L’esercito israeliano si ritirerà da Hebron
La città della Cisgiordania dove aveva avviato una grossa operazione militare dopo un attentato contro soldati israeliani
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Lunedì l’esercito israeliano ha terminato un’operazione militare durata 11 giorni a Hebron, la città più grande della Cisgiordania, con oltre 200mila abitanti. L’operazione era iniziata dopo che due abitanti palestinesi della città avevano attaccato un posto di blocco dell’esercito israeliano a meno di una settimana dalle elezioni legislative, uccidendo due soldati israeliani e ferendone tre.
Nonostante fosse stata presentata dal governo israeliano come la più grossa operazione militare nella zona dal 1967, anno in cui Israele occupò la Cisgiordania durante la Guerra dei Sei giorni, il risultato è stato scarso: dopo aver perquisito centinaia di edifici, sfollato 3.361 persone e interrogate diverse decine, l’esercito ha sequestrato solo quattro armi. Gli effetti sulla popolazione palestinese della città invece sono stati molto gravi.
Durante l’operazione l’esercito israeliano ha demolito le case dove vivevano gli autori dell’attacco, uccisi il giorno stesso. È una pratica consolidata, che dovrebbe servire a scoraggiare attentati contro gli israeliani, ma che è ovviamente molto problematica.
Sono state demolite anche diverse case attorno al luogo dove era avvenuta la sparatoria. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che vive in Cisgiordania nella colonia israeliana di Kedumim, considerata illegale dalla comunità internazionale, le ha descritte come «strutture illegali», senza specificare altro. Molti edifici palestinesi in Cisgiordania vengono costruiti senza permesso perché Israele limita sistematicamente le autorizzazioni per costruire.
Secondo i dati diffusi dal governatorato di Hebron, fra gli sfollati erano compresi 232 neonati e 1.193 bambini fra i due e i 17 anni. Nonostante l’operazione israeliana abbia riguardato solo Hebron e i paesi circostanti, l’attività didattica è stata interrotta in tutte le quasi 600 scuole del governatorato, frequentate da oltre 260mila studenti (su 1 milione di residenti). Tredici stabilimenti industriali sono stati danneggiati, in parte anche per le demolizioni.

Una protesta di residenti palestinesi di Hebron contro l’esercito israeliano, il 1° novembre (AP Photo/Mahmoud Illean)
La scorsa settimana il quotidiano israeliano Haaretz aveva riferito che due giorni dopo l’inizio dell’operazione il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, aveva detto al primo ministro Benjamin Netanyahu che non c’erano ragioni operative per portarla avanti. Aveva aggiunto che non c’erano giustificazioni legali per impedire ai palestinesi sfollati di tornare a casa. Netanyahu però aveva ordinato di continuare.
Le elezioni legislative dello scorso 27 ottobre erano le prime dopo l’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre del 2023. La coalizione di Netanyahu rischiava di uscire sconfitta e lui aveva costruito tutta la sua campagna elettorale proprio intorno alla promessa di stabilità e di sicurezza per gli israeliani. È stato evidente anche nella retorica aggressiva che ha usato per parlare dell’attentato di Hebron. Domenica sera, due giorni dopo la pubblicazione dei risultati definitivi, il ministro della Difesa Israel Katz aveva ordinato di porre fine all’operazione e di ritirare le truppe.
È probabile però che l’esercito rimarrà a Hebron fino alla fine della settimana: sabato decine di migliaia di ebrei sono attesi nella parte della città dove vivono i coloni per celebrare, come ogni anno, la lettura della porzione della Torah che racconta l’acquisto da parte di Abramo della Grotta di Macpela per renderla luogo di sepoltura dei patriarchi di Israele (Abramo stesso, suo figlio Isacco e suo nipote Giacobbe). La Torah è il testo sacro di riferimento della religione ebraica, che corrisponde anche ai primi cinque libri della Bibbia.



