Cosa c’è nel decreto del governo sul limite agli studenti stranieri

Sarà del 30 per cento per ogni classe, ma ancora non si sa come funzionerà concretamente, e non è l'unica novità

Una donna e una bambina fuori da una scuola di Bologna (Alessandro Ruggeri/LaPresse)
Una donna e una bambina fuori da una scuola di Bologna (Alessandro Ruggeri/LaPresse)
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Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge con cui pone un limite al numero di studenti stranieri che non conoscono bene l’italiano: dovranno essere non più del 30 per cento degli alunni della prima classe di ogni ciclo (quindi prima elementare, prima media, eccetera). Prevede anche l’obbligo di frequentare dei corsi di italiano per i genitori stranieri che non conoscono bene la lingua.

È una misura che nei giorni scorsi aveva già fatto molto discutere, dato che era stata anticipata e largamente pubblicizzata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. E ha un significato perlopiù politico, visto che in Italia un limite agli studenti stranieri esiste già e quello del decreto lo ricalca quasi interamente: è proprio del 30 per cento, stabilito da una circolare del 2010 dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini. La differenza è che il decreto-legge rende il limite vincolante, mentre la circolare ammetteva varie deroghe e lasciava di fatto autonomia alle scuole. Nei fatti però potrebbe cambiare poco.

Anche se il governo lo ha approvato non c’è ancora un testo ufficiale del decreto, la cui bozza è stata però fatta circolare tra i giornalisti nelle ultime ore. Tra le cose più rilevanti c’è il fatto che il limite del 30 per cento si potrà applicare con qualche flessibilità: il testo dice «nel rispetto del principio di prossimità e di piena fruizione ed effettività del diritto allo studio, tenendo conto del domicilio dell’alunno o dello studente o, comunque, delle comprovate esigenze familiari, con particolare riferimento a quelle connesse alla necessità di assistenza a figli con disabilità, che non permettano soluzioni alternative».

Sarà molto difficile valutare quali «comprovate esigenze familiari» diano diritto a un esonero dal vincolo e quali no, e rischia di crearsi una discreta confusione. Il compito è assegnato agli Uffici scolastici territoriali, gli ex provveditorati, che dovranno coordinare la distribuzione degli studenti nelle scuole in modo da rispettare il limite. Gli studenti che eccedono il limite saranno eventualmente spostati in altre scuole vicine. Diversi presidi e sindacati negli ultimi giorni hanno detto di temere che il decreto costringerà molte persone a spostare i figli in scuole lontane da casa.

Finora le scuole si erano sostanzialmente organizzate in autonomia. Il compito di assicurarsi che il limite fosse rispettato era anche in quel caso affidato agli Uffici scolastici regionali, che secondo la circolare del 2010 dovrebbero coordinare la distribuzione degli studenti stranieri, ma anche alle scuole, che dovrebbero accertare la conoscenza del loro italiano. Finora non è stato però un limite tassativo, e in ogni caso le scuole non potevano rifiutare l’iscrizione di uno studente anche se la soglia era superata.

Anche il testo della bozza del nuovo decreto rimarca l’autonomia delle scuole, ma non è chiaro che margine avranno per venire meno agli obblighi.

Il vincolo di legge in ogni caso rischia di scontrarsi con un elemento apparentemente banale ma concreto. In certe scuole ci sono più bambini e ragazzi con origini straniere perché abitano lì vicino con le loro famiglie, anche per una questione di maggiore concentrazione di persone straniere in alcuni quartieri delle città o nelle diverse province italiane. Su un totale di 52.392 scuole, 4.664 hanno più del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana. La situazione varia molto da provincia a provincia, ma queste sono concentrate soprattutto al Nord e al Centro.

Un altro elemento dubbio è chi debba valutare il livello di conoscenza dell’italiano sotto il quale si rientra nel vincolo. Nella bozza del decreto che sta circolando è scritto che nelle scuole primarie il vincolo si applica agli studenti senza cittadinanza italiana e che non sono nati in Italia, o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia in Italia. Nelle classi delle secondarie di primo e secondo grado (medie e superiori) questo vincolo viene applicato agli studenti senza cittadinanza italiana «che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione».

In Italia, stando agli ultimi dati disponibili del ministero dell’Istruzione, risalenti a due anni fa, gli studenti che non avevano la cittadinanza italiana erano poco più di 911mila su un totale di oltre 7 milioni e 700mila, dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori. Non si sa però quanti di questi siano nati in Italia, pur non avendo la cittadinanza, né quanti di loro non parlino bene l’italiano.

Per quel che riguarda l’obbligo di corsi di italiano per i genitori stranieri, invece, nel testo della bozza non ci sono indicazioni precise su come verrà valutata la conoscenza della lingua. Si dice che dovranno essere segnalati dalle scuole ai servizi sociali, che poi dovranno occuparsi di organizzare i corsi gratuitamente. L’obiettivo dei corsi è arrivare a un livello di conoscenza della lingua A2 (cioè il secondo più basso, dopo l’A1). Non frequentare i corsi può comportare una sanzione da 200 a 1.000 euro.

Il ministro Giuseppe Valditara al raduno annuale della Lega a Pontida, il 20 settembre 2026 (Spada/LaPresse)

Il testo della bozza di decreto vieta anche di andare a scuola con il volto coperto, e prevede una sanzione sempre da 200 a 1.000 euro. Anche questa misura è più che altro propagandistica, e approfitta della scarsa familiarità di molte persone con i diversi tipi di velo indossati dalle donne musulmane. Il burqa e il niqab, cioè quelli menzionati nei giorni scorsi da Meloni (ma non dalla bozza di decreto), arrivano a coprire anche il volto ma in Italia sono indossati da pochissime donne.

Il burqa è un indumento femminile diffuso soprattutto in Afghanistan e Pakistan: copre completamente il corpo della donna lasciando una specie di grata di tessuto all’altezza degli occhi, per vedere all’esterno. Il niqab è diffuso soprattutto nei paesi del golfo Persico, e lascia aperta una fessura per gli occhi. Sono insomma molto diversi dall’hijab, il tradizionale velo islamico che indica un tessuto annodato intorno alla testa e al collo per coprire i capelli (e non il volto).

Questo decreto rientra nei recenti tentativi di Meloni di assumere posizioni di destra più radicale in vista delle elezioni politiche del 2027, in cui lei e la sua coalizione temono di perdere consensi in favore del partito di estrema destra di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Quest’ultimo sta facendo opposizione al governo accusandolo di non essere abbastanza di destra. Solo pochi giorni fa il deputato di Futuro Nazionale Rossano Sasso aveva presentato un’interrogazione parlamentare proprio per chiedere al governo di limitare il numero degli studenti stranieri nelle classi, e di farlo per legge invece che attraverso circolari.

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