All’edilizia italiana servirebbe molta più canapa

La richiesta è in aumento per motivi ambientali, ma non se ne coltiva abbastanza e mancano gli impianti di trasformazione

di Francesco Gaeta

Il canapulo, la parte interna del fusto della canapa, nello stabilimento Tecnocanapa di Montichiari, 29 settembre 2026 (Francesco Gaeta/il Post)
Il canapulo, la parte interna del fusto della canapa, nello stabilimento Tecnocanapa di Montichiari, 29 settembre 2026 (Francesco Gaeta/il Post)
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Nello stabilimento della Tecnocanapa, azienda di edilizia di Montichiari (Brescia), un ammasso di segatura giallastra occupa quasi per intero un grande magazzino. È fatto di canapulo, la parte interna del fusto della pianta di canapa, triturata e ripulita dalla fibra. Ogni settimana ne arrivano qui 40 tonnellate, le impastatrici lo mescolano a calce e acqua e gli danno la forma di mattoni. Quelli appena usciti dagli stampi sono impilati su alte scaffalature messe di fronte a grandi ventole.

Da lontano sembrano forme di formaggio messe a stagionare, e a toccarli sono ancora morbidi. Possono servire fino a 45 giorni perché diventino pronti per i cantieri.

Da qualche anno la canapa è entrata nel settore dell’edilizia come materiale costruttivo alternativo a quelli convenzionali. Si usa come riempimento di strutture portanti, come rivestimento in forma di pannelli interni e cappotti termici esterni, o come intonaco. Ha una virtù fondamentale, e cioè è porosa. Trattiene aria e isola termicamente, in più assorbe umidità. A Venezia la sua porosità è stata sperimentata nei muri esposti all’acqua alta: gli intonaci di canapa e calce hanno spazio per la cristallizzazione dei sali marini, che in quelli tradizionali provoca rigonfiamenti e distacchi.

I blocchi di canapa e calce possono avere diversi spessori, da circa 8 a 50 centimetri, a seconda dell’uso: i più sottili possono servire per contropareti e divisori, quelli più spessi per tamponamenti e pareti esterne (Francesco Gaeta/il Post)

In Italia le aziende di edilizia specializzate in canapa sono ancora poche. Secondo Paolo Ronchetti, fondatore di Tecnocanapa, oltre alla sua azienda ce ne sono altre tre in Alto Adige, Puglia e Abruzzo. La loro clientela si sta allargando e fa crescere volumi e fatturati. All’inizio i committenti erano soprattutto privati particolarmente attenti all’impatto ambientale, mentre «oggi sono anche alberghi e condomini, ospedali, università e asili». Ronchetti dice che il fatturato della sua impresa cresce di circa il 40 per cento all’anno dal 2021.

Le aziende come Tecnocanapa vengono definite di bioedilizia, perché producono a partire da materie prime naturali, e perché i prodotti edili finali hanno un impatto ambientale basso rispetto all’edilizia tradizionale. Per esempio, già durante la crescita la pianta della canapa assorbe anidride carbonica dall’atmosfera. Poi la calce riassorbe una parte della CO2 emessa per produrla mentre si indurisce. Alla fine, un mattone di canapa ha un bilancio di CO2 negativo.

Le aziende di bioedilizia, comunque, non utilizzano solo la canapa, ma anche la paglia, il bambù, il sughero, la cellulosa.

Dopo essere stato mescolato con acqua e legante a base di calce, il canapulo entra nella macchina che forma i blocchi. L’impasto viene distribuito negli stampi e compattato con una pressione leggera: deve acquistare una forma stabile senza essere schiacciato troppo, perché la porosità del materiale contribuisce alle sue proprietà isolanti (Francesco Gaeta/il Post)

Il settore vive però un paradosso: mentre aumenta la domanda di canapa in edilizia, quasi tutto il canapulo che viene usato arriva dall’estero, soprattutto dalla Francia, dove questo materiale ha una lunga tradizione. La superficie coltivata si è molto ridotta: nel 2018 si superavano i 1.500 ettari, oggi sono circa 500. È un livello che secondo gli operatori del settore è lontano dal fabbisogno dell’industria.

Ci sono diversi motivi che spiegano questa carenza. Secondo Federcanapa, l’associazione che raggruppa gli operatori della filiera, c’è innanzitutto un fattore non industriale.

Dopo essere stati stampati, i blocchi in calce e canapulo sono ancora morbidi e contengono molta acqua. Vengono quindi sistemati su grandi scaffalature, come quelle nella foto, lasciando spazio tra un blocco e l’altro perché l’aria possa circolare. Non vengono cotti: asciugano lentamente grazie alla ventilazione naturale e forzata dell’ambiente. Temperatura e umidità influenzano molto i tempi: in estate possono bastare due o tre settimane, mentre in inverno si può arrivare a 45 giorni.

 (Francesco Gaeta/il Post)

Il “decreto sicurezza” del 2025 infatti ha vietato la lavorazione e il commercio delle infiorescenze della canapa per motivi che non hanno nulla a che vedere con l’edilizia, ma con il fatto che vengono usate per produrre la cannabis light. Pur non avendo effetti stupefacenti, la cannabis light è stata comunque criminalizzata dal governo, e secondo Beppe Croce, presidente di Federcanapa, questo ha avuto un impatto sui coltivatori: «Prima di decidere di coltivare canapa un agricoltore ci pensa due volte», perché durante raccolta e stoccaggio sulla pianta possono esserci ancora infiorescenze, con il rischio di sequestri e sanzioni.

C’è poi un fattore che è industriale, invece: la mancanza di impianti di prima lavorazione, quelli che fanno della pianta un materiale utilizzabile nel settore delle costruzioni.

Gli intonaci a base di canapa e calce vengono usati come strato di finitura e di regolazione dell’umidità sulle pareti. Il canapulo impiegato è più fine rispetto a quello dei blocchi e viene mescolato con leganti minerali per ottenere un impasto che resta poroso e traspirante. Questa struttura permette all’intonaco di assorbire parte dell’umidità e di rilasciarla gradualmente, limitando la formazione di condensa. (Francesco Gaeta/il Post)

Una volta tagliato sul campo, il fusto di canapa deve infatti essere sottoposto a una trasformazione con cui ricavare il canapulo, separandolo dalla fibra esterna. Non è un processo semplice: il canapulo deve avere caratteristiche stabili, cioè non deve contenere polvere né terra, deve avere una granularità uniforme e un tasso di umidità che non superi il 18 per cento, soglia oltre la quale non sarebbe utilizzabile.

È in questo passaggio che la filiera italiana si interrompe quasi del tutto. Negli ultimi vent’anni ci sono stati almeno cinque tentativi di avviare impianti di prima trasformazione, ma nessuno ha funzionato, alcuni per problemi tecnologici altri per la scala produttiva: erano troppo grandi per una domanda ancora debole. Secondo Croce le conseguenze si scontano oggi: «Se non c’è la prima trasformazione, non c’è neppure chi coltiva la canapa», perché manca uno sbocco industriale certo.

Oggi l’unico impianto di questo tipo è dell’azienda WLHemp, che ha sede a Vedole di Colorno, in provincia di Parma. Esiste da tre anni e lavora una produzione equivalente a circa 200 ettari che, dicono i manager, copre solo una parte del fabbisogno. La materia prima viene raccolta in un raggio che può arrivare a 600 chilometri dallo stabilimento, attraverso contratti con gli agricoltori che regolano anche il trasporto.

«Fino a 200 chilometri lo paghiamo noi», dice Emil Cioban, fondatore e amministratore delegato. «Tra 200 e 600 chilometri facciamo metà per uno». Più ci si allontana dall’impianto, aggiunge, più servono superfici grandi a sufficienza da rendere conveniente il ritiro. La “paglia di canapa”, come viene definita quella appena raccolta ed essiccata, è leggera e molto voluminosa, perciò il suo trasporto su lunghe distanze sarebbe economicamente proibitivo rispetto al peso trasportato.

Una parete realizzata con blocchi di canapa e calce (Francesco Gaeta/il Post)

Cioban dice che la canapa è una «brutta bestia». Può arrivare a cinque o sei metri e ha una fibra così resistente che le normali macchine agricole fanno fatica a tagliarla. Se fatti male, anche essiccazione e imballaggio possono compromettere l’uso del materiale per il settore edile. Per questo la sua azienda fornisce macchinari e consulenza su come procedere al taglio sul campo, che normalmente si fa tra fine agosto e settembre.

Eppure la coltivazione della canapa è relativamente conveniente. WLHemp paga la paglia 210 euro a tonnellata, e considerando le rese medie il ricavo può superare i 2mila euro per ettaro. È più di quello del mais, che secondo Federcanapa si aggira oggi intorno a 1.500 euro per ettaro. La canapa ha poi costi molto contenuti perché richiede pochi interventi durante la coltivazione e non ha quasi bisogno di irrigazione, un altro aspetto che riduce il suo impatto ambientale.

I blocchi di canapa e calce pronti per la spedizione nello stabilimento Tecnocanapa di Montichiari. Il 70-75 per cento delle vendite di Tecnocanapa resta in Italia, mentre il resto va all’estero. (Francesco Gaeta/il Post)

In Francia ci si è organizzati tenendo conto di questi fattori. Le aziende di prima trasformazione lavorano con agricoltori collocati entro un raggio di circa 100 chilometri, così da non far salire troppo i costi di trasporto. È possibile anche perché lì le aziende agricole sono mediamente più grandi, le superfici coltivate più concentrate e bastano pochi grandi produttori per alimentare il settore. Per le aziende di bioedilizia il canapulo francese riesce così a restare competitivo rispetto a quello italiano, anche dopo il trasporto in Italia.