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  • Giovedì 29 ottobre 2026

Le regioni non hanno abbastanza soldi per la sanità

Avevano chiesto 6,8 miliardi di euro, soprattutto per aumentare gli stipendi di medici e infermieri, il governo gliene ha dati la metà

Un operatore del pronto soccorso
Un operatore del pronto soccorso (Alessio Coser/Getty Images)
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Nella legge di bilancio approvata dal Consiglio dei ministri sono stati stanziati 3,4 miliardi di euro in più per la sanità, la metà di quanto avevano chiesto le regioni, che negli ultimi due anni hanno fatto i conti con un aumento notevole dei costi per comprare farmaci e macchinari, ridurre le liste d’attesa, assumere medici e infermieri. La Corte dei conti ha calcolato che già nel 2025 le regioni avevano speso 2,3 miliardi di euro in più dei fondi a disposizione, un divario che aumenterà molto nei prossimi anni.

Gli attriti tra regioni e governo sui fondi per la sanità sono ricorrenti perché in Italia la sanità è gestita dalle regioni, ma i soldi arrivano soprattutto dallo Stato attraverso il fondo sanitario nazionale, che nel 2027 sarà di 146,3 miliardi di euro. Il fondo viene diviso con diversi criteri che riguardano perlopiù il numero degli abitanti e l’età media. Se una regione spende più di quanto riceve deve coprire la differenza in autonomia, per esempio aumentando le tasse, e quando non riesce a farlo entra nel cosiddetto piano di rientro, un regime controllato dai ministeri dell’Economia e della Salute che impone di alzare al massimo le tasse regionali e limitare le assunzioni. Oggi sono sottoposte a piani di rientro Abruzzo, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia.

I 2,3 miliardi di euro calcolati dalla Corte dei conti per il 2025 sono la differenza tra spese e entrate prima delle coperture, cioè prima dei tentativi fatti dalle regioni per trovare un equilibrio economico. Rispetto al 2024, quando la differenza era di 1,5 miliardi di euro, c’è stato un aumento di 800 milioni, il 51 per cento in più. Il divario delle regioni sottoposte al piano di rientro è passato da 197 a 677 milioni di euro, ma la maggior parte di quei 2,3 miliardi è stata accumulata nelle altre regioni, quelle almeno in teoria con i conti in regola.

Le regioni spendono molto di più di quanto avevano previsto in particolare per i farmaci. La legge dice che non potrebbero riservare ai farmaci più di 20,7 miliardi di euro, pari al 15,3 per cento del fondo nazionale, ma nessuna regione rispetta questo limite: nel 2025 la spesa totale è arrivata a poco più di 25 miliardi di euro. Le regioni che lo superano di più sono Sardegna, Campania, Abruzzo e Calabria.

In un’intervista a Repubblica il presidente della Puglia Antonio Decaro ha spiegato che buona parte di questi costi non dipende dalle regioni: «I farmaci innovativi costano. Sono introdotti da Aifa e ministero e noi non possiamo certo dire di no, perché sono utili per i malati». Secondo Decaro la spesa è aumentata anche perché alcuni farmaci che prima venivano distribuiti negli ospedali, a costi più bassi, ora sono passati alle farmacie, più comode per i pazienti ma con costi più alti per le regioni.

Per i dispositivi medici il problema è simile. Rientrano in questa categoria garze, bende, ferri chirurgici, ma anche valvole cardiache, protesi ortopediche, accessori per la radioterapia, dispositivi per dialisi e per il pronto soccorso. Nel 2025 le regioni hanno speso 8,8 miliardi di euro, il 6,5 per cento del fondo sanitario, nonostante la legge abbia fissato un limite al 4,4 per cento. Lo sforamento è stato di 2,8 miliardi di euro.

Sui dispositivi medici c’è da anni un contenzioso tra le regioni e le aziende produttrici. Riguarda il payback, un meccanismo approvato dal governo nel 2015 per obbligare le aziende a restituire una parte della spesa in eccesso rispetto al limite. La Corte dei conti ha calcolato che negli ultimi sei anni è stato accumulato un eccesso di 13,1 miliardi di euro, di cui 6,6 sarebbero a carico delle aziende, che però hanno presentato molti ricorsi per non pagare.

Il terzo grosso aumento di spesa riguarda le visite, gli esami e i ricoveri che le regioni comprano da ospedali e ambulatori privati accreditati. Nel 2025 sono stati spesi 13,8 miliardi di euro, il 3,1 per cento in più rispetto all’anno precedente, il 18,5 per cento in più rispetto al 2019, l’anno che ha preceduto la pandemia.

– Leggi anche: Stiamo privatizzando la sanità?

Le regioni sono molto preoccupate per l’aumento degli stipendi dei sanitari dovuto ai rinnovi dei contratti e delle indennità, oltre che per le nuove assunzioni. Il governo stima che quest’anno la spesa aumenterà del 7,3 per cento rispetto al 2025, ma è complicato capire come questa percentuale verrà ripartita tra le regioni. Negli ultimi mesi il ministero dell’Economia ha diffuso stime che sono cambiate nel tempo e probabilmente cambieranno ancora nei prossimi mesi. Alla Toscana, per esempio, era stato detto di mettere da parte 100 milioni di euro per gli aumenti di stipendio, ma il ministero si è poi accorto che in realtà serviranno in totale 213 milioni.

Già l’anno scorso la Toscana aveva chiuso il bilancio sanitario con 330 milioni di spese in eccesso, coperte almeno in parte con l’aumento dell’addizionale Irpef (un’imposta regionale sul reddito personale che si aggiunge all’Irpef che si versa normalmente allo Stato), e con una serie di interventi per ridurre i costi. Gli sforzi però rischiano di non bastare.

Nelle ultime settimane le regioni, in particolare quelle governate dal centrosinistra, avevano cercato di fare pressione sul governo: avevano chiesto 6,8 miliardi di euro in più per il 2027 e 18 miliardi di euro fino al 2029. Alla fine ne sono arrivati 3,4, di cui un miliardo era già previsto. Una parte di questo aumento, di cui non si conosce ancora l’importo, sarà vincolata ad alzare gli stipendi dei medici di pronto soccorso. Altri soldi serviranno ad alzare il limite di spesa per i farmaci.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di 5 miliardi di euro «per la salute dei cittadini», ma la cifra comprende anche 1,6 miliardi per un voucher da 300 euro destinato a chi ha più di 75 anni e una pensione fino a 28mila euro l’anno, da usare per farmaci e visite specialistiche. Sono soldi che vanno direttamente alle persone e non ai servizi sanitari regionali. Secondo Decaro le regioni che possono alzare ancora le tasse hanno un margine per intervenire e coprire l’eccesso di spesa, mentre quelle che le hanno già portate al massimo rischiano di dover ridurre i servizi sanitari e di conseguenza allungare le liste d’attesa.