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  • Mercoledì 21 ottobre 2026

La squadra che non gioca in casa dal 2014

Fin dall'invasione russa del Donbas, lo Shakhtar Donetsk si fa ospitare altrove in Ucraina e in Europa, ottenendo ottimi risultati tra mille problemi logistici

I calciatori dello Shakhtar Donetsk con le bandiere dell'Ucraina sulle spalle, prima della partita di Champions League giocata "in casa" a Londra contro l'Aek Atene (Steve Bardens - AMA/Getty Images)
I calciatori dello Shakhtar Donetsk con le bandiere dell'Ucraina sulle spalle, prima della partita di Champions League giocata "in casa" a Londra contro l'Aek Atene (Steve Bardens - AMA/Getty Images)
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Questa sera nella Champions League maschile di calcio l’Inter ospita lo Shakhtar Donetsk, una squadra ucraina che da 12 anni gioca lontano da casa tutte le sue partite a causa delle invasioni della Russia: prima quella del 2014 nel Donbas, la regione dell’Ucraina orientale in cui si trova Donetsk, e poi quella su larga scala dell’Ucraina, iniziata nel 2022. Già nel 2014 lo Shakhtar fu costretto a lasciare Donetsk e a trasferire la propria sede a Boryspil, una cittadina accanto all’aeroporto internazionale di Kyiv. Nel frattempo il suo stadio, la Donbas Arena, è stato molto danneggiato: oggi sarebbe inagibile.

L’ultima partita dello Shakhtar Donetsk nella Donbas Arena si giocò il 2 maggio del 2014 contro l’Illichivets Mariupol, un club che oggi non esiste più. Da allora, lo Shakhtar ha iniziato a girovagare, prima in Ucraina (Lviv, Kharkiv, Kyiv, di nuovo Lviv) e poi in Europa. Dal 2022, infatti, per ragioni di sicurezza la UEFA ha deciso di non far giocare partite internazionali in Ucraina, e così lo Shakhtar ha dovuto trovare città e stadi stranieri disposti a ospitarlo. Ha giocato quindi le sue partite internazionali casalinghe in Polonia, in Germania e in Slovenia; in questa stagione gioca in Champions League a Londra, nello stadio del Chelsea, dove ha debuttato il 14 ottobre contro l’AEK Atene (vincendo 3-1). In Ucraina gioca a Lviv, a oltre mille chilometri da Donetsk.

Lo Shakhtar non è stato l’unico club ucraino a doversi trasferire a causa della guerra, ma la sua situazione resta quella più emblematica, perché la squadra ha continuato a ottenere importanti risultati sia a livello nazionale che internazionale: dal 2014 ha vinto sette campionati ucraini su 11, raggiungendo due volte la semifinale di Europa League e una volta quella di Conference League. Prima che tutto iniziasse, nel 2009 lo Shakhtar aveva vinto l’Europa League, e nel 2012 la Donbas Arena aveva ospitato cinque partite degli Europei.

La Donbas Arena, danneggiata già nel 2014 (AP Photo/Dmitry Lovetsky)

Giocare all’estero porta diverse complicazioni, soprattutto per l’impossibilità di prendere un aereo dall’Ucraina verso qualsiasi altro paese. Per questo motivo, la squadra e lo staff dello Shakhtar alloggiano a Vynnyky, una cittadina vicino a Lviv, nell’Ucraina occidentale, e usano il campo sportivo della squadra locale, il Rukh Lviv, che gioca nella terza divisione ucraina. Da lì la squadra deve trasferirsi in pullman fino a Rzeszów, in Polonia, dove c’è l’aeroporto più vicino, facendo un viaggio di quasi 170 chilometri.

Volodymyr Oleksiuk, il capo dello staff medico del club, ha raccontato a The Athletic che per la prima partita a Londra la squadra è partita sabato, quindi quattro giorni prima. «Abbiamo bisogno di almeno due o tre giorni a Londra per adattarci, anche perché c’è una differenza di fuso orario di due ore rispetto all’Ucraina» ha detto Oleksiuk. Lo spostamento fino all’aeroporto di Rzeszów è avvenuto con tre pullman di grandi dimensioni e nove più piccoli: sui primi hanno viaggiato lo staff e la squadra giovanile, impegnata nella Youth League, la Champions League per le formazioni Under 19. I pullman più piccoli, invece, erano per i giocatori della prima squadra, in modo che potessero stare più comodi e distendersi durante il viaggio.

Il giornalista Nick Ames del Guardian, che ha accompagnato lo Shakhtar nella sua prima trasferta a Londra, ha raccontato che il viaggio fino al confine con la Polonia è durato circa due ore. A questo trasferimento si aggiungono i tempi per i controlli alla dogana, che in quel caso sono durati un’ora e un quarto, prima di procedere fino all’aeroporto. In tutto, il viaggio da Lviv a Londra ha richiesto otto ore.

Le complicazioni logistiche sono molte. Per esempio lo staff dello Shakhtar deve organizzare accuratamente i pasti dei giocatori, tenendo in considerazione i possibili ritardi alla frontiera o in aeroporto. «Non possiamo dire ai giocatori che devono attendere tre ore per mangiare: dobbiamo essere preparati», ha detto a The Athletic il nutrizionista del club, Artem Shcherbak, aggiungendo che la squadra viaggia sempre con una scorta di frutta, panini e frutta secca.

Lo Shakhtar deve poi portarsi dietro molti più kit d’allenamento rispetto al normale, data la permanenza più lunga. Il club necessita anche di un permesso speciale del ministero dello Sport, perché a causa della guerra nessun maschio ucraino tra i 18 e i 60 anni può lasciare il paese: la richiesta va inviata per tempo, e deve includere l’intero elenco dei nomi dei giocatori e dei componenti dello staff che parteciperanno al viaggio.

Buona parte della squadra è comunque composta da stranieri, a cominciare dallo staff tecnico, in cui ci sono in particolare turchi, tra cui l’allenatore Arda Turan. Ne fa parte anche un italiano, il preparatore atletico Carlo Nicolini, che è allo Shakhtar dal 2020, ma ci aveva già lavorato tra il 2004 e il 2016. A inizio settembre, intervistato dal Nord Est, Nicolini ha spiegato le difficoltà di giocare il campionato con una guerra in corso: a volte le partite vengono interrotte per almeno mezz’ora a causa degli allarmi per i bombardamenti. «Poi la partita riprende, ma non è detto che finisca. Nel frattempo bisogna fare un altro riscaldamento e ricominciare da dove si era interrotto», spiega Nicolini.

Solo 13 dei 34 giocatori che compongono la rosa dello Shakhtar Donetsk sono ucraini, concentrati principalmente nei ruoli difensivi. Non si tratta di qualcosa di insolito, ma anzi del modello che ha reso popolare e vincente il club, che da oltre vent’anni acquista moltissimi giovani giocatori dal Brasile, spesso poi rivendendoli per cifre molto alte. Nonostante la guerra e le difficoltà, la possibilità di mettersi in mostra nelle competizioni UEFA ha permesso allo Shakhtar di rimanere un club molto appetibile per questo tipo di giocatori. Uno degli esempi migliori è l’attaccante Kevin, che nel settembre 2025 è stato ceduto al Fulham per 40 milioni di euro, dopo essere arrivato in Ucraina un anno e mezzo prima per 15 milioni dal Palmeiras.