Cosa ha fatto Conte su difesa e riarmo quando era al governo

Aumentò la spesa e altre cose sorprendenti, a guardare quello che dice oggi

Giuseppe Conte all'assemblea del Movimento 5 Stelle, Nova, a Milano, 20 settembre 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
Giuseppe Conte all'assemblea del Movimento 5 Stelle, Nova, a Milano, 20 settembre 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
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L’opposizione alle politiche di riarmo e al sostegno militare all’Ucraina è diventata una caratteristica distintiva della propaganda del Movimento 5 Stelle negli ultimi mesi. Attraverso accuse veementi di bellicismo contro l’Unione Europea e contro il governo di Giorgia Meloni, Giuseppe Conte sta cercando di mettere in difficoltà Elly Schlein, insidiandone la leadership del centrosinistra in vista delle primarie.

Ma Conte è già stato presidente del Consiglio, in due governi diversi tra il 2018 e il 2021: quello “gialloverde”, composto da M5S e Lega, e subito dopo quello “giallorosso”, formato essenzialmente da M5S e Partito Democratico. In nessuno dei due governi ha adottato davvero politiche per ridurre o contenere la spesa militare; e anche sul sostegno militare all’Ucraina, finché il M5S è stata una forza di governo – cioè fino al 2022 – ha votato in parlamento a favore dell’invio di armi e munizioni a Volodymyr Zelensky.

Quando Conte è arrivato al governo, nel giugno del 2018, la spesa militare in rapporto al prodotto interno lordo (PIL), secondo i calcoli della NATO, era intorno all’1,2 per cento; due anni dopo, al termine del suo mandato da presidente del Consiglio, il rapporto era salito all’1,58 per cento. In termini assoluti si passò da 21,7 a 26,4 miliardi di euro, un aumento di circa il 20 per cento in circa due anni e mezzo. In valori assoluti fu il più significativo incremento dei precedenti quindici anni fino a quel momento.

Nell’anno e mezzo seguente, quello in cui Conte rimase a capo del principale partito di governo con Mario Draghi presidente del Consiglio, la spesa aumentò ancora: da 26,4 a poco meno di 30 miliardi di euro, anche se calò rispetto al PIL, che beneficiò della ripresa economica a seguito della pandemia, dall’1,58 all’1,50 per cento.

Da presidente del Consiglio, Conte mantenne gli impegni già assunti dai precedenti governi. Nel settembre del 2014 Matteo Renzi sottoscrisse l’obiettivo di raggiungere la spesa in difesa del 2 per cento del PIL, definito durante un vertice NATO. Un mese dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Conte partecipò a sua volta al vertice NATO di Bruxelles e si impegnò a confermare quell’impegno, mostrandosi del tutto compiacente con le richieste avanzate dal presidente statunitense Donald Trump.

Fu un passaggio politicamente molto delicato. In quell’occasione, infatti, Trump ribadì l’invito che da anni gli Stati Uniti facevano agli Stati europei, affinché aumentassero le spese militari in ambito NATO. Molti leader europei rimasero turbati dai toni arroganti utilizzati da Trump, e Conte fu invece il più convinto sostenitore delle sue posizioni.

Tre settimane dopo, durante un incontro alla Casa Bianca, questa sintonia venne mostrata pubblicamente durante una conferenza stampa. Conte parlò dell’«esigenza di riequilibrare la spesa che tradizionalmente gli Stati Uniti sostengono», dicendo «che è una spesa in se stessa molto sproporzionata. Sono posizioni del tutto ragionevoli di cui io personalmente tengo gran conto e anzi mi farò latore del fatto che siano comprese anche dagli altri». Poi aggiunse: «Lo dico da chi ha una grande esperienza come avvocato. Voi avete un presidente che è un fortissimo difensore degli interessi americani e del popolo americano. Un terribile [in accezione positiva, ndr] negoziatore».

In generale, all’epoca Conte tendeva a giustificare questo suo slancio a favore della spesa militare dicendo che aveva ereditato l’impegno dai governi precedenti, e che non sarebbe stato da paese serio rimetterlo in discussione. «Ogni governo che si insedia è chiaro che eredita delle linee di continuità, ci mancherebbe che ogni volta si potesse resettare tutte le azioni politiche, di indirizzo, e di ripartire da zero», disse al termine del vertice NATO a Bruxelles.

Conte non esitò neppure a prendere decisioni che rinnegavano in modo plateale la propaganda fatta negli anni precedenti dal M5S: come, per esempio, l’acquisto dagli Stati Uniti di 28 cacciabombardieri di quinta generazione F-35, oppure la vendita di due fregate italiane all’Egitto nel 2020. Negli anni precedenti il Movimento aveva spesso preteso l’interruzione di ogni rapporto militare con il regime autoritario di al Sisi, dopo il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni avvenuto al Cairo nel 2016.

L’altro argomento su cui si sta concentrando Conte in queste settimane riguarda il sostegno all’Ucraina. «Le armi allontanano la pace», è lo slogan adottato dal M5S. Sulla necessità di favorire una soluzione diplomatica, e di evitare un’escalation militare, Conte si è speso con nettezza fin dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Però il M5S non si è mai opposto all’invio di armi e munizioni, quando ha avuto responsabilità di governo. La decisione di sostenere militarmente la resistenza ucraina fu presa da Draghi all’indomani dell’avvio dell’invasione, con un decreto-legge che in Consiglio dei ministri fu votato anche dai rappresentanti del M5S.

Quando si trattò di confermare quella decisione in parlamento, Conte agitò una polemica piuttosto strumentale. Garantì a Draghi il sostegno del M5S ma pretese che in cambio il ministro della Difesa Lorenzo Guerini facesse chiarezza sull’andamento della spesa militare italiana, e confermasse che il raggiungimento dell’obiettivo del 2 per cento in rapporto al PIL non sarebbe avvenuto, secondo le stime previste in quel momento, prima del 2028.

Alla fine, comunque, il M5S votò a favore del decreto. Alla Camera, il 17 marzo, intervenne in dichiarazione di voto Iolanda Di Stasio, deputata molto vicina a Luigi Di Maio, all’epoca ministro degli Esteri. «Con questo decreto che ci apprestiamo a votare nel Parlamento», disse, «offriamo al popolo ucraino tutta una serie di aiuti, anche militari, e lo facciamo nella profonda convinzione che questo sia giusto e doveroso; non possiamo permettere che il popolo ucraino venga annientato, non solo perché non possiamo stare semplicemente ad assistere inermi a una carneficina annunciata, ma anche perché questo pregiudicherebbe inevitabilmente qualsiasi negoziazione e, quindi, qualsiasi soluzione diplomatica soddisfacente per il popolo ucraino». Due deputati del Movimento, Enrica Segneri e Gabriele Lorenzoni, in polemica rispetto a questa posizione, votarono in dissenso.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi insieme al ministro della Difesa Lorenzo Guerini, in Senato, il 20 luglio 2022 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Al Senato, il 31 marzo, la dichiarazione di voto finale fu pronunciata dalla capogruppo Mariolina Castellone, vicina a Conte. Castellone riconobbe che «la scelta di inviare armi è stata per noi sofferta, soprattutto per motivi etici», ma affermò che «senza il supporto concreto, anche militare, che l’Europa ha fornito dal primo giorno di questo conflitto, probabilmente la resistenza ucraina non sarebbe stata in grado di fermare l’avanzata militare della Russia, costringendola a mollare la presa su Kyiv per ripiegare su obiettivi militari più limitati. Senza questa resistenza, probabilmente, i russi avrebbero ottenuto sul campo successi militari tali da trasformare il tavolo delle trattative in un tavolo di resa».

Da abile politico, Conte sa giocare sulle doppiezze e sulle ambiguità. Quando era leader di governo preferì far valere la sua statura istituzionale, consapevole che per l’Italia sarebbe estremamente difficile disattendere i suoi impegni internazionali e correndo il rischio di far irritare la sua base elettorale più intransigente. Allo stesso tempo è consapevole che una larga parte del suo elettorato è animata da profondi convincimenti pacifisti, e che tra le persone a cui il M5S intende rivolgersi per ottenere voti e consensi ce ne sono molte che nutrono sentimenti di ostilità verso la NATO, l’occidente, e dunque verso Zelensky, non disdegnando invece simpatie più o meno conclamate nei confronti di Putin.

Peraltro, nel corso di questi quattro anni, è cresciuto un fastidio trasversale verso la guerra in Ucraina, acuito dalla convinzione che maggiori finanziamenti per le spese militari o per l’esercito di Zelensky comportino automaticamente delle rinunce nella spesa sociale. E ora che Conte non ha più responsabilità di governo, è su quel sentimento che vuole far leva, convinto che in questo modo possa far emergere alcune contraddizioni all’interno del PD, dove ci sono alcuni esponenti vicini alla segretaria Schlein che condividono grosso modo le stesse posizioni del M5S.

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