In quattro anni il governo non ha fatto quasi nulla per la “fuga dei cervelli”
Eppure Meloni ne parla spesso con toni allarmati, indicando peraltro con precisione le cause del problema
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Il 9 gennaio scorso, durante una lunga conferenza stampa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fu interrogata sulla cosiddetta “fuga dei cervelli”, cioè sulle tante persone italiane con alte specializzazioni che emigrano per lavorare all’estero. Meloni rispose così: «Credo che una parte di questa emigrazione siano persone che vanno a fare un’esperienza all’estero e che poi trovano una condizione buona, perché gli altri sistemi sono molto capaci nell’attrarre le persone di valore, nel cercare di trattenerle. E questo è l’altro elemento sul quale secondo me bisogna lavorare, ma è sicuramente un focus che ho in testa».
Sono passati più di otto mesi, da allora: quel «focus» che Meloni diceva di avere in testa non ha prodotto nessuna misura concreta per incentivare le persone espatriate a tornare in Italia. Domenica, parlando davanti ai giovani militanti di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio ha ammesso che ciò che il governo ha fatto su questo «non basta. Il nostro obiettivo deve essere fare dell’Italia il posto dove si arriva e si ritorna, e non quello da cui si parte. Su questo c’è ancora da fare un lavoro enorme».
Per anni, da esponente dell’opposizione, Meloni ha descritto la “fuga dei cervelli” come un’emergenza nazionale rispetto alla quale i vari governi avevano dimostrato scarsa risolutezza. Con una metafora ispirata dal giornalista Mario Giordano, diceva spesso che le famiglie italiane spendevano per formare i propri figli l’equivalente del costo di una Ferrari, ma poi regalavano questa Ferrari ai tedeschi.
Meloni è presidente del Consiglio da quasi quattro anni, e guida il governo più longevo della storia repubblicana. Può rivendicare provvedimenti, più o meno efficaci, in quasi tutti i settori. Ma sull’emigrazione degli italiani, e soprattutto di quelli laureati, il governo non ha fatto sostanzialmente nulla.
L’intervento principale, comunque di portata assai modesta, è stato un bando da 50 milioni di euro nell’aprile del 2025 per richiamare i giovani ricercatori dall’estero. Ma a parte il fatto che erano soldi del PNRR, si tratta di un singolo bando, quindi nulla di strutturale, e con una dotazione finanziaria limitata, utile al massimo a far tornare in Italia qualche centinaio di ricercatori.

I ministri Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, a Roma, il 16 settembre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Come a gennaio, anche domenica Meloni ha individuato con lucidità e onestà intellettuale alcune delle cause di quello che lei stessa ha definito un «problema» che «una nazione che crede in se stessa non si può permettere». Ha detto Meloni: «È chiaro che per trattenere o per riportare qui i nostri talenti servono retribuzioni più alte, servono opportunità di lavoro più adeguate, serve più meritocrazia e servizi che siano più efficienti, servono investimenti, competitività, diritto alla casa».
Poi ha citato varie misure introdotte dal suo governo che secondo lei hanno avuto un impatto: il taglio delle tasse sul lavoro, gli incentivi per i contratti stabili, il “piano casa”, la Zona economica speciale (ZES) per il Mezzogiorno, l’aumento delle spese per investimenti. Ha inoltre rivendicato la riduzione della disoccupazione giovanile ai minimi storici.
Nessuna di queste misure, più o meno virtuose che siano, ha però potuto incidere granché. Il taglio delle tasse sul lavoro è stato nel complesso moderato; la ZES ha creato un contesto leggermente più favorevole all’impresa in un territorio, quello delle regioni meridionali, che è tra i più disagiati dell’intera Unione Europea per quel che riguarda le opportunità di lavoro offerte alle persone con meno di 40 anni; il piano casa è un programma di edilizia a prezzi calmierati da poco introdotto con obiettivi fissati tra dieci anni, e dunque difficilmente può aver avuto ricadute; le spese per investimenti sono aumentate quasi esclusivamente per effetto del PNRR, che è terminato nel giugno scorso.
Quando il governo di Meloni ha voluto intervenire direttamente sul problema degli espatriati, lo ha fatto piuttosto per ridurre le agevolazioni fiscali che incentivavano il cosiddetto “rientro dei cervelli”, cioè rendevano più conveniente per ricercatori e professionisti italiani all’estero tornare in patria.
– Leggi anche: L’irrefrenabile immobilismo di Giorgia Meloni
L’emigrazione di giovani specializzati è in realtà un problema vecchio di decenni, che ha cause profonde nel sistema produttivo, sociale e occupazionale del paese: e nessun governo, per quanto stabile e duraturo, può pretendere di risolverlo in modo definitivo in pochi anni.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, a gennaio, ha commentato un dato inquietante: «Negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza». Panetta ha spiegato questo dato con ragioni piuttosto banali: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni».
Com’è evidente, il problema è strutturale, e non è imputabile a un singolo governo o a una singola leader politica. Semmai è significativo che, a dispetto delle dichiarazioni allarmate che ha fatto più volte in questi anni, Meloni non abbia mai voluto o saputo intervenire. In questo senso, essere alla guida di un governo così duraturo è per certi versi un’aggravante, sul piano politico, perché Meloni non può usare come alibi la mancanza di tempo o la precarietà della sua maggioranza parlamentare.

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in occasione dell’inaugurazione dell’anno della scuola di Polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza, a Roma, il 17 novembre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Da quando Meloni è al governo, il problema è persino peggiorato. Nel 2024, per esempio, ultimo anno per cui esistono dei dati completi da parte dell’Istat, sono espatriati 156mila italiani (il 36,5 per cento in più rispetto all’anno precedente): un dato parzialmente giustificabile con l’entrata in vigore di una nuova legge che ha indotto molti cittadini italiani che già vivevano in altri paesi a registrarsi all’Anagrafe per i residenti all’estero (AIRE), ma che produce comunque un saldo negativo di oltre 100mila abitanti, visto che gli italiani che hanno deciso di tornare in Italia sono stati circa 53mila, cioè il 14,3 per cento in meno rispetto all’anno precedente.
Secondo quanto rilevato dall’Istat, «nel decennio 2014-2023, si è osservato un costante aumento dei giovani italiani che scelgono di stabilirsi all’estero, mentre sono stati decisamente più limitati i rientri in Italia. Oltre un milione di italiani ha scelto di trasferirsi all’estero e, tra questi, più di un terzo (367 mila) sono giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni».
Tra questi quasi 146mila hanno una laurea, cioè il 39,7 per cento. I rimpatri delle persone nella stessa fascia di età e nello stesso periodo sono stati circa 113mila, di cui poco più di 49mila laureati. Il saldo migratorio dei giovani laureati è stato costantemente negativo, con una perdita netta di circa 97mila persone nel corso del decennio.
Il 2023, sempre stando all’Istat, si è contraddistinto «per un nuovo slancio degli espatri di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni: se ne contano 21mila (+21,2 per cento sull’anno precedente), un livello senza precedenti da quando si monitorano i flussi di capitale umano qualificato in uscita». Contestualmente, c’è stata «una contrazione dei rientri in patria di giovani laureati, scesi a 6mila (-4,1 per cento rispetto al 2022)».



