Cosa sappiamo su quando si voterà
Primavera o autunno? Aprile, giugno o settembre? L'articolo perfetto per chi ama portarsi avanti
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Un vecchio luogo comune diffuso tra i palazzi della politica romana vuole che, approvata una nuova legge elettorale, dopo sei mesi si concluda la legislatura. Ovviamente non è automatico che sia così, però riassume bene certe dinamiche parlamentari: quando si cambiano le regole sul voto i partiti iniziano a seguire nuove tattiche, a cercare nuove alleanze o a mettere in discussione quelle esistenti, perché si capisce come sarà la competizione elettorale nel turno successivo; e i singoli deputati e senatori iniziano a guardarsi intorno per capire in che modo possono garantirsi con più certezza una rielezione, trascurando l’attività parlamentare propriamente detta.
E insomma la confusione aumenta, le tensioni arrivano a un punto di rottura e mantenere l’ordine in parlamento diventa complicato. E così, fatalmente, si precipita verso il voto anticipato.
È questo il motivo per cui la legge elettorale viene quasi sempre approvata nell’ultimo anno della legislatura, di cui di fatto rappresenta spesso l’atto conclusivo. Il Mattarellum, la legge elettorale promossa dall’attuale presidente della Repubblica quando era deputato, entrò in vigore il 21 agosto del 1993, e sette mesi dopo ci furono le elezioni; il Porcellum fu introdotto il 31 dicembre del 2005, giusto in tempo per la scadenza della legislatura e le elezioni dell’aprile del 2006; il Rosatellum fu adottato il 12 novembre del 2017, e si andò a votare nel marzo del 2018. Ciò significa che ora che la nuova legge elettorale è stata approvata, si andrà a votare nei prossimi sei o sette mesi?
– Leggi anche: Com’è fatta e cosa prevede la nuova legge elettorale
In realtà la data delle prossime elezioni è ancora incerta, e questa incertezza sta generando polemiche sia a destra sia a sinistra. L’attuale legislatura, la diciannovesima, è iniziata il 13 ottobre del 2022 (non conta il giorno delle elezioni, che furono il 25 settembre; conta la prima seduta del parlamento, che deve riunirsi nei 20 giorni seguenti a quello delle elezioni). La Costituzione dice che entro 70 giorni dalla fine della legislatura, che dura cinque anni, bisogna tenere nuove elezioni: dunque, in teoria, ci sarebbe tempo fino al 22 dicembre. Ma arrivare così a ridosso di Natale è di fatto impossibile.
Più concreta è invece l’idea di votare in autunno: tra settembre e novembre, appunto, che è quello che i dirigenti di Fratelli d’Italia hanno suggerito nelle scorse settimane. Non è detto, però, che si arrivi fino in fondo. E non tanto per problemi legati alla tenuta della maggioranza, che comunque è assai litigiosa, ma per motivi istituzionali e di opportunità politica.

Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e il ministro degli Esteri Antonio Tajani nell’aula del Senato, il 23 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Quelli istituzionali hanno a che vedere essenzialmente con le scadenze economiche. Ogni anno, i governi devono approvare entro il 31 dicembre la legge di bilancio, cioè quella con cui si definisce la gestione finanziaria dello Stato: cosa verrà speso, e come, e come verranno trovati i soldi per le varie misure adottate nell’anno seguente. Se non si rispetta questa scadenza, si entra nel cosiddetto esercizio provvisorio: la facoltà di spesa del governo verrebbe fortemente limitata, e sarebbe un pessimo segnale per i mercati finanziari e gli investitori, con potenziali ricadute negative sulle finanze pubbliche.
È questo il principale motivo per cui nell’Italia repubblicana, dal 1946 al 2018, si è sempre votato tra febbraio e giugno (l’elezione più precoce, nel 2013, il 24 febbraio; la più tarda, nel 1983, il 26 giugno): così che ci fosse tutto il tempo per formare un nuovo governo e per consentirgli di allestire con agio la finanziaria. Gli altri motivi sono di carattere logistico: la primavera è il momento in cui i disagi legati al maltempo sono tendenzialmente minori e non c’è l’ingombro delle vacanze estive.
Il 2022 è stata dunque un’anomalia assoluta, generata da una conclusione caotica del governo guidato da Mario Draghi al termine di una legislatura convulsa che aveva già visto la formazione di tre diversi governi con maggioranze tra loro distinte. Mattarella fu costretto dall’indisponibilità dei partiti e dello stesso Draghi a sciogliere le camere prima di quanto avesse sperato (cioè la fine dell’anno), e a indire elezioni a settembre. Tornare all’ordinarietà del voto in primavera, concludendo la legislatura con sei mesi d’anticipo, avrebbe dunque senso, da questo punto di vista.
E però, oltre alle ragioni istituzionali, ci sono quelle più politiche. Meloni è evidentemente combattuta da pulsioni diverse. Da un lato, quelle che la indurrebbero a tenere duro fino a settembre: la speranza che la guerra in Iran, e magari anche quella in Ucraina, finiscano, con conseguenze positive per l’economia e i prezzi dell’energia; le richieste pressanti degli alleati, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che sono alle prese con crisi profonde dei loro partiti, Forza Italia e Lega, e sperano che guadagnando tempo possano risollevare almeno un po’ le loro sorti, magari ottenendo qualche provvedimento utile ai fini della propaganda.
E poi ci sono le incertezze legate a Roberto Vannacci: Futuro Nazionale è al momento imprescindibile, per la coalizione di destra, se vuole sperare di vincere le elezioni, ma prendere tempo aiuterebbe a comprendere la reale consistenza dei consensi di quel partito, e magari a ridimensionarne le pretese.
Dall’altro lato ci sono anche ragioni per anticipare il voto. Per esempio, i segnali sempre più evidenti di uno sfarinarsi della coalizione di governo, che rischia di arrivare a settembre allo sbando totale. La possibilità di sfruttare le poche misure spendibili sul piano della propaganda che verranno inserite in legge di bilancio a dicembre. Il tentativo di prendere in controtempo il centrosinistra, tuttora indeciso sui metodi e sui tempi per scegliere il candidato presidente del Consiglio della coalizione, e tutt’altro che compatto su molti temi.

I leader del centrosinistra insieme sul palco della festa di Alleanza Verdi e Sinistra, a Roma, l’8 settembre 2026 (Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images)
La decisione, infine, dipenderà anche da altre scadenze elettorali, sia locali che internazionali. Tra aprile e giugno ci saranno le amministrative in decine di importanti città italiane, elezioni che si dovranno tenere in contemporanea e in cui il centrosinistra ha un largo vantaggio. Solo per stare alle sfide più importanti, il centrosinistra è pressoché certo di una riconferma a Roma, a Bologna, a Napoli; è largamente favorito a Torino e a Milano, e leggermente favorito a Trieste; mentre il centrodestra può puntare sull’Aquila e, con maggiori incertezze, su Verona. Per Meloni, dunque, andare a votare subito dopo un turno di amministrative da cui il centrosinistra uscirà verosimilmente trionfante sarebbe assai sconveniente.
In teoria, potrebbe sperare di votare prima per le politiche, cioè all’inizio di aprile: ma significherebbe affrettare ancora di più la conclusione della legislatura, sperando che il capo dello Stato acconsenta a ritardare al contrario le amministrative fino a metà giugno, così da distanziare un minimo i due appuntamenti. Ma più probabilmente a quel punto le opposizioni chiederebbero con forza di accorpare le due elezioni in un cosiddetto election day, così da limitare i costi e i disagi per i cittadini, e sottrarsi a questa richiesta diventerebbe imbarazzante per Meloni.
Infine, bisogna tenere conto anche del resto d’Europa. Le elezioni presidenziali in Francia si terranno il 18 aprile, col ballottaggio il 2 maggio. Sarà un voto estremamente importante, da cui dipenderanno gli equilibri politici dell’intera Unione Europea: è difficile ipotizzare che l’Italia vada a votare in contemporanea con la Francia.



