Sono in fissa con Darwin

«Il 2 ottobre 1836, centonovant’anni fa, la nave HMS Beagle tornò in Inghilterra. Quel lungo viaggio avrebbe posto le basi della teoria dell’evoluzione. Ma non è questa la ragione della mia ossessione. Tutto è cominciato con un mal di testa»

Fauna artica di Gustav Mützel nell'enciclopedia tedesca Thierleben di Alfred Edmund Brehm, 1898 (via Public Domain Review)
Fauna artica di Gustav Mützel nell'enciclopedia tedesca Thierleben di Alfred Edmund Brehm, 1898 (via Public Domain Review)
Francesca Mastruzzo
Francesca Mastruzzo

È editor e traduttrice dall’inglese e dal russo. Scrive per diverse testate.

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È sera, sono sdraiata in giardino e scaccio le zanzare con il libro che ho in mano. È la biografia di un uomo molto famoso e sono avvinta come raramente mi succede. Nel punto in cui sono arrivata, il libro racconta che quest’uomo ha fatto installare un bagno accanto al suo studio per far fronte ai suoi frequenti problemi di stomaco. Soffre di nausea, vomita spesso, quindi deve avere un lavandino a portata di mano. Del resto, passa molto tempo nel suo studio.

Prima di ritirarsi in quello studio, aveva trascorso quasi cinque anni a bordo di una nave inglese in viaggio intorno al mondo. In quel periodo aveva esplorato foreste tropicali, sofferto il mal di mare e collezionato ossa, uccelli, farfalle e altro materiale probabilmente puzzolente (cosa che non alleviava certo la nausea). La nave era tornata in Inghilterra il 2 ottobre 1836.

Da quel ritorno sono passati centonovant’anni, quella nave si chiamava HMS Beagle e l’uomo era Charles Darwin. Quel lungo viaggio avrebbe posto le basi della sua teoria dell’evoluzione, una teoria così dirompente che ancora oggi viene contestata e che è entrata persino nell’immaginario collettivo: ogni volta che un influencer sale su una rupe per farsi un selfie e ci rimette l’osso del collo, invochiamo la “selezione naturale” (tralasciando il fatto che a Darwin è stata dedicata una trasmissione tv così longeva che è durata ventisei anni). Anche se non tutti capiamo a fondo la teoria, sappiamo quanto è importante: ci dice che non siamo speciali, che siamo il prodotto cieco e casuale dello stesso processo che forma un dodo o un cirripede. Niente di strano, quindi, se mi trovo a leggere di lui.

La HMS Beagle arenata a Rio Santa Cruz, in Patagonia nel 1834. L’illustrazione è tratta da Narrative of the Surveying Voyages of His Majesty’s Ships Adventure and Beagle di Robert FitzRoy, London, 1839. (Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)

Ma dell’uomo che ha cambiato per sempre la nostra percezione della vita sulla Terra, a me affascinano i piccoli dettagli biografici più che le grandi teorie scientifiche. Voglio sapere se aveva lo stomaco sottosopra anche sulla terraferma o quante volte i marinai del Beagle hanno avuto da ridire sulla sua collezione di carcasse di animali tropicali (tante). Mi piace scoprire che per studiare i cirripedi ci mise 8 anni, durante i quali moglie e figli sopportarono stoicamente il puzzo che esalava dal putrido esperimento. Mi diverte il fatto che il padre lo considerasse un buono a nulla perché a 16 anni passava il tempo ad acchiappare topi e cani, che in effetti è un criterio per cui anche oggi molti genitori considererebbero i propri figli dei buoni a nulla. Che quello stesso padre gli avesse proposto di farsi prete, poi, mi fa impazzire, considerato che pochi anni dopo Charles si sarebbe trovato contro tutti i religiosi d’Inghilterra (e non solo).

Sono tutte curiosità divertenti, ma se fosse solo questo ciò che mi interessa non dovrei per forza rivolgermi a Darwin. Ogni personaggio storico nasconde qualche aneddoto imbarazzante, confessato al proprio diario – mai pensando che sarebbe stato dato alle stampe – oppure registrato in un fascicolo della CIA. Fidel Castro andava pazzo per i latticini e gli americani cercarono di ucciderlo avvelenandogli il gelato. Pitagora aveva paura delle fave, e infatti la sua setta le dichiarò impure (ma forse c’entrava anche il favismo, diffuso in Calabria). Nikola Tesla era fissato con i piccioni e aveva detto di amarne un esemplare in particolare quasi come avrebbe amato una persona.

Charles Darwin nel 1874 (Foto di Leonard Darwin, colorata da Julius Jääskeläinen, via Wikimedia)

Sono storie divertenti, che consiglio a tutti di tirare fuori quando la conversazione langue e non si teme di rovinare la propria credibilità di intellettuali. Ma domani potrei averle già dimenticate. La mia fissa è per lui, per Charles Darwin. Non ho altrettanta curiosità verso nessun altro scienziato, scrittore, artista o politico. Non ho mai letto altre biografie, non mi avvicino neanche al reparto biografie se entro in libreria, mi dimentico persino dell’esistenza del genere delle biografie (o delle autobiografie).

Tutto è cominciato con un mal di testa. Quella mattina non stavo leggendo saggi su Darwin, e mai ne avevo letti, e L’origine delle specie era il mio ultimo pensiero. Però una delle poche cose che sapevo di Darwin era che anche lui come me soffriva di emicrania. Durante quell’attacco ho pensato a come doveva essere stato terribile per lui, senza medicine, in mezzo ai marosi dell’oceano Atlantico.

Quando ho mal di testa io (o chiunque sia come Darwin) non posso leggere, guardare la tv, ascoltare alcunché e neanche godermi il Sole che splende alla finestra perché mi causa un fastidio prossimo al dolore. Chiudo tende e tapparelle. In questa condizione vampiresca, vago tra una stanza e l’altra dando dimostrazione fisica dell’espressione «non sapere dove sbattere la testa». Poi i farmaci cominciano a fare effetto e torno all’umano consesso, ovvero apro il telefono. Quella mattina ho trovato su Instagram un post con alcune citazioni di Darwin che di punto in bianco me l’hanno reso molto più familiare dei miei parenti, dei miei amici e della farmacodinamica delle pillole contro l’emicrania.

Su uno sfondo effetto pergamena, segnato da artificiose impronte di amanuensi, ho letto cinque frasi tratte dalle lettere dello scienziato.

– «Disprezzo, aborro il mare e tutte le navi che lo solcano» (lettera a sua sorella);
– «Odio i cirripedi come nessun uomo li ha mai odiati» (lettera a William Fox);
– «Sono molto stanco, ho un gran mal di pancia e odio quasi tutto il mondo» (lettera a Thomas Huxley);
– «Mi odio, odio i trifogli e odio le api» (lettera a John Lubbock);
– «Oggi sono parecchio malconcio, parecchio stupido e odio tutto e tutti» (lettera a Charles Lyell).

Ho controllato che fossero vere (lo sono) e ne ho scoperte altre dello stesso tenore.

Io, che sull’odio verso oggetti, posti e inezie ho costruito tutta la mia vita e l’ho utilizzato come criterio di selezione per gli amici, sono rimasta folgorata. Quell’odio, Darwin lo rivolge verso se stesso, verso i suoi studi, verso il mondo. Ed è un odio che non viene espresso con violenza, ma sotto forma di lamentela. Questa cosa mi piace. Datemi da leggere delle buone lamentele e sono contenta. Solidarizzo. Mi identifico. Per questo corro spesso ad aprire uno dei libri di Thomas Bernhard (che, per chi non lo sapesse, è uno scrittore austriaco che ha basato la propria carriera di scrittore sull’odio e sul lamento).

Nel diario di bordo di Darwin, la parola sea-sickness (mal di mare) appare diciassette volte, la parola sick (nausea, mal di stomaco) diciotto, prese tutte e due compaiono una volta ogni 19-20 pagine. Il tempo perso nei porti, l’umidità e le zanzare dell’Argentina sono doglianze citate più volte. Si descrive il supplizio di certe cene con il capitano FitzRoy, che non doveva essere un allegrone visto che morì suicida.

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Al suo ritorno, i taccuini di Darwin divennero un libro che vendette quanto poteva vendere allora un bestseller, ma lui se ne lamentava come il peggiore dei piagnoni. Non gli piaceva il mare, non gli piaceva la compagnia, non si piaceva neanche lui.

Eppure si dedicò ai suoi studi in maniera costante e metodica, senza permettere a questi sentimenti di intralciare la sua ricerca. Ci mise vent’anni per scrivere L’origine delle specie perché voleva raccogliere tutte le prove possibili. C’è qualcosa, nella perseveranza con cui condusse i suoi studi per così tanto tempo senza sapere se avrebbero portato a qualcosa, che mi mette serenità; che, solo a pensarci, mi fa l’effetto di una sessione di mindfulness.

Se qualcuno dovesse interessarsi per otto anni ai cirripedi, se qualcuno ci mettesse vent’anni per scrivere un saggio, gli daremmo del pazzo. Darwin invece non si è mai posto il problema. Io non ho prodotto e non produrrò niente di geniale nella mia vita, ma se anche mi venisse un’intuizione scientifica folgorante – cosa che da umanista escludo – lascerei perdere tutto alla prima critica. Oppure mi annoierei e mi dedicherei a un hobby. Ne ho parecchi, anche perché esco poco di casa e qualcosa dovrò pur fare, quando non lavoro alle mie traduzioni. Durano qualche anno ad andar bene e poi li abbandono per non riprenderli mai più. Il mio appartamento rigurgita perline, filo per ricami, pupazzi cuciti male, disegni di gatti. Nulla che c’entri col mio lavoro.

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Darwin, invece, anche se si dedicava al giardinaggio come ogni gentleman inglese, lo faceva per portare avanti i suoi studi. E nonostante tutte le critiche che gli piovevano addosso, lui perseverava, come quegli artisti che ottengono il successo solo in età avanzata, oppure da morti.

Ma al contrario di certi artisti, lui non ebbe una vita romanzesca. Guardandola nel suo insieme, non è stata molto interessante, se si eccettuano quei cinque anni in mare, che comunque visse con ostinazione da catalogatore più che con spirito d’avventura. Tornato in Inghilterra, andò a vivere in campagna e ci rimase fisso come un hikikomori, rifiutando impegni mondani e istituzionali con la stessa laconica scusa: «ho mal di testa» oppure «ho mal di pancia» (se fossero psicosomatici o dovuti a un virus contratto in Argentina, non è certo, in ogni caso gli tornavano utili). Il fatto che si fosse sposato era già un miracolo, oltre che il risultato di un’attenta analisi costi-benefici. Chiedendosi se convenisse prender moglie, stilò una serie di pro e contro. Alla fine vinsero i pro (decisivo il motivo «una compagna costante, e un’amica per la vecchiaia […] comunque meglio di un cane»).

La sua avversione per la vita sociale era così forte che si applicava anche ai morti: Darwin aveva un problema con i funerali. Aveva saltato persino quello della figlia prediletta, Annie. Quanto a quello del padre, era arrivato in ritardo di due giorni. Non ci sono andata neanche io al funerale di mia nonna, una donna che mi ha cresciuto e che ho amato con tutto l’amore di cui sono capace. La riluttanza di Darwin a presenziare ai riti di passaggio è stata forse la cosa che mi ha colpito di più. Uno degli uomini più intelligenti di tutto il mondo e di tutte le epoche, un padre di famiglia saggio e mite, la faccia bonaria sulle vecchie banconote da 10 sterline aveva paura delle emozioni (e del mal di pancia) che poteva suscitargli un funerale. Se lui era così sensibile, posso esserlo anch’io. Se neanche lui è riuscito a onorare i morti, posso non farlo anch’io.

Ma fino a che punto possiamo evitare le fonti di stress senza che tutto ci scoppi in faccia, prima o poi? Saltare un funerale oggi ci porterà un bel mal di stomaco domani?

Darwin aveva fatto dell’evitamento una strategia di sopravvivenza. Le emozioni, le persone, i conflitti, i confronti, tutto passava in secondo piano, o addirittura spariva, se veniva nascosto dietro un catino pieno di semi messi a mollo per un esperimento. Ritardare per decenni la pubblicazione dell’Origine delle specie, anche se i suoi colleghi non aspettavano altro, era una scelta di rigore scientifico, ma gli consentiva di rimandare il confronto definitivo con gli altri naturalisti. Ribadire l’odio verso il mondo serviva a tenere a distanza questo stesso mondo, confinato oltre un sentimento che non ammette repliche. E quando qualcosa lo raggiungeva, malgrado la sua muraglia, spesso arrivava l’emicrania a presentargli il conto. Come tutti, Darwin non poteva ripararsi totalmente dalla vita, ma l’ostinazione con cui si proteggeva era pari alla tenacia con cui catalogava i coleotteri.

Un’ostinazione che conosco, anche se nel mio caso non è accompagnata da colpi di genio, al massimo dal mal di testa. Forse è questo che cerco nella vita di Darwin. Le mie debolezze. E, d’estate, uno strumento contro le zanzare.

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