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  • Giovedì 22 ottobre 2026

Cosa accomuna i ragazzi dei disordini a Milano

Pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per cosa si stava protestando e nessuno immaginava conseguenze così gravi

Ragazzi spaccano una vetrina durante i disordini di Milano (Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images)
Ragazzi spaccano una vetrina durante i disordini di Milano (Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images)
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Tra i ragazzi arrestati a Milano per i disordini e i saccheggi di sabato e domenica scorsi quasi nessuno aveva precedenti penali, quasi tutti non si conoscevano tra loro, pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per cosa si stava protestando e soprattutto nessuno era consapevole delle conseguenze a cui sarebbe andato incontro devastando i negozi. Individuare e analizzare le motivazioni dietro ai disordini è complesso anche per chi sta indagando, ma gli interrogatori fatti negli ultimi due giorni dai giudici del tribunale per i minorenni e da quelli ordinari aiutano a capire meglio chi sono i ragazzi arrestati e soprattutto cosa li accomuna.

In totale i ragazzi arrestati tra sabato e domenica sono 35, per la maggior parte tra 15 e 16 anni, alcuni appena 14enni. 31 su 35 non avevano precedenti penali. 25 sono nati in Italia, altri sono nati all’estero, ma sono arrivati in Italia poco dopo la nascita. Molti vivono a Milano, soprattutto nei quartieri della periferia, o nei comuni della provincia, mentre tra gli oltre 270 fermati e portati in questura c’erano anche molti ragazzi arrivati in città da paesi di altre province lombarde, da Lecco, Como, Monza e Brianza, Bergamo.

Tutti hanno detto ai giudici di aver raggiunto il centro dopo essere stati aggiunti in chat Telegram dove venivano diffusi appelli a partecipare alle proteste contro l’aumento dei prezzi, mentre domenica molti sono stati attratti dai video diffusi su TikTok che mostravano i disordini del giorno precedente.

Anche se le forze dell’ordine li hanno percepiti fin da subito come un gruppo, dagli interrogatori è emerso chiaramente che gli oltre trecento ragazzi coinvolti più o meno direttamente nei disordini si sono trovati in piazza senza conoscersi, non molto diversamente da quanto accade ogni domenica pomeriggio nelle vie del centro. «I social hanno avuto una doppia funzione», dice l’avvocato Michele D’Agostino, che difende uno degli arrestati. «Per molti di loro sono stati un richiamo, per altri si è aggiunta anche una componente di curiosità e di emulazione: volevano andare a vedere cosa stava succedendo, fare foto e video. Volevano insomma partecipare e far vedere a tutti che c’erano».

Durante l’interrogatorio, un 18enne arrestato e accusato di aver rubato indumenti da Decathlon ha detto di essere entrato nel negozio perché voleva «provare emozioni». Un altro 18enne ha spiegato di aver capito che la situazione sarebbe potuta diventare violenta, ma di aver deciso di restare «per curiosità e spinto dall’euforia». Marco Moscatiello, avvocato di un ragazzo di 22 anni, dice che il suo cliente domenica è andato in centro con un amico dopo aver saputo degli scontri del giorno prima e si è messo a filmare con il telefono. È stato fermato durante una carica della polizia, proprio mentre stava filmando. «Non era una piazza di venti, trenta o quarant’anni fa, che sapeva cosa accadeva quando interviene la polizia», dice Moscatiello.

Il Post ha sentito diversi avvocati dei ragazzi accusati dei disordini: tutti dicono che l’inconsapevolezza delle conseguenze è una delle caratteristiche più comuni tra gli arrestati. Alcuni si sono resi conto di rischiare condanne pesanti soltanto durante l’interrogatorio. Molti hanno detto ai giudici di essere convinti che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi entrava a prendere scarpe e borse.

Le accuse sono gravi: il reato di devastazione e saccheggio al giorno d’oggi è molto raro in indagini e processi, ma prevede pene da 8 a 15 anni di carcere, con la pena ridotta fino a un terzo per i minorenni. Al reato di resistenza a pubblico ufficiale, contestato quasi a tutti, sono state aggiunte molte aggravanti come l’aver agito in gruppo e usando armi come pietre e bastoni, con pene che possono arrivare a 15 anni di carcere.

Nessuno ha dato una motivazione politica al saccheggio. I ragazzi non risultano legati a gruppi o partiti, e alla domanda su cosa volessero ottenere hanno risposto in modo generico: la maggior parte non ha risposto, uno ha detto di protestare perché il padre aveva perso il lavoro, altri hanno detto per i prezzi alti.

I disordini vanno quindi distinti dalle manifestazioni contro il carovita organizzate a Milano e in molte altre città. Quei cortei erano stati annunciati e avevano un percorso concordato con la questura, oltre a richieste precise come l’aumento dei salari, la riduzione del prezzo degli affitti, una scuola e una sanità migliori. Uno degli organizzatori della manifestazione di Milano ha detto di non aver capito cosa sia successo: «Intorno alle 15 sono arrivati i maranza e hanno iniziato a lanciare dei petardi belli grossi e la situazione ha iniziato a degenerare. Forse noi abbiamo esagerato con alcuni cori mandando a quel paese le forze dell’ordine, poi dalle 15 alle 16 l’aria è diventata molto pesante».

Nelle proteste violente degli ultimi decenni a Milano venivano colpiti soprattutto edifici considerati simbolo del potere, come banche e sedi istituzionali. Stavolta sono stati presi di mira negozi di scarpe, abbigliamento sportivo, prodotti di marca e marchi di lusso. Dopo i riots di Londra del 2011, nei quali erano stati saccheggiati soprattutto negozi di elettronica e di abbigliamento, il sociologo Zygmunt Bauman aveva parlato di «consumatori difettosi e squalificati», ragazzi abituati a riconoscersi attraverso le cose materiali che possiedono, ma esclusi dalla possibilità di comprarle.

«Hanno assaltato Foot Locker e altri negozi che vendono cose riconoscibili», dice l’avvocata Antonella Bongermino, che difende uno dei ragazzi. «In questo modo cercano di imporsi nella società, perché se mi vesto in un determinato modo la gente mi guarda: è anche questa una forma di disagio e credo sia sintomatico del poco spazio che viene riservato ai ragazzi, non solo fisico».

Giovedì ci sono state le udienze per 24 dei ragazzi arrestati: per tre di loro è stata decisa la custodia cautelare in carcere, mentre per altri 21 l’obbligo di permanenza a casa (l’equivalente degli arresti domiciliari nella giustizia minorile) o il collocamento in comunità. Anche per gli altri 11 arrestati negli scorsi giorni erano già stati decisi obblighi di permanenza a casa o la comunità.

Intanto il governo ha approvato misure straordinarie e l’arrivo di 500 soldati in città in vista del prossimo fine settimana, quando sono in programma nuove manifestazioni contro il carovita.

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