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  • Mercoledì 7 ottobre 2026

È vero che la mafia sta tenendo il fentanyl fuori dall’Italia?

Un’ipotesi sostenuta da Roberto Saviano è stata riproposta in un recente articolo dell’Economist, ma non ci sono prove

Un chimico mostra pillole di fentanyl in un laboratorio della Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga degli Stati Uniti (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Un chimico mostra pillole di fentanyl in un laboratorio della Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga degli Stati Uniti (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Un recente articolo dell’Economist, settimanale britannico tra i più autorevoli e influenti al mondo, ha sostenuto che la criminalità organizzata italiana starebbe ostacolando la diffusione e il consumo in Italia del fentanyl, il potente oppioide sintetico che da anni sta provocando grossi problemi di salute pubblica negli Stati Uniti, con decine di migliaia di morti all’anno. Questo spiegherebbe il numero molto basso di morti provocate finora dal farmaco in Italia. Nel 2025 sono state solo cinque, secondo l’ultima relazione del governo sulle dipendenze: in aumento rispetto alle due del 2024, ma comunque molto poche.

L’ipotesi dell’Economist, sostenuta anche dal giornalista Roberto Saviano – molto noto per i suoi articoli e romanzi sulla criminalità organizzata – non è però suffragata da prove.

L’Economist si limita a riportare due possibili motivazioni. La mafia, scrive, avrebbe interesse a bloccare la diffusione del fentanyl perché sarebbe troppo letale: commercializzare una droga che uccide i clienti diventerebbe poco profittevole sul lungo periodo. Un consumo diffuso del fentanyl, poi, con gli effetti deleteri che si sono visti in modo molto evidente negli Stati Uniti, rischierebbe di attirare eccessivamente l’attenzione della politica e delle forze dell’ordine, provocando una reazione repressiva severa. Nessuna di queste informazioni è confermata da documenti o atti di indagine, e lo stesso giornale ammette che non esistono prove di accordi di questo tipo tra le mafie.

L’Economist attribuisce queste ipotesi a Saviano e al procuratore di Napoli Nicola Gratteri.

In un articolo pubblicato a inizio luglio su Repubblica, Saviano aveva presentato queste teorie con una certa convinzione e dandole per certe. In un’intervista alla Stampa Gratteri aveva detto di considerare il mercato di fentanyl in Europa molto più limitato e rischioso di quello della cocaina, citando motivazioni simili a quelle riportate poi dall’Economist: «Il fentanyl uccide facilmente, destabilizza la clientela e attira una pressione investigativa e sanitaria altissima», aveva detto Gratteri.

La tesi dell’Economist è stata ripresa da alcune testate dopo la pubblicazione dell’articolo, ed è anche stata citata in un post pubblicato sull’account Instagram di Pulp Podcast, il podcast molto seguito del rapper Fedez e del content creator Davide Marra.

Diversi esperti, comunque, concordano sul fatto che il veto della mafia non sia una tesi plausibile né verosimile per spiegare la limitata diffusione del fentanyl in Italia.

Federico Varese, professore di criminologia all’università Sciences Po di Parigi, ha fatto notare che i dati italiani sono coerenti con quelli di altri paesi europei, anche se non perfettamente comparabili, perché rilevati con criteri diversi. Nell’articolo dell’Economist, invece, i dati italiani vengono confrontati solo con i numeri della Germania, molto più alti di altri paesi come la Spagna e la Francia. La differenza sembra quindi maggiore e i dati italiani appaiono stranamente bassi.

Gli stessi numeri, però, non vengono correttamente contestualizzati. L’Economist cita 95 morti per fentanyl registrati in Germania nel 2024. In realtà, come dice Varese, quel numero (che per la precisione è 98, non 95) non indica le persone morte per intossicazione da fentanyl, ma quelle morte e nei cui esami tossicologici era presente il fentanyl. In 76 casi c’erano anche altre sostanze: le intossicazioni per solo fentanyl si riducono così a 22, e anche per queste non è possibile dire che la sostanza sia stata la causa della morte, visto che mancano esami specifici.

Anche sui dati francesi e spagnoli non è possibile stabilire con certezza il rapporto di causa-effetto tra l’utilizzo della sostanza e la morte. In Francia esistono rilevazioni solo per alcune regioni e parlano di pochissimi casi all’anno.

La criminalità organizzata, poi, non ha mai messo in atto accordi e meccanismi di tutela come quelli descritti dall’Economist, che appaiono invece simili alle suggestioni che si trovano nelle trame di certi film americani come Il padrino, citato anche nell’articolo.

«Le mafie», dice Varese, «non hanno mai avuto problemi a spacciare o commerciare droghe, anche molto pericolose». Il coinvolgimento delle organizzazioni mafiose italiane nel traffico internazionale di cocaina è ampiamente documentato e, fa notare Varese, alcune indagini stanno approfondendo il ruolo che la mafia potrebbe avere in Italia anche nello spaccio del crack, sostanza derivata dalla cocaina ma considerata molto più pericolosa.

Il basso utilizzo di fentanyl registrato finora in Italia e in Europa si può spiegare, secondo Varese, con le diverse abitudini di consumo rispetto agli Stati Uniti, dove invece è in corso quella che viene chiamata impropriamente “un’epidemia” da fentanyl.

Il fentanyl viene utilizzato in medicina per ridurre il dolore. Produce effetti simili alla morfina, ma ha una potenza di gran lunga superiore. La sua pericolosità dipende dal fatto che basta una piccola quantità di sostanza per provocare un’overdose. Spesso viene inserito in pillole contraffatte che imitano farmaci, o mischiato ad altre droghe per renderle più potenti, anche all’insaputa dei consumatori.

La situazione negli Stati Uniti è il risultato di una crisi degli oppioidi cominciata negli anni Novanta, quando la società farmaceutica Purdue Pharma mise sul mercato l’OxyContin, un oppioide usato come farmaco antidolorifico. Venne molto pubblicizzato, minimizzando il rischio di dipendenza che era invece altissimo. I medici lo prescrissero con una certa facilità e si svilupparono casi di tossicodipendenza di massa. Quando il consumo dell’OxyContin venne ostacolato, le persone in crisi di astinenza cercarono attraverso canali di vendita non ufficiali stupefacenti come l’eroina e poi, soprattutto, il fentanyl.

– Leggi anche: Gli Stati Uniti stanno superando la crisi degli oppioidi?

«In Europa il mercato degli oppioidi ha seguito un’evoluzione diversa», dice Varese, «l’eroina è rimasta disponibile e il fentanyl non l’ha mai sostituita su larga scala».

In Italia la prima traccia di fentanyl fu individuata nel 2024 a Perugia, in una dose di eroina. Lo scorso giugno 80 fiale di Fentanest, un anestetico a base di fentanyl, sono state rubate all’Ospedale Israelitico di Roma. Per il furto sono indagate due persone che lavoravano come custodi nell’ospedale. Negli ultimi dieci anni gli episodi simili sono stati una ventina, e hanno spinto il ministero della Salute a chiedere alle strutture ospedaliere maggiori sistemi di controllo per le loro farmacie.