Gli studenti di origini asiatiche erano penalizzati dalle misure per favorire le minoranze etniche?
Da quando la Corte Suprema statunitense le ha abolite, in alcune prestigiose università ne sono entrati molti di più
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Da quando, nel 2023, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegale la pratica di alcune università di includere l’etnia di una persona tra i criteri di selezione per l’ammissione – misura che rientra nelle politiche note come affirmative action –, in alcuni degli atenei più prestigiosi del paese è aumentato il numero di studenti di origine asiatica.
Vale soprattutto per l’università di Harvard, che si trova nel Massachusetts ed è la più antica e prestigiosa degli Stati Uniti. Della classe di matricole entrata nell’autunno del 2026 i nuovi iscritti di origine asiatica sono il 43 per cento, mentre nel 2023 erano il 37 per cento. La quota di studenti afroamericani ad Harvard invece si è dimezzata: erano il 18 per cento nel 2023, mentre nel 2026 sono il 9,3 per cento. La percentuale di iscritti latinoamericani è rimasta più o meno la stessa: nel 2023 era dell’11,1 per cento e ora è dell’11,4 per cento.
Sono dati che vanno interpretati con cautela perché dal 2024, quindi dopo la sentenza della Corte Suprema, Harvard ha modificato il metodo con cui calcola le quote di appartenenza a un’etnia delle persone che si immatricolano. Prima del 2024 le rapportava all’intera classe di matricole, mentre dopo ha cominciato a calcolarle considerando solo gli studenti che dichiarano la loro appartenenza etnica, cosa che quindi fa gonfiare un po’ le percentuali. Quest’anno, per esempio, circa il 9 per cento degli studenti non ha fornito informazioni sulla propria etnia.
Negli Stati Uniti infatti quella dell’etnia è una categoria ufficiale che le persone indicano per esempio nei questionari di censimento e nei moduli di iscrizione alle università, in base a come si identificano.
Lo stesso aumento è stato registrato però anche in altre università prestigiose. Alla Columbia di New York nel 2023 gli iscritti di origine asiatica erano il 30 per cento mentre nel 2026 sono il 39 (il dato tiene conto anche delle persone indigene che vengono dall’Oceania). I latinoamericani sono passati dal 22 al 19 per cento. Infine gli afroamericani erano il 20 per cento nel 2023 e nel 2026 sono diventati il 12 per cento.
A Yale, in Connecticut, gli studenti asiatico-americani sono aumentati, anche se meno: sono circa il 33 per cento dei nuovi iscritti del 2026, mentre nel 2023 erano il 30 per cento. La quota di afroamericani si è ridotta dal 14 al 10 per cento; quella degli ispanici dal 18 al 12.
I dati delle ultime immatricolazioni sono stati interpretati come una conferma della tesi portata avanti per anni dai gruppi conservatori che si erano battuti per abolire l’affirmative action sostenendo che penalizzasse soprattutto un’altra minoranza: appunto quella degli studenti di origini asiatiche.
L’affirmative action, cioè le “azioni positive”, è l’insieme delle politiche sociali di contrasto alle discriminazioni adottate da tempo in molte prestigiose università americane, sia pubbliche che private, e prevede un’attenzione particolare all’ammissione di studenti appartenenti alle minoranze etniche.
Questo tipo di misure esiste dagli anni Sessanta e ha una funzione “risarcitoria”. L’idea è che tenere in considerazione l’appartenenza a una minoranza etnica, soprattutto quella afroamericana, al momento delle assunzioni nelle aziende o delle ammissioni nelle università permette di compensare secoli di discriminazioni negative legate alla schiavitù e al razzismo, e impedisce la riproduzione e l’amplificazione degli squilibri sociali prodotti da quella storia di segregazione e oppressione.
Oggi la maggior parte degli atenei negli Stati Uniti adotta sistemi di valutazione nei quali vengono considerati diversi aspetti del candidato: risultati scolastici, test standardizzati, attività extracurriculari, lettere di raccomandazione, esperienze personali e contesto familiare e sociale. Prima della sentenza della Corte Suprema, l’appartenenza etnica poteva essere presa in considerazione con l’obiettivo di favorire la diversità della popolazione studentesca e compensare appunto gli svantaggi dati da anni di discriminazioni razziali.
Nonostante le politiche sull’affirmative action fossero contestate da tempo, la Corte Suprema le aveva sempre ritenute legittime: le cose sono cambiate dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva nominato tre giudici conservatori tra il 2017 e il 2020, durante il suo primo mandato.
Nel 2023 la Corte Suprema stabilì che gli obiettivi dichiarati dalle università non erano sufficientemente definiti e misurabili e l’utilizzo delle categorie etniche rischiava di produrre stereotipi e trattamenti differenziati tra candidati. Le università possono ancora considerare le esperienze individuali di un candidato, anche quando sono legate alla sua identità etnica, purché non gli attribuiscano un vantaggio o uno svantaggio per la sola appartenenza a un gruppo.
I dati pubblicati da alcune di queste università sembrano mostrare che il cambiamento ha favorito gli studenti di origine asiatica a scapito di chi si identifica come afroamericano o ispanico. Harvard non ha invece pubblicato dati sulla percentuale di studenti che si identificano come bianchi. A Yale la percentuale di studenti bianchi è rimasta tra il 42 e il 46 per cento negli anni dopo la sentenza della Corte Suprema. Alla Columbia la percentuale di studenti bianchi è diminuita di 5 punti percentuali passando dal 51 per cento nel 2023 al 46 nel 2026.
Secondo Edward Blum, presidente di Students for Fair Admissions (SFFA), il gruppo conservatore che aveva intentato le cause contro Harvard e contro l’Università della North Carolina che avevano portato alla sentenza della Corte Suprema, i nuovi dati sono una «prova evidente» del fatto che Harvard abbia utilizzato l’etnia come fattore primario nelle proprie decisioni sull’ammissione per decenni.
Una delle contestazioni della SFFA ad Harvard riguardava il cosiddetto personal rating, un punteggio con cui Harvard valutava qualità come personalità, leadership e capacità di contribuire alla vita della comunità universitaria. Secondo l’SFFA, alcuni candidati asiatico-americani, pur ottenendo risultati accademici molto elevati, ricevevano valutazioni personali inferiori rispetto ad altri candidati di altre origini.
Questo valeva solo nelle università in cui si applicava l’affirmative action, mentre in quelle che utilizzavano per l’ammissione soltanto criteri di merito ed economici gli studenti di origini asiatiche erano molto più numerosi.
Secondo uno studio redatto dall’organizzazione Class Action, un gruppo che da anni si batte per ripensare l’organizzazione delle università d’élite degli Stati Uniti, le persone nere sono state le più penalizzate dalla cancellazione dell’affirmative action: negli ultimi anni si sono iscritte con più frequenza in università meno selettive e hanno cominciato a essere meno presenti in quelle di prestigio.
Le politiche inclusive come l’affirmative action erano importanti per chi le sosteneva per via del ruolo che le università come Harvard o Yale hanno nel consentire l’accesso al potere e a posizioni influenti all’interno della società americana. È molto facile che la mancanza di rappresentatività dentro le università si traduca in una sotto-rappresentazione di alcuni gruppi etnici anche all’interno dei posti in cui si prendono decisioni importanti per il paese.
– Leggi anche: Negli Stati Uniti si discute di “affirmative action”



