Che posto era la Kehlsteinhaus, il “nido dell’aquila” di Hitler

Per il suo valore storico e turistico il governo bavarese prevede di ricostruirla, dopo l’incendio che l’ha devastata venerdì

La Kehlsteinhaus
La Kehlsteinhaus nel 2017 (Petriukas/Wikimedia)
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Nei filmati e nelle fotografie della propaganda nazista si trovano diverse immagini di Adolf Hitler con familiari, amici o altri ospiti in una residenza di montagna. Ne aveva più di una sull’Obersalzberg, in Baviera, ma la Kehlsteinhaus, anche detta “nido dell’aquila”, è tra quelle l’unica ancora in piedi sulla montagna, a 1.834 metri di altitudine, e non andata distrutta dopo la fine della Seconda guerra mondiale. O meglio era, dato che venerdì sera un grande incendio l’ha devastata.

Per la sospetta origine dolosa dell’incendio la polizia ha arrestato un uomo di 33 anni, dopo averlo inseguito mentre si allontanava in motocicletta. La Kehlsteinhaus (letteralmente “casa sul Kehlstein”, il nome della cima) ha subìto danni stimati in milioni di euro, ed è molto probabile che in qualche forma sarà ricostruita, per il suo valore storico e più di recente turistico: «Non possiamo certo lasciare lassù un rudere», ha detto il ministro degli Interni bavarese, Joachim Herrmann.

Il terreno della residenza, nel comune di Berchtesgaden e a meno di venti chilometri dal confine con l’Austria, è di proprietà della Baviera ed è uno dei siti più frequentati di tutto lo stato: attira fino a 400mila visitatori ogni anno. L’edificio ospita al suo interno un ristorante e una birreria, gestiti in usufrutto da una fondazione, e una mostra permanente.

La Kehlsteinhaus è tutto ciò che rimane di un vasto complesso nazista, quasi tutto distrutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

A circa 5 chilometri dalla Kehlsteinhaus infatti sorgeva il Berghof, la residenza estiva privata di Hitler, più piccola e più famosa, semidistrutta dai bombardamenti degli Alleati il 25 aprile 1945. A venti minuti a piedi da lì ce n’era un’altra, la sala da tè di Mooslahnerkopf, demolita dal governo bavarese nel 1951, per scoraggiare culti e commemorazioni di Hitler. Se la Kehlsteinhaus non fece la stessa fine è perché rispetto alle altre due era meno associata a Hitler, che non la considerava un luogo altrettanto intimo e l’aveva frequentata di meno.

È possibile che Hitler la apprezzasse poco anche perché soffriva di vertigini, come ricorda il quotidiano Frankfurter Allgemeine. La Kehlsteinhaus infatti era stata costruita su una cima rocciosa molto più difficile da raggiungere. Ancora oggi, per arrivarci, bisogna percorrere una strada lunga quasi 7 chilometri e larga appena 4 metri, lungo un dislivello di 800 metri. Altri cento bisogna poi superarli o con un impianto di risalita costruito dentro la montagna, che Hitler pare non gradisse prendere, o attraverso un sentiero. Anche il fatto che fosse difficile da raggiungere per i mezzi, insomma, l’avevano risparmiata dalla demolizione.

La strada per la Kehlsteinhaus

La strada per la Kehlsteinhaus, in una foto senza data (Dpa/Ansa)

In più, la Kehlsteinhaus non aveva subito alcun danno durante i bombardamenti alla fine della guerra: motivo per cui le autorità locali intravidero la possibilità di renderla senza grandi spese una meta turistica.

A dare alla residenza il soprannome “nido dell’aquila”, in riferimento all’altitudine e all’animale simbolo della Germania nazista, era stato un ambasciatore francese durante una delle prime visite. Era questo – ospitare alcuni incontri diplomatici di Hitler – lo scopo per cui era stata costruita nel 1938, commissionata dal gerarca nazista Martin Bormann.

Tutta l’area dell’Obersalzberg in cui sorgevano le residenze era chiusa al pubblico e riservata ai leader nazisti e ai loro ospiti e familiari. Per la bellezza del panorama e l’ampiezza delle sale la Kehlsteinhaus in particolare fu utilizzata anche per ricevimenti ufficiali: incluso il matrimonio della sorella di Eva Braun, compagna di Hitler, che frequentava lo chalet molto più spesso di lui.

Eva Braun, a sinistra, e sua sorella minore Margarete “Gretl” Braun, sedute vicino al loro terrier scozzese, alla Kehlsteinhaus

Eva Braun, a sinistra, e sua sorella minore Margarete “Gretl” Braun, con il loro terrier scozzese, alla Kehlsteinhaus, nel 1943 (Galerie Bilderwelt/Getty Images)

Tra i materiali utilizzati per arredare l’interno della residenza viene spesso citato un marmo rosso di Levanto, donato a Hitler dal dittatore fascista Benito Mussolini e utilizzato per rivestire un grande camino nella sala principale.

Il camino in marmo rosso

Il camino in marmo rosso nella sala principale della Kehlsteinhaus, con i bordi superiori scheggiati, nel 2012 (Wikimedia)

Dopo la sconfitta della Germania nella guerra, la Kehlsteinhaus fu utilizzata dagli Alleati come postazione di comando per un breve periodo, durante il quale i soldati danneggiarono parte degli interni, incluso il camino, da cui asportarono dei pezzi come souvenir.

Per la Germania democratica, nonostante le parole del ministro degli Interni bavarese, la ricostruzione della Kehlsteinhaus potrebbe diventare una questione controversa. Prima degli ultimi due decenni, come ha scritto il quotidiano Süddeutsche Zeitung, la storia della residenza era stata per lungo tempo pubblicizzata e commercializzata in modo discutibile, con materiale e cartoline che riprendevano temi della propaganda nazista, senza un approccio storiografico che la inserisse nel contesto della brutalità del regime.