L’invenzione della techno

Oltre quarant'anni fa a Detroit un gruppo di dj afroamericani immaginò la musica da ballo del futuro

di Stefano Vizio

Juan Atkins in un club a Glasgow, in Scozia, nel 1991 (Brian Sweeney/PYMCA/Avalon/Getty Images)
Juan Atkins in un club a Glasgow, in Scozia, nel 1991 (Brian Sweeney/PYMCA/Avalon/Getty Images)
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Nella percezione comune, la techno è una musica che prese forma nei club nati in Germania dopo la caduta del muro di Berlino e che si sviluppò principalmente tra il Regno Unito e l’Europa del Nord. È un fatto meno noto al grande pubblico che la techno, come la house music, l’altro genere fondativo della musica dance elettronica, era nata quasi dieci anni prima a Detroit, negli Stati Uniti, nei locali e nelle feste in cui suonavano i dj afroamericani.

Normalmente attribuire la paternità di interi generi musicali a singole persone, o a contesti molto circoscritti, è un’operazione forzata e approssimativa: nel caso della techno no. In particolare, c’è una persona a cui è riconosciuto estesamente il ruolo di “pioniere”, “Godfather”, cioè padrino, della techno: Juan Atkins, dj e produttore che è morto sabato 31 ottobre a 64 anni a Città del Messico, poche ore prima di un set che doveva suonare allo YuYu Cine Club.

Atkins fu il precursore e l’iniziatore del nucleo che dalla metà degli anni Ottanta avrebbe formato con Derrick May e Kevin Saunderson, che assieme a lui definirono il suono della techno di Detroit. Insieme perfezionarono quella che sarebbe diventata la musica da ballo del futuro, ispirandosi all’elettronica che arrivava dall’Europa per reimmaginare i generi che conoscevano meglio: la disco e il funk.

Non ci sarebbe stata la techno di Detroit senza i Kraftwerk, il gruppo di Düsseldorf che negli anni Settanta applicò le possibilità della musica di sintesi al pop e al rock, mettendo le basi dell’elettronica per come la intendiamo oggi. Atkins, May e Saunderson consumarono loro dischi come Trans-Europe Express (1977) e Computer World (1981). I Kraftwerk erano nati nel contesto del krautrock tedesco e avevano incorporato le influenze minimaliste e ossessive di band americane come gli Stooges e i Velvet Underground, ma erano stati rivoluzionari nell’utilizzo quasi esclusivo di sintetizzatori e strumenti elettronici.

I primi dischi in cui si sentì qualcosa di molto simile a quella che poi sarebbe stata definita musica techno furono insomma quelli dei Kraftwerk. Ma dovette attraversare l’Atlantico e passare per i giradischi, le drum machine e i synthi da pochi soldi di Atkins e poi di May e Saunderson per prendere la forma che conosciamo oggi. I tre frequentavano la stessa scuola superiore a Belleville, un sobborgo di Detroit relativamente benestante, in cui la popolazione afroamericana era molto minoritaria.

La capitale statunitense dell’auto era in una enorme crisi a causa della deindustrializzazione, ma come la vicina Chicago era molto vivace dal punto di vista musicale, piena di band di soul, funk e disco, e di feste di afroamericani. Il contesto in cui nacque la techno era quello della musica nera, e in particolare della musica nera da ballo. In seguito May avrebbe descritto la techno di Detroit come «George Clinton e i Kraftwerk chiusi in ascensore», riferendosi al leader delle storiche band funk dei Parliament e dei Funkadelic.

Atkins, May e Saunderson provenivano dalla classe media, erano istruiti e curiosi, e sovrapposero alla loro passione per la musica elettronica e synth-pop europea la fascinazione per le idee di Alvin Toffler, un sociologo americano che con Lo choc del futuro e La terza ondata teorizzò la possibilità di controllare le stravolgenti innovazioni tecnologiche invece di subirle, assumendo il ruolo di “techno rebels”.

A quell’espressione Atkins si sarebbe poi ispirato per dare un nome alla musica che aveva inventato, nel tentativo di immaginare un futuro diverso da quello che sembrava inevitabile per gli afroamericani delle metropoli americane. Da subito la techno ebbe questa connotazione emancipatoria e filosofica, per certi versi distante da quella più edonista che l’avrebbe caratterizzata in seguito: nelle feste di Detroit le sostanze stupefacenti praticamente non c’erano, e anzi l’ondata successiva di produttori techno le avrebbe esplicitamente rifiutate.

Atkins si procurò e imparò a suonare i primi strumenti elettronici economici che provenivano dal Giappone, macchine come la Roland TR-808 o il Korg MS-10, e li usò per creare pezzi che si basavano sulla ripetizione. Le melodie però c’erano eccome, e si sviluppavano e incrociavano con dinamismo sopra a ritmi regolari scanditi da percussioni metalliche e da giri di basso potenti. Col passare degli anni le voci diventarono sempre meno presenti, e la forma canzone dei brani fu abbandonata: i pezzi erano prodotti per essere suonati e mixati all’infinito dai dj, che cercavano un effetto ipnotico e freddo per la pista da ballo.

Atkins pubblicò il suo primo singolo con Richard Davis, un altro musicista che partecipò alle fasi iniziali della techno, con il nome di Cybotron: “Alleys of Your Mind” del 1981 fu un successo a Detroit, a cui ne seguirono altri negli anni successivi, come “Clear”. Ma nel 1985 i due si separarono, perché Davis voleva virare verso il rock, e Atkins fondò la sua etichetta, Metroplex, su cui cominciò a pubblicare con il nome Model 500.

“No UFO’s” è considerata la canzone fondativa della Detroit techno, in cui avvenne la rielaborazione definitiva della tradizione funk, dell’elettronica tedesca e dei nuovi generi musicali che in quegli anni stavano dando origine all’elettronica afroamericana: in particolare l’electro, l’hip hop futuristico che stavano suonando con gli stessi strumenti elettronici d’importazione musicisti come Afrika Bambaataa.

Attorno alla Metroplex si riunirono May, Saunderson e Eddie Fowlkes, considerato il quarto membro di quel gruppo. Atkins aveva insegnato agli altri i suoi metodi per mixare e per comporre con gli strumenti elettronici, li aveva esposti alle sue ispirazioni teoriche e musicali, e li pubblicò con la sua etichetta, creando le condizioni per la nascita di quel gruppo ristretto che inventò la Detroit techno. Pezzi come “Strings of Life” (1987) di Derrick May e “Big Fun” (1988) di Kevin Saunderson e Paris Grey ebbero un grande successo, e fecero conoscere quella nuova musica fuori dalla città.

Negli stessi anni a Chicago, a poche centinaia di chilometri, dj come Frankie Knuckles avevano a loro volta definito un nuovo genere musicale, che si era cominciato a sentire al Warehouse, il locale da cui prese il nome la house music. Nacque sempre nelle sottoculture afroamericane, ma stavolta in quelle queer, e si distaccò meno radicalmente dalle tradizioni musicali nere, dal soul alla disco, che rimasero molto riconoscibili a partire dalle voci, ancora centrali. Ma il legame tra Chicago e Detroit, e le rispettive novità musicali, fu fondamentale nel processo di esportazione, che seguì un percorso simile.

Sia la techno sia la house negli anni successivi non attecchirono negli Stati Uniti, e trovarono invece fortuna in Europa. In Inghilterra impazzirono per la house, che passò attraverso le feste dell’Haçienda di Manchester e incontrò un’altra importazione dagli Stati Uniti, l’MDMA. L’associazione tra la sostanza psicoattiva che dà euforia ed energia e il ballo nacque nel 1988, quando alcune migliaia di giovani animarono la cosiddetta Second Summer of Love, un periodo di feste edonistiche accompagnate dalle canzoni house dei dj afroamericani di Chicago, l’atto fondativo della cultura rave.

La house arrivò anche in Germania, ma dopo la caduta del muro di Berlino fu soprattutto la techno di Detroit che animò le feste e poi i primi club aperti nei grandi spazi industriali abbandonati, dove suona ancora oggi.

Fin dai primi anni Novanta Atkins cominciò a suonare a Berlino e a pubblicare con Tresor, l’etichetta dell’omonimo club attraverso la quale cominciò a collaborare con il produttore Moritz von Oswald. Nel frattempo alla scena di Detroit si erano aggiunti altri produttori che ne avrebbero definito il suono per un intero decennio, come Carl Craig e Jeff Mills, che prima con il collettivo Underground Resistance e poi da solo diede un’impronta più politica e militante alla techno. Parallelamente, la house diventava un genere più festaiolo e disimpegnato.

Juan Atkins continuò a pubblicare per tutti gli anni Duemila, Dieci e Venti, collaborando in giro e suonando set nei club e nei festival di tutto il mondo, da solo o con May e Saunderson, e rifondando anche i Cybotron. A partire dagli anni Duemila partecipò spesso al Movement, il festival techno di Detroit che fu organizzato negli anni da Craig, May e Saunderson. Non troppi anni fa Atkins era passato per alcuni locali italiani, e lo scorso luglio aveva ripresentato il suo progetto solista Infiniti al celebre festival olandese del Dekmantel.

La techno di Detroit diede origine a uno dei generi musicali più popolari dei nostri tempi, da cui si svilupparono infiniti sottogeneri, molti dei quali totalmente sganciati dall’esperienza dei club e delle feste, e portati invece nei territori dell’ascolto e dell’avanguardia. Anche se l’origine afroamericana della techno non è nota a molti, e nella percezione comune ha prevalso quella bianca ed europea, ogni sera nei locali di ogni angolo del pianeta le persone continuano a ballare la musica che Atkins più di ogni altro contribuì a definire, oltre quarant’anni fa.