La parola “maranza” può essere usata in modi diversi
Per appiattire il discorso sulle seconde generazioni, per fare generalizzazioni razziste, ma anche per riconoscersi e riappropriarsene
di Giuseppe Luca Scaffidi
- Condividi
- X
- Regala il Post

Come tanti altri termini legati a questioni di identità, “maranza” è una parola che può essere usata in modi molto diversi. Tra gli stessi ragazzi italiani di seconda generazione, cioè nati in Italia in famiglie di origine straniera, c’è chi la adopera con leggerezza, chi la rivendica per ragioni politiche, chi la rifiuta categoricamente. Nel dibattito pubblico italiano, invece, è strettamente associata ai discorsi di sicurezza e ordine pubblico, e usata perlopiù con connotazioni dispregiative, quando non apertamente razziste.
Fino a qualche tempo fa era confinata perlopiù al gergo di alcune città del Nord Italia, ma è entrata sempre di più nei discorsi nazionali fino ai fatti del weekend del 17 e del 18 ottobre a Milano. I ragazzi che si sono scontrati con la polizia e hanno spaccato varie cose nelle vie del centro erano per molti versi eterogenei: di origine sia straniera sia italiana, in larga parte minorenni, provenienti dalle periferie di Milano, dall’hinterland e da altre province vicine. Ma in molti resoconti sono stati genericamente etichettati come “maranza”.
Nella sua connotazione più comune, il termine descrive ragazzi giovani, di origine soprattutto nordafricana ma anche italiana e di altri paesi stranieri, accomunati dallo stesso modo di vestire e dagli stessi consumi musicali. Ma nella maggior parte dei discorsi, ai ragazzi “maranza” sono attribuiti anche gli stessi comportamenti: strafottenti e devianti, lesivi del decoro, spesso pericolosi socialmente. Nel presentare la sua legge contro la criminalità minorile nelle città, il governo ha parlato di “legge-anti maranza”.
Le persone inquadrate in questa categoria condividono elementi estetici e culturali ricorrenti. Portano cappellini e borselli firmati, piumini smanicati, capelli rasati ai lati e scarpe da ginnastica, soprattutto Nike TN; e ascoltano quasi esclusivamente musica trap, i cui interpreti più noti e influenti, come Baby Gang e Simba La Rue, sono considerati da molti dei modelli.
Talvolta i ragazzi di seconda generazione usano la parola “maranza” per esprimere fratellanza e riconoscersi tra loro, in una sorta di processo di riappropriazione linguistica. C’è anche chi rivendica il termine in senso politico, per provare a rovesciare gli stereotipi a cui è associato. Lo scrittore Mosa One per esempio ha da poco pubblicato il romanzo Il primo maranza al governo, che parla di un ragazzo di seconda generazione che decide di entrare in politica per cambiare dall’interno un sistema che lo tiene ai margini.
Altri rifiutano nettamente di riconoscersi in questa definizione, giudicandola escludente e ghettizzante. Il rapper e opinionista televisivo Jamal Hourani, che ha 34 anni e vive nella periferia ovest di Milano, racconta che fino a pochi anni fa nel suo giro nessuno usava la parola “maranza”. Al suo posto venivano usati termini gergali riferiti principalmente al vestiario e a una certa spacconeria, come “tamarro” o “zarro”. «Era tutta una questione estetica. Non esistevano neologismi che ti etichettavano in base alle tue origini», spiega.
Omar El Idrissi ha 23 anni ed è cresciuto nel quartiere Parella, nella zona ovest di Torino. Quando frequentava le scuole superiori sfoggiava tutti i segni distintivi del cosiddetto maranza, dalla tuta al borsello a tracolla. Nessuno però lo definiva in quel modo: «Ora ho cambiato stile, ma se mi vestissi come allora mi chiamerebbero così».
El Idrissi studia economia aziendale, è molto attivo socialmente e vuole diventare un politico. Considera la parola “maranza” stigmatizzante, perché riconduce a uno stereotipo unico persone molto diverse per interessi, inclinazioni e vissuti personali. «I cosiddetti maranza non sono per forza arabofoni o di origine nordafricana, eppure nell’accezione comune è così» dice citando i rapper Rhove e Rondodasosa, che pur essendo nati in Italia da famiglie italiane «rientrano nel luogo comune del maranza al cento per cento».
L’altro elemento della parola che El Idrissi trova «insopportabile» è la sua connessione con una presunta propensione a delinquere. «Nell’immaginario comune se ascolti Neima Ezza [un noto rapper di seconda generazione] e porti lo smanicato, automaticamente vuoi scippare il portafogli o la catenina a qualcuno. Che ragionamento è?».
El Idrissi comunque non nega che alcuni ragazzi di seconda generazione abbiano comportamenti poco edificanti, e disprezza i creatori di contenuti che esasperano i luoghi comuni più insopportabili associati a questa etichetta per «fare visualizzazioni e diventare personaggi pubblici». A suo dire alimentano una narrazione negativa anche molte canzoni trap che parlano con fierezza di microcriminalità, degrado, violenza e ostentazione di ricchezza.
L’origine della parola “maranza” è incerta. Il cantante Jovanotti la utilizzò già in una sua canzone del 1988 per indicare un adolescente spavaldo e ribelle, che si sente libero di fare ciò che gli va. Circolano anche altre congetture, in tutti i casi poco fondate. Come quella rilanciata recentemente dal deputato leghista Igor Iezzi, secondo cui sarebbe un’unione tra “marocchino” e “zanza”, altra parola gergale usata a Milano per riferirsi a chi compie furtarelli. Un’altra ipotesi la fa invece derivare da una storpiatura di “tamarro” in “tamarranza”, con l’aggiunta di un suffisso (-anza, per l’appunto) usato anche in altre espressioni gergali del Nord Italia.
Secondo Gabriel Seroussi, autore del libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, la parola “maranza” si è consolidata nel dibattito pubblico a partire dal 2022. Nell’estate di quell’anno migliaia di adolescenti di origine nordafricana parteciparono a due raduni non autorizzati a Peschiera del Garda e a Riccione, organizzati tramite il passaparola su TikTok e finiti al centro delle cronache per gli episodi di violenza e gli scontri con la polizia.
Da quel momento il termine è diventato «uno stereotipo cognitivo utilizzato da media e politici conservatori per semplificare una realtà giovanile complessa, e rispondere a un’ansia securitaria molto diffusa nel paese», secondo Seroussi.
La musica hip hop, assieme alla moda, è uno dei pochi elementi che possono unire trasversalmente ragazzi con storie e sogni molto diversi. «Chi cresce in periferia e in condizioni di indigenza, a prescindere dal fatto che abbia un background migratorio o meno, si sente escluso a priori da tantissime cose: la politica rappresentativa, il mondo del lavoro, i posti esclusivi del centro», dice la scrittrice e divulgatrice Naomi Kelechi Di Meo.
Secondo Di Meo è naturale cercare nella musica un modello di riscatto, riconoscendosi in artisti che provengono da contesti simili e sono riusciti a emanciparsi. «Non è che vogliano fare “soldi facili”, come si sente spesso dire. Si chiedono piuttosto che senso abbia lavorare per essere sottopagati, subire discriminazioni razziali, rischiare di non essere assunti perché stranieri o poter accedere solo a quei lavori in cui la propria origine è considerata accettabile».
– Leggi anche: Cosa accomuna i ragazzi dei disordini a Milano
Da tempo in ambito accademico si discute se i “maranza” possano essere considerati una sottocultura a tutti gli effetti, come accaduto in passato con il punk o i raver. Il sociologo dell’università di Padova Tommaso Sarti, autore del saggio Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, spiega che i presupposti potrebbero esserci, anche se la discussione sul punto è ancora in una fase embrionale.
Oltre a condividere estetica e consumi culturali, secondo Sarti i cosiddetti maranza sono infatti accomunati da un altro tratto tipico delle sottoculture: e cioè il riconoscersi in una certa visione politica, per quanto abbozzata e poco esplicitata. «Vengono descritti come individui depoliticizzati e attratti dall’opulenza. Eppure portano avanti un insieme di rivendicazioni molto concrete», dice Sarti. Tra queste le mobilitazioni contro la guerra a Gaza, la denuncia degli abusi di polizia e del razzismo, una crescente consapevolezza della propria condizione di classe e una palese sfiducia nei confronti della politica rappresentativa, da cui «si percepiscono per forza di cose totalmente esentati».
Anche per El Idrissi questo aspetto rimane spesso sullo sfondo. «I ragazzi di seconda generazione hanno una consapevolezza politica molto forte che parte da aspetti molto pragmatici, come il sentirsi poco integrati all’interno della comunità, e poi si allarga ad altro».
El Idrissi aggiunge che, a dispetto di quanto si possa pensare, i suoi amici e coetanei si sentono addosso un «grosso senso di responsabilità». «Ci sentiamo italiani al cento per cento e siamo consapevoli di essere una componente demografica importantissima. Siamo già diventati cittadinanza attiva, e di qui a qualche anno saremo parte della classe dirigente: vogliamo contribuire a migliorare questo paese, che poi è il nostro».
– Leggi anche: La spropositata passione dei rapper per le tute



