0,2 per cento
Il governo dice che proverà a stimolare la crescita dell'economia italiana di tanto così per il prossimo anno: quindi pochissimo, per l'ennesima volta
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Non ci sono ancora dettagli sulle misure che il governo vorrà inserire nella prossima legge di bilancio, quella con cui si decide come spendere i soldi per l’anno successivo, per la quale i lavori in parlamento cominceranno nelle prossime settimane. Si possono però già dire alcune cose sulla sua struttura generale, a partire dai primi documenti pubblicati dal governo: ci saranno pochi soldi per le misure più popolari, a pochi mesi dalle elezioni politiche, e l’impatto sull’economia sarà molto, molto modesto.
Insieme al grande rigore dei conti pubblici, questo è ormai diventato quasi un tratto distintivo della politica economica del governo di Giorgia Meloni, arrivato alla sua quinta e ultima legge di bilancio senza prevedere misure o riforme significative in favore della produttività e della crescita, né incentivi credibili per gli investimenti delle aziende.
Che anche la prossima legge di bilancio sarà in linea con questo approccio si vede innanzitutto dai numeri del Documento programmatico di finanza pubblica, quello che fino a poco tempo fa si chiamava NADEF e che il governo ha pubblicato alla fine della scorsa settimana. È un documento che mostra il contesto macroeconomico in cui il governo si sta muovendo e in cui appunto inserirà la legge di bilancio. Contiene tra le altre cose stime sulle principali voci del bilancio dello Stato – spesa pubblica, entrate, deficit, debito pubblico, e via così – e sull’economia.
Il governo stima in questo documento anche la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL), in due modi: con la stima tendenziale, che mostra di quanto crescerebbe l’economia se il governo non introducesse niente di nuovo, in uno scenario che in gergo si chiama “legislazione vigente”; e con la stima programmatica, che invece tiene conto dell’effetto che potrebbero avere le misure che intende inserire nella legge di bilancio. La differenza tra i due valori mostra di fatto quanto vale l’azione del governo e l’impatto della legge di bilancio sul PIL.
Nel 2027, se il governo non facesse niente, si stima che l’economia italiana crescerebbe dello 0,6 per cento, meno della crescita dell’1 per cento prevista per quest’anno. Con le misure del governo la crescita è prevista allo 0,8 per cento: significa che il governo proverà a stimolare 0,2 punti percentuali di crescita aggiuntiva del PIL. È un valore molto marginale, se si pensa che il principale obiettivo delle politiche economiche (ma non l’unico) è quello di far crescere l’economia. È comunque meglio di quanto si prevede per il 2028, quando ci si aspetta una variazione dello 0,1 per cento, e di quanto si prevede per il 2029, cioè zero.
Il grafico qui sotto mostra le ultime stime e quelle degli anni scorsi: sono state minime sia le variazioni stimate dalle altre leggi di bilancio del governo Meloni, quelle dal 2023 in poi, sia quelle stimate dai governi precedenti. È da un po’, insomma, che le previsioni di crescita sono molto basse.
Questo dipende da diverse cose. Innanzitutto dalle potenzialità di crescita dell’economia italiana, che è nota per essere tra le più stagnanti dell’Unione Europea e per essere piena di problemi storici che non si risolvono con una singola legge di bilancio, ma con riforme ambiziose, lungimiranti e di lungo periodo (e spesso mai intraprese proprio perché impiegano tempo a dare i loro effetti, e sono dunque poco spendibili con l’elettorato).
A questo si aggiunge il fatto che dal 2020 in poi l’economia è stata in balìa di grandi tendenze internazionali del tutto fuori dal controllo dei governi italiani: prima la pandemia, poi l’invasione russa dell’Ucraina, la guerra a Gaza, i dazi di Donald Trump e la sempre minore affidabilità degli Stati Uniti, la guerra in Medio Oriente, due crisi energetiche in quattro anni, l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse, e via così.
In questo contesto economico molto difficile il governo può fare poco per stimolare davvero l’economia, perché nell’incertezza persone e aziende orientano buona parte delle loro decisioni di spesa e investimenti con valutazioni che prescindono dalle decisioni del governo. E poi lo stesso contesto economico rende difficile avere soldi al di fuori della gestione ordinaria delle emergenze.
Solo negli ultimi otto mesi il governo ha speso 2 miliardi e mezzo di euro per la riduzione delle accise sui carburanti, con l’obiettivo mai davvero centrato di smorzare i grandi rialzi dei prezzi innescati dalla guerra in Medio Oriente.
Per dare un’idea, 2 miliardi e mezzo è vicino a quanto potrebbe costare all’anno ciascuna delle due riduzioni delle tasse che ora il governo vorrebbe introdurre per il 2027: l’aumento da 50mila a 60mila euro della soglia di reddito per l’aliquota al 33 per cento dell’IRPEF (l’imposta sui redditi personali), un intervallo che per ora è tassato con l’aliquota massima del 43 per cento; e il rinnovo di una tassazione di favore per gli aumenti contrattuali e per il lavoro notturno, festivo e su turni. Queste due misure costerebbero circa 2,7 miliardi e 2,6 miliardi di euro all’anno.
Alla mancanza di soldi dovuta alla situazione economica, si aggiunge un atteggiamento di per sé molto prudente del governo sui conti pubblici, che in questi anni ha previsto un contenimento della spesa e un rigore non solo in linea con le norme europee, ma in alcuni casi persino più restrittivo. Il Documento programmatico di finanza pubblica mostra che al di là dell’indebitamento aggiuntivo e straordinario per gli investimenti in difesa ed energia, quelli concordati con la Commissione Europea, il governo non prevede altre misure a debito: per qualsiasi cosa vorrà fare, dovrà quindi ricorrere alle classiche “coperture”, cioè ridurre altre spese o aumentare le entrate con altre tasse.
– Leggi anche: Cosa sono le coperture di bilancio
La prudenza del governo e la mancanza di soldi non sono però l’unica ragione dietro l’assenza di misure per la crescita. In questi anni le aziende italiane si sono molto lamentate della pochezza della politica industriale del governo di Meloni, in un momento peraltro di grande crisi per l’industria italiana ed europea. Ha avuto un ruolo anche una certa inadeguatezza di un ministero centrale per questo scopo, cioè quello delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.
In questi quattro anni le misure a sostegno della produttività sono state poche, e anche quelle poche sono state un disastro. Il caso più significativo è stato quello di Transizione 5.0, una serie di incentivi fiscali per le aziende che facevano investimenti per la digitalizzazione e la transizione energetica. È una misura nata con criteri cervellotici e incomprensibili per le aziende che volevano fare domanda, e che poi è stata in gran parte modificata, definanziata e rifinanziata più volte.
– Leggi anche: Il governo è arrivato a questa legge di bilancio con meno soldi del previsto



