista, dell’orgoglio per l’abolizione della schiavitù nel 1833 che finisce per attribuire all’Impero un ruolo quasi di liberazione dei popoli che aveva assoggettato (i proprietari di schiavi furono risarciti con 20 milioni di sterline dell’epoca, somma che oggi sarebbe esorbitante).

Al di là dell’ideologia, la preoccupazione più prosaica dei governi di ogni colore politico è stata frenare sulle scuse formali per sottrarsi all’eventualità di dover riconoscere miliardi di sterline di risarcimenti.

Durante la visita di Carlo, il nuovo primo ministro Andy Burnham dei Laburisti ha preso una posizione nuova. Venerdì è intervenuto sul Guardian: una scelta non casuale, perché il Guardian è il principale giornale di orientamento progressista e ha un pubblico internazionale più esteso del solo Regno Unito. Possono sembrare tecnicismi, ma Burnham ha espresso delle scuse personali che sembrano preludere a quelle ufficiali. Si è detto «pentito per il dolore e la sofferenza di milioni di persone» e «aperto», e questo è il punto, alle scuse formali che così tante ex colonie chiedono.

Re Carlo III durante una parata a Nassau, alle Bahamas,il 28 ottobre

Re Carlo III durante una parata a Nassau, alle Bahamas, il 28 ottobre (AP Photo/Tim Aylen)

«Nascondendo la testa sotto la sabbia, abbiamo danneggiato la capacità del Commonwealth di funzionare», ha scritto Burnham sul Guardian. Ha comunque detto che non pensa che «le persone britanniche di oggi debbano essere ritenute responsabili per ingiustizie storiche, anche se atroci, che accaddero in un diverso periodo storico e sotto diverse leggi». E cioè: dei risarcimenti non se ne parla.

Lunedì lo staff di Burnham aveva fatto capire che anche i tempi delle scuse potrebbero non essere immediati. Quindi potrebbero non avvenire necessariamente ora che Burnham ha raggiunto re Carlo ad Antigua e Barbuda. Il governo pensa che le scuse debbano arrivare al termine di un confronto, nei prossimi mesi, coi governi delle ex colonie.

Martedì, nel discorso alla riunione, re Carlo non è arrivato fino alle scuse dirette. Ha fatto un intervento cauto e misurato, in cui comunque ha definito «mostruoso» il ruolo dell’Impero nella tratta degli schiavi e ha dato per assodato quello della marina britannica. Ha espresso, pure lui a titolo personale, «profondo rammarico» per un «capitolo vergognoso della storia».

– Leggi anche: A cosa serve il Commonwealth oggi

Le eventuali scuse, comunque, non chiuderebbero il discorso, anzi. «Se non c’è una compensazione, è probabile che quelle atrocità si ripetano in futuro. Ci deve essere una sorta di riconoscimento dei mali, e ci deve essere una sorta di restituzione», ha detto Gaston Browne, il primo ministro di Antigua e Barbuda.

Nonostante tutto il dibattito sui risarcimenti, uno dei momenti più commentati del viaggio di Carlo è questa clip in cui chiede, piuttosto scocciato, un ombrello mentre si infradicia sotto la pioggia

Il governo britannico teme che i risarcimenti implicherebbero versamenti da miliardi di sterline, in una fase storica in cui ha a stento lo spazio economico per le proprie leggi di bilancio, ma è una concezione in parte obsoleta.

La scorsa estate la prima ministra di Barbados, Mia Mottley, ha promosso un aggiornamento del documento che articola le richieste della commissione istituita a questo scopo dalla Comunità Caraibica nel 2013 (è l’organizzazione internazionale di cui fanno parte 15 stati caraibici). Contempla formule alternative ai versamenti economici, come la cancellazione dei debiti, la condivisione di tecnologie, gli investimenti o i fondi a programmi sanitari o educativi. La tesi è che servano misure strutturali per sradicare le conseguenze strutturali dello schiavismo e dello sfruttamento coloniale.

A marzo il Ghana aveva promosso una risoluzione alle Nazioni Unite a favore delle scuse e dei risarcimenti per lo schiavismo. Tutti i paesi europei, incluso il Regno Unito, si erano astenuti. Stati Uniti, Israele e Argentina avevano votato contro.