Perché le suore non salvarono Sadat

«Il 6 ottobre 1981 c’è solo una cosa felice: all’ultima ora ci sarà ginnastica. Ma il destino è dietro l’angolo. Madre Romano entra in aula e ci annuncia che dobbiamo andare in aula magna a vedere in televisione l'omicidio del presidente egiziano»

Il presidente egiziano Anwar al Sadat alla parata militare del 6 ottobre 1981 (Kevin Fleming/Corbis via Getty Images)
Il presidente egiziano Anwar al Sadat alla parata militare del 6 ottobre 1981 (Kevin Fleming/Corbis via Getty Images)
Marco Cassini
Marco Cassini

Ha fondato le case editrici SUR (nel 2011) e minimum fax (nel 1994). Dirige la Scuola del libro e, con Gianmario Pilo, il festival “La grande invasione” a Ivrea. Con Martina Testa ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax 2001, Penguin 2003). La sua ultima traduzione è Fotografie del mondo perduto di Lawrence Ferlinghetti (2025).

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6 ottobre 1981. Da due mesi ho compiuto undici anni, e da tre settimane frequento la seconda media presso le severissime suore dell’Istituto Sacro Cuore di Napoli. È un martedì e io prima ancora di arrivare a scuola ho già diversi motivi per essere di malumore. Per cominciare il nuovo decennio, il legislatore ha deciso che a scuola si torna a metà settembre. Nel 1981, il 6 ottobre, le vacanze estive sono dunque finite da tempo e quelle di Natale ancora troppo lontane, e tutto è un po’ più triste. Fino alla fine degli anni Settanta infatti le scuole in tutta Italia iniziavano il primo ottobre; quindi il 6 ottobre, col vecchio ordinamento, sarei stato ancora in quel felicissimo limbo in cui andare a scuola non è una tragica ingiustizia ma rappresenta il piacere di rivedere dopo tre mesi i tuoi amici, per raccontarvi a vicenda le lunghissime vacanze estive; non sono ancora arrivati i libri di testo quindi sei automaticamente giustificato se il pomeriggio non hai potuto fare i compiti; e poi sulla prima pagina del diario è ancora in vigore l’orario provvisorio. Nella prima settimana di lezione c’è ancora un che di anarchico, la scuola è ancora una land of opportunities.

Non basta: il 6 ottobre del 1981 è martedì, ed è entrata in vigore da pochi giorni l’ora solare, e tutto quello che ne so a undici anni è che c’è un’ora di sole in meno per giocare a pallone il pomeriggio. (Sono passati quarantacinque anni e ancora non ho capito qual è l’ora solare e quale l’ora legale, e neppure perché si chiami “solare”. Ci deve essere un trucco linguistico che non comprendo, un po’ come per i referendum abrogativi, di cui all’epoca dei fatti c’era abbondanza: per dire una cosa devi affermare il suo contrario. O forse si chiama solare perché è un verbo all’infinito e ti stanno informando che quell’ora ti verrà sottratta, cioè appunto te la solano?)

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Il 6 ottobre 1981 c’è solo una cosa felice: è martedì e all’ultima ora, come mi ricorda l’orario ormai definitivo impresso sulla prima pagina del diario, ci sarà ginnastica, che tradotto in preadolescenzese significa: un’ora senza noiose spiegazioni e senza paura di essere interrogato, un’ora per giocare a pallone fino allo sfinimento dei polmoni e al logoramento delle tute blu di maglina pruriginosa con doppia striscia laterale, tipo carabinieri. Purtroppo il destino è dietro l’angolo, e l’unica vera gioia della giornata sta per infrangersi contro l’imprevedibilità della Storia.

Fissando con aspettativa l’ultimo giro di lancetta dell’orologio, la mia classe è in questo momento composta di trentasette anime in pena che trepidano per sentire il suono della campanella che, da normale insieme di bambini e bambine ben educate sedute compostamente nei banchi, ci trasformerà per magia o sortilegio nell’orda barbarica urlante e fancazzista che sempre diventiamo durante l’ora di ginnastica. Ecco, poco prima di quel trillo celestiale, Madre Romano entra in aula e ci annuncia che al cambio dell’ora, invece di dirigerci in palestra, dovremo metterci in fila per due e prepararci ad andare in aula magna. Tutta la scuola deve vedere una cosa importantissima in televisione.

Mi si forma una domanda in testa, la sento premere sulla lingua come quando sto per vomitare, prende quasi corpo e voce di parole, ma la mia leggendaria timidezza la ricaccia giù in un groppo di silenzio. Per fortuna, dalla prima fila Vincenzo Guida, guadagnando anche qualche centimetro grazie al trucco di spingersi in alto col ginocchio che fa leva sulla seduta del banco, innalza altissimo il dito indice verso il cielo, come ci ha insegnato a fare in quegli anni Tony Manero nella Febbre del sabato sera, e osa chiedere: «Scusi madre!», mentre io lo ammiro per l’intraprendenza:

«Scusi madre, ma cosa dobbiamo vedere?»

La suora assume l’espressione compita e funerea di chi sta per dire qualcosa che toccherà da vicino, che turberà nell’intimo i destinatari di quella notizia:

«Dobbiamo vedere l’omicidio di Sadat».

Mormorii di dubbio, di consultazione frenetica: se con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, di cui ci serviamo quasi mezzo secolo dopo quella mattina di ottobre del 1981, potessimo tradurre il brusio indistinto di trentasette vocine di undicenni, sincronizzarle in un’unica voce stentorea, e trasformarle in un’unica domanda, questa sarebbe senza alcun dubbio:

«Ma chi cazzo è Sadat?»

Sta di fatto che ossequiosi e obbedienti ci dirigiamo ordinatamente in aula magna, prendiamo posto, noi trentasette ma anche tutte le altre classi, il che significa circa seicento diversi afrori pre-adolescenziali rinchiusi e compressi in un’unica enorme stanza semibuia, a un angolo della quale, lontanissimo e minuscolo, ligneo, catodico y final, sta un televisore: forse anche abbastanza grande per gli standard dell’epoca ma con uno schermo paragonabile per numero di pollici a quello che un qualsiasi undicenne del 2026 tiene in tasca, quando va a scuola.

L’unico essere umano di sesso maschile a disposizione dell’esercito di suore che dominano il Sacro Cuore è il Maestro Villani, insegnante ultraottuagenario di educazione fisica, e dunque esempio vivente che i miracoli esistono. È lui l’eletto ad accendere il televisore: vuoi come parziale ristoro per l’essere stato defraudato della sua ora di insegnamento, vuoi perché col suo essere il solo insegnante maschio incarna in terra quello stesso patriarcato la cui versione ultraterrena è alla base della religione che ci viene impartita. Il clic, che su quell’aggeggio goffo e ingombrante suona più come un tla-tlac, riverbera maestoso nel silenzio tombale dell’aula magna dell’Istituto Sacro Cuore di Napoli.

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Ed ecco svolgersi davanti a noi piccoli spettatori una solenne parata militare, salutata da voli acrobatici in cui il bianco e nero della tv non rende l’eventuale tricolorità delle scie (di certo, nell’81 non si parla nemmeno della loro eventuale chimicità); una macchina decappottabile con alcuni ufficiali in divisa scorre leggiadra fra squilli di tromba, ne discende il più decorato fra loro. «Eccolo!», ci avvisa il Maestro Villani improvvisandosi telecronista. «Questo è il presidente egiziano Anwar al Sadat».

«Ah», direbbe quella unica grande voce ora fatta non più da trentasette ma da qualche centinaio di vocine messe insieme:

«Ecco chi cazzo è!»

Abbiamo dato un volto al nome di cui Madre Romano ci ha testé spoilerato la morte imminente, ma ci pare singolare che un presidente egiziano sia vestito press’a poco come un vigile urbano della nostra città: per la nostra esperienza di undicenni, gli egiziani o sono mummie ricoperte di strisce di stoffa (che durante i travestimenti di Carnevale – nel 1981 in Italia non è ancora arrivato Halloween – cerchiamo di replicare con ampi giri di rotoli di carta igienica) o al massimo sono vestiti da faraone. E questi qui, poi, nemmeno avanzano di profilo, come di lì a qualche anno avremmo scoperto, grazie al videoclip di una hit delle Bangles, essere il modo di camminare tipico degli egiziani.

Quello che accade sullo schermo (minuscolo) può essere sintetizzato così: dopo una quantità esagerata e quasi comica di saluti militari reciproci, Sadat e altri colleghi del corpo dei vigili urbani del Cairo prendono posto su un palco, al cospetto del quale sfilano in rassegna dei soldati a cavallo. Adesso dei paracadutisti piovono a sorpresa dall’alto, sventolando bandiere; ed ecco dei carri armati e dei rimorchi che mostrano al mondo l’arsenale missilistico di cui dispone l’esercito egiziano. Nel mentre Sadat – che, come dice il nome, dev’essere uno che sa adeguarsi a qualsiasi circostanza – si accende amabilmente una pipa (il che permette a noi giovinetti di incasellarlo più agevolmente nella categoria “presidenti della Repubblica”, per analogia col nostro Pertini).

Il cameraman indugia su qualche scena d’atmosfera di troppo: un signore alle spalle di Sadat si deterge il sudore picchiettandosi un fazzoletto sulla fronte; un bambino biondissimo (forse figlio di qualche vertice della CIA) agita festosamente una bandierina egiziana, mentre dalla zona non inquadrata della parata si sentono venire dei petardi o forse dei fuochi d’artificio. Ma «Attenzione a cosa succede adesso!», ci intima il Maestro Villani, il nostro autoproclamato Nando Martellini, che sembra saperne tantissimo. I nostri sguardi si fissano sul televisore e capiamo che no, non si tratta di petardi né di fuochi d’artificio. Sono spari! Qualcuno è sceso da uno dei carri che sfilavano coreograficamente al cospetto del pubblico e con il fucile si avvicina agli spalti presidenziali facendo fuoco. Disordine, chiasso, gente che cade sotto i colpi, mentre tra le gerarchie militari scatta un fuggi fuggi, per l’appunto, generale.

Vediamo dei corpi insanguinati, fra cui forse quello dell’ormai nostro amico Sadat, venire portati via a braccia in una scena che si fa via via più turpe e concitata, fin quando lo sfarfallio dei neon dell’aula magna non rende indistinguibili le immagini sul televisore. Con un altro tla-tlac la tv viene spenta da un Maestro Villani visibilmente emozionato, che replica forse inconsciamente il gesto del vicino di palco di Sadat, detergendosi anche lui la fronte con un fazzoletto di stoffa immacolato.

Ancora per qualche secondo resto a fissare, inebetito e sconvolto, il televisore scolastico, imparentato attraverso chissà quali genealogie alla tv di casa mia, e alle poche altre che nella mia finora breve vita ho guardato. Faccio mentalmente un rapido excursus per rendermi conto che fino a quel momento in tv ho assistito esclusivamente a cose che succedevano in diretta, ossia a cose che prendevano vita mentre accadevano in quel quadrato allora ancora un po’ bombato (solo un paio di decenni più tardi, nelle pubblicità dei negozi di elettrodomestici, gli schermi sarebbero stati enfaticamente definiti “piatti” se non addirittura “ultrapiatti”). Nell’estate appena trascorsa, per esempio, avevamo seguito con apprensione la drammatica diretta tv sulla tragedia di Vermicino, un bambino della mia età caduto in un pozzo artesiano; la diretta dell’elezione di papa Wojtyła, con la fumata bianca e poi il suo famoso “Se mi sbaglio mi corrigerete” dell’ottobre di tre anni prima, 1978; e l’epica estate di quello stesso 1978, in cui i miei fratelli più grandi mi spiegarono che dovevamo metterci la sveglia per assistere, causa fuso orario argentino, alle partite dei Mondiali di calcio, che si svolgevano mentre in Italia era notte fonda. Per questo mi ero fatto l’idea – pienamente suffragata dal mio scarno curriculum di spettatore – che la tv mostrasse esclusivamente cose che stavano succedendo esattamente in quel momento, anche se in un’altra parte d’Italia o del mondo.

Quando in aula magna le luci sono ormai accese, mentre scema il tremore, intimo e al tempo stesso collettivo, per l’evento traumatico appena successo, sono ancora convinto di aver assistito a un evento in diretta e il coraggio di chiedere, che mi era mancato poco prima, stavolta si unisce agli arrembanti moti di rabbia e d’ingiustizia che mi si rimescolano dentro, dandomi la forza di alzare verso il cielo il mio piccolo dito indice undicenne, seguendo l’esempio dell’eroico Vincenzo Guida, e di Tony Manero prima di lui. In quel momento di scombussolamento non mi viene certo in mente (questo lo penso solo oggi) di chiedere come mai le dispensatrici della nostra educazione abbiano ritenuto utile traumatizzare dei bambini facendoli assistere a una strage, ma è una domanda più semplice, più elementare, quella che riesco finalmente a formulare:

«Scusi Madre, ma se lo sapevate già che stavano per ucciderlo, non potevate avvisarlo, il povero Sadat?»

– Leggi anche: Quarant’anni fa fu ucciso Sadat (nel frattempo sono 45)

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