Come lavorano scrittrici e scrittori a un testo che diventerà un libro

Una materia da filologi sta diventando di interesse più largo, a causa dei crescenti sospetti sull'uso dell’AI per scrivere

Alcuni screenshot di cartelle con documenti di lavoro usati per scrivere i romanzi (Il Post)
Alcuni screenshot di cartelle con documenti di lavoro usati per scrivere i romanzi (Il Post)
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Alcuni prendono appunti su un quaderno; altri accumulano decine di file diversi, senza alcun ordine particolare; qualcuno apre un documento di Word e lavora solo su quello, dall’inizio alla fine. In generale, anche se le copie dei libri non ancora pubblicate vengono chiamate “manoscritti”, quasi tutti gli scrittori contemporanei usano un computer per scrivere. E anche quei pochi che scrivono ancora a mano, poi trascrivono comunque tutto su un documento di testo al pc.

Gli strumenti e le routine con cui gli scrittori scrivono i loro libri sono da sempre un argomento di studio della filologia d’autore, la disciplina che si occupa della ricostruzione e dell’interpretazione dei testi. Stanno diventando però un argomento di interesse più ampio e attuale, man mano che aumentano le attenzioni e lo stigma verso l’uso anche solo sospetto di strumenti di intelligenza artificiale per scrivere: una caccia alle streghe, come l’hanno definita diversi giornali e siti di news.

Il caso recente più importante e discusso nell’editoria riguarda uno scrittore canadese-haitiano, Thélyson Orélien, che a settembre è stato accusato di aver fatto scrivere a un chatbot un suo libro uscito da pochi mesi, fino a quel momento apprezzato e premiato dalla critica. Come prova era stato diffuso sui social il risultato di un’analisi fatta con Pangram, un software molto affidabile ma non infallibile, che rileva se un testo è stato generato con l’AI. Orélien aveva respinto ogni accusa, dicendo che la prima bozza del suo libro risaliva a prima che ChatGPT o strumenti simili esistessero, ma non aveva fornito prove delle sue affermazioni.

Alcuni scrittori hanno cominciato a chiedersi se sia ancora sicuro usare strumenti e servizi digitali senza particolari accortezze, e se non sia il caso invece di attrezzarsi affinché ogni fase del loro lavoro sia documentabile a posteriori.

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Partendo da questo caso, lo scrittore e fisico italiano Paolo Giordano ha scritto in un recente articolo sul Corriere della Sera di aver cambiato alcune sue abitudini nella stesura dei libri. Lo ha fatto per rendere documentabili in modo più dettagliato i suoi progressi quotidiani, ma anche per timore che piattaforme e servizi online usino i suoi testi per addestrare sistemi di AI.

Giordano, che ha 43 anni, ha scritto di aver cominciato a salvare ogni giorno in un nuovo file numerato la versione intermedia del libro a cui sta lavorando. Ha aggiunto che per scrivere ha cominciato a usare un pc non connesso a Internet, che per salvare i file userà solo chiavette usb, e che alla sua agente porterà una chiavetta o le bozze stampate. Si è detto persino disposto a tornare a scrivere a mano, se necessario, per mostrare la calligrafia, le cancellazioni e «i segni vivi sul testo» in caso di eventuali accuse.

Le misure radicali adottate da Giordano sono abbastanza un’eccezione, tra chi fa il suo lavoro, ma le motivazioni alla base della sua scelta sono discusse e in alcuni casi prese molto sul serio nel settore.

Lo scrittore e traduttore Vincenzo Latronico, che ha 42 anni, dice che da prima che l’AI diventasse una questione salva le copie del suo lavoro su una memoria fisica esterna. «Sono relativamente tranquillo rispetto alla necessità di documentare il processo di scrittura perché faccio molti salvataggi diversi, per abitudine», dice Latronico. Può essere utile avere una cronologia delle varie modifiche al testo, aggiunge, ma non è una garanzia del fatto che non siano stati usati strumenti di AI. Uno scrittore potrebbe benissimo avere due pc, uno con un chatbot aperto e l’altro per trascrivere il testo del chatbot su un documento, «magari fingendo di metterci tanto, di avere ripensamenti e fare pause».

Uno screenshot dei diversi file di testo salvati da Latronico

Uno screenshot dei diversi file di testo salvati da Latronico durante la stesura del suo libro del 2026 Una splendida rovina.

L’abitudine di salvare diversi file man mano che si avanza col lavoro è molto comune, tra scrittori e scrittrici, e per cautele e premure personali indipendenti dalla discussione sull’AI.

Alcuni di loro definiscono i testi scritti e poi salvati in diversi file sul loro computer «tentativi», perché quando avevano cominciato a scriverli non avevano necessariamente le idee chiare e non sapevano se sarebbero diventati pezzi del libro o se li avrebbero scartati. La scrittrice Valeria Parrella per esempio salva sempre tutti i suoi «tentativi» perché li «ama» tutti, dice, e per avere una traccia da cui ripartire il giorno dopo. Alla fine si ritrova in una cartella sul pc diverse versioni del libro, che cambiano di poco l’una dall’altra.

Uno screenshot dei file salvati da Parrella durante la stesura del suo libro del 2026 La ragazzina: tra i vari file ci sono anche il testo della dedica, quello dei ringraziamenti e altre stesure con il titolo iniziale del libro (Una ragazzina).

Lo studio dei file digitali, inclusi i metadati (le informazioni tecniche sul contenuto nei file digitali), è da decenni una parte essenziale della filologia d’autore, perché da decenni i materiali cartacei e analogici non sono più l’unico avantesto, né il più importante. Gli avantesti, nella critica letteraria, sono gli appunti, gli abbozzi e gli altri scritti che precedono la stesura definitiva di un manoscritto: sono «i testimoni di come un testo è diventato ciò che noi leggiamo», spiega Emmanuela Carbé, filologa e professoressa di letteratura italiana contemporanea all’università Ca’ Foscari di Venezia.

Il nuovo insieme di avantesti tipico della contemporaneità, per cui lei ha proposto la definizione digitale d’autore, è un materiale eterogeneo e complicato da analizzare, fatto di «oggetti digitali, metadati e sistemi complessi, come i file system, che organizzano file e cartelle sui dispositivi». E per studiarli occorrono varie competenze e tecniche, anche forensi, utili a formare l’archivio digitale di ciascun autore o autrice. Servono anche a stabilire i confini dell’archivio, che non coincidono necessariamente con i limiti del computer e dei dispositivi che ciascuno scrittore o scrittrice ha usato: infatti anche l’analisi della corrispondenza via email, dei messaggi lasciati sui social e di altro ancora può fornire materiale significativo.

In Italia esiste una lunga tradizione di studi di questo tipo, il cui obiettivo è soprattutto preservare materiali digitali che rischiano di diventare irrecuperabili: perché sono conservati su spazi online per un tempo limitato, per esempio, o perché creati venti o trent’anni fa con software e hardware obsoleti. Un caso molto citato è l’archivio «ibrido» del poeta Franco Fortini, morto a 77 anni nel 1994: Carbé è tra le ricercatrici che hanno lavorato su alcuni floppy disk contenenti tre diversi backup dell’ultimo computer appartenuto a Fortini. Da quell’archivio, dice, «si stanno ricavando inediti, modi di lavorare al computer, legami importanti tra carte e file che ci aiutano a capire meglio la genesi dei suoi testi».

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Carbé ha studiato archivi ibridi e digitali molto diversi l’uno dall’altro, perché ogni scrittore e scrittrice ha un suo modo di lavorare.

Per la scrittrice Teresa Ciabatti, che ha 51 anni, la scrittura di un libro è un processo «lunghissimo, faticoso e quotidiano», fatto di scrittura, riscrittura e montaggio dei pezzi. «Tendo in modo nevrotico a numerare i vari tentativi, prima di arrivare a una forma definitiva», dice. E se dipendesse da lei probabilmente starebbe sempre a scrivere lo stesso romanzo, perché non sente mai di essere arrivata a una forma definitiva. Che è anche la ragione per cui non può rileggere i suoi romanzi pubblicati: «mi viene voglia di intervenire anche lì».

Del suo ultimo romanzo, Donnaregina, a un certo punto aveva sul pc 36 versioni, che definisce «passaggi di un materiale che via via prendeva forma», salvati lungo un periodo di quattro anni. Per questa sua abitudine, quindi, sarebbe anche pronta a dimostrare l’evoluzione dei suoi romanzi e che li ha scritti lei, se necessario. «Mi vergognerei molto, però, a dare tutte queste versioni, perché raccontano di un grande disordine creativo mentale e di una grande fatica, e contengono anche tante cretinate e cose orrende», dice.

Rientra invece nella tipologia di scrittori che salvano poco o niente lo scrittore Emanuele Trevi, che ha 62 anni e quando scrive i suoi libri scrive, cancella e riscrive il testo sullo stesso unico file. Non ha versioni intermedie, e quando ha finito di scrivere salva il file su Dropbox, uno dei più longevi servizi di archiviazione online. Ha un approccio molto vecchia maniera e le sue abitudini non sono cambiate, né crede che sia necessario cambiarle.

Un altro caso ancora è lo scrittore Walter Siti, che ha 79 anni e dice che l’AI gli è del tutto estranea. «Io scrivo a mano su un quaderno e la sera metto sul computer quel che ho scritto, poi stampo e la mattina dopo rileggo», dice.

Il modo in cui gli scrittori e le scrittrici compilano, nominano e salvano i loro file è solo una parte della storia di un libro, che in alcuni casi comincia molto tempo prima di qualsiasi stesura. «Quando ho un’idea per un romanzo, un saggio o un articolo, quell’idea vive con me per un po’, nella mia testa, come un fantasma, e senza che ci sia per forza qualcosa di scritto», dice la scrittrice Igiaba Scego, che ha 52 anni.

Quando per esempio ha un’idea per un romanzo storico, le capita di appuntare grafici, numeri o altri segni, magari l’età dei personaggi che ha in mente, direttamente sui libri che sta studiando o su quaderni di appunti. È un modo di lavorare che definisce «assolutamente anarchico» e «tormentato», che vorrebbe fosse più ordinato, ma che ha da tempo accettato come una parte essenziale del suo approccio alla scrittura.

Anche la scrittrice Chiara Valerio, dopo l’articolo di Giordano, ha scritto di alcune sue abitudini di scrittura e di quanto siano cambiate da quando c’è l’AI. Ha scritto, per esempio, di aver cominciato a non rileggere i testi che pubblica sui social e a lasciare ogni refuso, come prova dell’origine umana e non artificiale di quei testi.

Secondo i criteri descritti da Carbé, anche i testi sui social sono materiale per la filologia d’autore, a tutti gli effetti. Ma come per qualsiasi altro testo, l’AI generativa potrebbe rendere più difficile la loro attribuzione perché il modello di AI usato per scrivere potrebbe essere stato addestrato e usato per imitare alla perfezione lo stile di un autore e, in teoria, persino i suoi refusi lasciati intenzionalmente.

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Una volta, per curiosità, Ciabatti ha chiesto a un chatbot di scrivere un pezzo alla Teresa Ciabatti. «Coglie un certo tipo di tic e di scrittura, ma per adesso non coglie minimamente le sfumature, e questo mi fa pensare che oggi l’AI riesca a imitare la voce di uno scrittore, ma l’anima non ancora», dice.