La guerra civile in Yemen è definitivamente ripresa
E rischia di trasformarsi in un conflitto regionale, come mostra il bombardamento contro l'aeroporto saudita di Riyad
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Da poco più di un mese è ricominciata la guerra civile in Yemen tra gli Houthi, il gruppo alleato dell’Iran che governa buona parte del paese, e il governo yemenita internazionalmente riconosciuto, sostenuto soprattutto dall’Arabia Saudita. Lo dimostra non soltanto il recente intensificarsi delle operazioni militari, ma anche l’espansione degli attacchi fuori dallo Yemen, come il pesante bombardamento di sabato contro l’aeroporto King Khalid di Riyad, la capitale saudita, che è stato rivendicato dagli Houthi.
Fra il 2014 e il 2022 la guerra in Yemen provocò oltre 300mila morti e una devastante crisi umanitaria. Allora si era chiusa con un cessate il fuoco, ma ora la sua ripresa potrebbe espandersi fino a trasformarsi in un conflitto regionale. Sono coinvolti non soltanto l’Iran e l’Arabia Saudita, che sostengono rispettivamente gli Houthi e il governo yemenita, ma anche il Pakistan e la Turchia, che di recente hanno fatto un accordo militare con i sauditi.

Il campo profughi di Al Firdaws, nella periferia occidentale di Aden, nel sud-ovest dello Yemen, il 17 settembre 2026 (AP Photo/Abdulnasser Alseddik)
Gli Houthi sono il principale clan/famiglia dello zaydismo yemenita, una corrente dell’Islam sciita che esiste solo in Yemen e che rappresenta circa il 35 per cento della popolazione, concentrata soprattutto nelle regioni del nord. Il loro nome ufficiale è Ansar Allah, che significa “difensori di Dio”. Dal 2014 governano una parte importante dello Yemen, compresa la capitale Sana’a, e da settembre hanno esteso il proprio controllo anche sullo stretto di Bab el Mandeb, che collega il mar Rosso e l’oceano Indiano. Da lì passa il 12 per cento dei commerci mondiali, oltre che buona parte del petrolio saudita.
Le forze del governo yemenita, guidato dal Consiglio presidenziale e riconosciuto dalle Nazioni Unite, sono invece espressione della maggioranza sunnita della popolazione dello Yemen: comprendono al loro interno varie milizie, spesso con obiettivi diversi. Negli ultimi anni sono state molto disorganizzate, ma ora le cose sembrano cambiate.

Soldati yemeniti ad Al Kadha, nella provincia di Taiz, il 26 settembre 2026 (AP Photo/Abdulnasser Alseddik)
Nei primi anni della guerra civile le forze governative erano sostenute anche dagli Emirati Arabi Uniti, che poi si sono sfilati dal conflitto. Oggi il controllo e il coordinamento sono totalmente in mano all’Arabia Saudita, che partecipa attivamente a questa guerra, soprattutto con bombardamenti aerei. Per questo gli Houthi attaccano direttamente anche il territorio saudita: oleodotti, pozzi petroliferi e aeroporti sono stati obiettivo di attacchi con razzi e droni, sempre più frequenti, fino all’attacco di sabato, il più grave contro l’Arabia Saudita in almeno un decennio.
Dall’inizio di ottobre sono le forze governative ad attaccare. Gli Houthi devono difendersi su vari fronti, non solo nelle aree recentemente conquistate vicino allo stretto, ma anche più a nord nelle zone montane di Jabal Kahbub e nella provincia orientale di Marib. Come spesso succede in questi casi, le due parti in causa fanno proclami opposti: gli Houthi dicono di aver respinto tutti gli attacchi, il governo yemenita sostiene di avanzare un po’ ovunque e di puntare a prendere capitale Sana’a. Non ci sono certezze, ma al momento pare che gli Houthi stiano resistendo, e che abbiano fatto anche qualche conquista territoriale intorno alla città di Taiz.
Il fatto che il governo yemenita abbia lanciato una controffensiva, chiamata “Alba dello Yemen”, è comunque notevole, perché ancora a settembre le sue forze armate erano state descritte come in rotta e avevano perso in pochi giorni tutte le postazioni sul mar Rosso. C’è stata una generale riorganizzazione, portata avanti dall’Arabia Saudita, che ha un impellente interesse a limitare (o meglio ancora cancellare) l’influenza degli Houthi sulla regione. Dopo le ultime conquiste il gruppo sciita aveva annunciato che avrebbe bloccato le navi saudite in transito per lo stretto di Bab el Mandeb, chiudendo così il principale sbocco alle esportazioni di petrolio.
L’Arabia Saudita inoltre condivide 1.200 chilometri di confine con lo Yemen, ospita quasi 2 milioni di lavoratori yemeniti e negli ultimi 15 anni ha fornito prestiti e finanziamenti al governo yemenita per oltre 12 miliardi di dollari.

Un soldato al mercato del pesce di Sirah, ad Aden, in Yemen, il 15 settembre 2026 (AP Photo/Abdulnasser Alseddik)
I sauditi hanno unificato e coordinato le varie forze yemenite: l’esercito regolare è il più numeroso, ma non sempre il più efficace. Dal 2023 su iniziativa saudita sono state create le Homeland Shield Forces, che contano su 30-40mila combattenti sunniti ben equipaggiati. In questi mesi sono passate sotto l’influenza saudita anche le Brigate dei Giganti, le forze con più esperienza nella guerra agli Houthi, inizialmente addestrate dagli emiratini, che nel 2022 li sconfissero a Shabwa, fermandone l’avanzata.
A queste milizie si aggiungono le Forze di resistenza nazionale, una sorta di esercito privato di Tareq Saleh, nipote dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, che governò dal 1990 al 2012, e le Emergency Forces, che operano lungo la frontiera yemenita-saudita e sono quasi un distaccamento delle forze armate saudite. E ci sono numerose altre milizie regionali, tra cui alcune originarie del sud dello Yemen, che negli anni scorsi si erano unite in un Consiglio transizionale del Sud con l’intento di creare uno stato indipendente nello Yemen del Sud. A gennaio però il governo centrale e i sauditi hanno sciolto il gruppo, li hanno espulsi dal governo e hanno reintegrato i combattenti in milizie non più separatiste, che ora combattono con le forze governative.

Soldati delle Brigate dei Giganti in un video pubblicato il 5 ottobre 2026 (Southern Giants Brigades Media Office via AP)
La coesione della coalizione e il superamento delle rivalità interne tra le forze governative possono essere decisivi per l’esito della guerra. Ma può esserlo anche il sostegno aereo dell’Arabia Saudita, che nell’ultimo mese ha impiegato oltre cento caccia in centinaia di attacchi su obiettivi Houthi: sono stati 59 soltanto giovedì. Gli attacchi sono diventati anche più precisi ed efficaci grazie alla collaborazione dei servizi segreti degli Stati Uniti. A settembre il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva provato a convincere Donald Trump della necessità di un’azione militare congiunta contro gli Houthi, ottenendo un rifiuto e la sola offerta di un sostegno a livello di intelligence.

Un magazzino di Sana’a colpito da un attacco aereo saudita (EPA/YAHYA ARHAB)
Negli ultimi giorni gli attacchi Houthi verso l’Arabia Saudita hanno portato alla prima attivazione del patto militare di mutua difesa firmato ad agosto fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Il governo pachistano ha confermato di avere inviato militari, ma ha smentito che uomini e mezzi siano già stati utilizzati per attaccare gli Houthi, mentre al momento la Turchia fornisce soprattutto assistenza tecnica e sistemi difensivi. Anche il Regno Unito ha garantito aiuti per le difese militari dell’Arabia Saudita.
Da quando è ripresa, la guerra civile yemenita ha già causato 800 morti, oltre 3mila feriti e quasi 160mila sfollati.
– Leggi anche: Da dove arrivano gli Houthi, e come cominciò la guerra civile in Yemen



